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Sanremo 2024: il giro di denaro che si muove attorno al Festival

Dietro a ogni artista c’è il business: tutto si vende con il personaggio. A questo serve il Festival di Sanremo. Se poi arriva musica di qualità, meglio

Festival di Sanremo 2024, il palco con Amadeus al centro

Fiumi di soldi, più che di parole, si muovono con la macchina di Sanremo, dove i cantanti sono i cavalli su cui puntare per far volare un brand. Ha vinto Angelina Mango. Sembra una storia romantica che ci riporta a suo padre. Ma dietro a ogni artista c’è il business: tutto si vende con il personaggio. A questo serve il Festival. Se poi arriva musica di qualità, meglio.

Sanremo 2024, vince “La noia”

Ha vinto Angelina Mango con “La noia”, forse un segno dei tempi. Ma la canzone ha un ritmo latino che conquista e contraddice il titolo. Al Festival di Sanremo ha vinto la figlia nel ricordo del padre. Il grande Pino Mango, scomparso proprio dieci anni fa durante un concerto a Policoro (Matera), colpito da un infarto mentre cantava “Oro”, uno dei suoi pezzi più belli, a soli 38 anni. Adesso Angelina ha ottenuto un oro tutto suo, da dedicare a quel padre scomparso troppo presto. Mentre noi cerchiamo di aprire uno squarcio sull’oro che muove il mondo della canzone, aprire il velo di reticenze che avvolgono il Festival, in quella settimana di follia che stravolge la cittadina ligure e blocca l’Italia intera.

Le ragioni del Festival non sono più nella qualità delle canzoni ma nel risultato dell’audience

C’è chi si mette degli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero”, cantava Franco Battiato nel 1981 con “Bandiera Bianca”. Negli ultimi Festival della canzone italiana succede puntualmente che i cantanti si presentino sul palcoscenico con occhiali scurissimi di varie fogge e marche. Con la scusa che le potenti luci di scena diano loro fastidio o con quella che hanno adottato le lenti scure, in ogni apparizione pubblica, proprio per darsi una identità, o che “tornano” con l’abbigliamento, tante volte all black. Insomma con le scuse più assurde ma li indossano. Dietro quell’abuso di occhiali c’è anche uno dei principi fondanti della manifestazione, quello che tutto è business e anche gli occhiali scuri ci rientrano.

I soldi che vengono spesi non vanno visti come costi ma come investimenti, servono a produrre introiti per lungo tempo

Il Festival di Sanremo è probabilmente la macchina mediatica più gigantesca che si muova nel panorama televisivo nazionale. Una macchina che costa molto ma fa ricavare alla Rai parecchi milioni tra diritti, biglietti e pubblicità. Secondo il Corriere della sera i cachet, che tanto scandalo suscitano nel pubblico, quando non considera i rientri degli investimenti, non sono poi altissimi. A parte quello di Amadeus, al qualetoccano 450mila euro, 150mila in meno dello scorso anno ma non ne so il motivo, gli altri cachet sono contenuti. Per i quattro co-conduttori sono previsti 25mila euro. Detratte le tasse si dimezzano.

Per Fiorello 50 mila, ma credo abbia dei benefit aggiuntivi, perché è un po’ poco per uno show man del suo calibro. I cantanti ricevono 53mila euro, secondo le stime della rivista Money, con un extra di 5mila euro per i duetti. Bisogna aggiungere ai costi 1,6 milioni per l’affitto dell’Ariston, comprese le 160 persone addette al funzionamento del teatro. L’affitto va da dicembre alla fine dello smantellamento delle scene e lo spostamento degli strumenti e dei macchinari.

Inoltre ci sono tutte le stanze degli alberghi e pensioni che la Rai affitta per il proprio nucleo di artisti e per il personale che lavora con loro, più musicisti, funzionari, tecnici, autori e redattori per la realizzazione della trasmissione. A questi vanno aggiunti gli inviati dei vari programmi che si collegheranno con il Festival e di quelle trasmissioni che andranno in onda da Sanremo nei giorni precedenti e durante la manifestazione.

In tutto una spesa di 20 milioni di euro. Nel 2022 su una raccolta pubblicitaria complessiva di 650 milioni di euro quella del Festival fu di 42 milioni, il 6,5%.  Quest’anno si parla di 58 milioni di entrate tra pubblicità e altro.

Sanremo è il Super Bowl italiano, un’occasione d’oro per le aziende

Sanremo è il Super Bowl italiano, uno degli ultimi capisaldi nazionali che mette davanti agli schermi tante fasce della popolazione, che non si trovano più forse nemmeno per le partite della nazionale italiana di calcio”, dice Gianluca Diegoli, professore a contratto di Marketing digitale all’università milanese IULM e consulente. “È un momento in cui un brand può parlare a tanti target diversi e in cui può uscire dalla sua consueta targettizzazione, con cui parla un po’ sempre ai suoi”. Fino al 2020 il modello pubblicitario del Festival era quello tradizionale. Si vendevano gli spot e si faceva un accordo di partnership con una sola azienda. Di solito la Tim

Da allora tutto è cambiato. La strategia pubblicitaria si svolge anche fuori dal teatro, con il Pala Suzuki, un palcoscenico all’aperto posto a piazza Colombo, dove si svolge un concerto gratuito con vari artisti esclusi dalla sfida. Un altro spazio è quello che gestisce Fiorello con il suo Viva Rai2, che diventa un dopo festival e viene usato per alcune performance davanti all’Ariston. Poi c’è il gabbiotto di Radio2 con Gino Castaldo e Ema Stoccolma per le interviste che completano la diretta radiofonica, con altra raccolta pubblicitaria.

Il Festival è in effetti una macchina per vendere il pubblico di milioni di Italiani ai pubblicitari

In sostanza Rai pubblicità adatta piani su misura per i diversi clienti e per le loro capacità di spesa. In modo da dare la più ampia visibilità ad ogni azienda, in base alle proprie esigenze e con metodi differenti di comunicazione. I partner di questa edizione sono Costa Crociere, Eni, Suzuki, e Poltronesofà. Con la Costa Smeralda ormeggiata al largo di Sanremo, da dove si realizza un collegamento a sera con la discoteca della nave. Qui si esibiscono cantanti o dj. Una formula abbastanza triste, perché lo spettacolo che offre non è all’altezza di una prima serata. Guardare un dj che passa dischi per ballare non è entusiasmante per il pubblico a casa.

Con altre aziende come Sephora, Vera Lab, Generali, Coca Cola e Mutti si fa un contratto di associazione al Festival per consentire loro di creare occasioni di promozione sul territorio per i loro prodotti. Esistono modalità più economiche come gli spot che hanno un costo a seconda della durata, dai più brevi come il billboard di 4”, un marchio a schermo intero o delle pubblicità da 15” o telepromozioni da 45”. I golden minute sono le pubblicità d’apertura, solitamente le più care perché tutti vedono l’inizio. Poi ci sono nove pause e quelle di chiusura. Il prezzo più basso è di 27.300 euro per uno spot di 15” prima della chiusura.

Ci sono poi i pacchetti che costano centinaia di migliaia di euro: quello più caro prevede 10 passaggi tra le 22:45 e la mezzanotte e un quarto a 1,91 milioni di euro. La Rai incassa anche dai pacchetti che propone su altri canali: tipo Rai Play, YouTube, RaiRadio2 o su altri programmi che parleranno del Festival come Unomattina, Storie Italiane, Italia Si, Italia in diretta, Domenica In e così via.

Anche i discografici devono investire sui cantanti

Per ogni artista la Casa discografica deve investire circa 100 mila euro. Le spese sono alberghi ristoranti, auto con conducente, truccatori, parte dei vestiti, parrucchieri, sarti ecc. Calcolando che gli artisti in gara sono 30, il totale fa 3 milioni di euro che si riversano sulla città di Sanremo in una settimana. La società Ernst&Young ha calcolato che l’indotto complessivo del Festival ammonta a 186 milioni di euro. Sono infatti più o meno 1.200 gli occupati che nella settimana del Festival si danno da fare per ciò che riguarda l’organizzazione delle serate all’Ariston. I settori coinvolti sono molteplici: ospitalità, organizzazione di eventi, media, editoria, autori.

I discografici ogni anno contestano l’aumento dei costi e chiedono un adeguamento alla Rai. Vorrebbero un a fetta della torta. In perdita sarebbe soprattutto la serata di venerdì, quella dei duetti, che per l’artista in gara non conta nulla, e che viene realizzata unicamente per scopi televisivi. C’è anche un braccio di ferro tra la casa discografica Universal e TikTok. Il social è accusato di non retribuire adeguatamente i video degli artisti. L’anno scorso ha corrisposto soltanto 4,9milioni di euro mentre il giro d’affari complessivo è di 370 milioni. Altre piattaforme come Youtube hanno pagato ben 37,9 milioni di euro. Ormai la musica si vende con i link su queste piattaforme social. I dischi non li compra più nessuno.

Tutti i settori della moda partecipano puntando su cantanti famosi e sconosciuti nella speranza di vendere i propri look

Soprattutto la moda è uno dei grandi finanziatori della kermesse. Ormai dietro ogni cantante c’è una organizzazione complessa che riguarda discografici, produttori e autori di musiche ma anche stilisti che lavorano con le diverse case di moda, consigliando a chi rivolgersi per gli abiti e per gli accessori: scarpe, cintole, sciarpe, guanti, spille, orecchini, orologi, bracciali, collane, ed ancora acconciature, calze, maquillage femminile e, anche se in misura ridotta, maschile. Una macchina che serve a costruire un personaggio o a mantenerlo in alto se già affermato. La ricerca è quella della identità. Spesso non bastano il talento, la voce, la simpatia.

Ci vuole qualcosa che non faccia dimenticare subito il nome, per questo se ne cercano di così astrusi. Così facendo però si inflaziona il campo di segnali sempre più incomprensibili e di difficile memorizzazione. Allora l’abbigliamento viene in soccorso, in maniera che lo spettatore si ricordi almeno di una mise che l’abbia colpito per la sua stranezza. Tanto che diventa quasi più identitario salire sulla scena con giacca e cravatta. Nell’ultima edizione ce ne sono stati pochissimi: Nek e Renga, Russel Crowe, lo stesso John Travolta, Gianni Morandi, Eros Ramazzotti e non ne ricordo altri.

Sembra di stare al Carnevale di Rio, si entra nel vortice della lavatrice e se ne esce a fine Festival completamente storditi

La cosa che più assomiglia al Festival di Sanremo ormai è il Carnevale di Rio. Cinque giorni di follia, che coinvolge un’intera città e i centri vicini e che ferma davanti al monitor più di 10 milioni di persone con share anche del 67%. Solo nella quarta serata, quella delle cover, sul palco sono saliti 171 artisti tra cantanti, ballerini, ospiti, musicisti, coristi, conduttori. Gestire questo inferno di andirivieni, arredi e strumenti immaginate cosa voglia dire.

Lo spettacolo dura per tutta la settimana su ogni rete radio e tv e in ogni programma. Ogni testata manda troupes e inviati a Sanremo e la confusione diventa inverosimile. Si cammina a stento anche nei viali del centro. Cronisti che entrano nelle camere d’albergo per strappare una intervista, fermano ad ogni occasione i cantanti, li bloccano a cena, li svegliano all’alba. E chi non è vessato si dispiace. Anche Mediaset rinuncia a contrapporre programmi alla programmazione del Festival, che dura dalle 20 circa, fino alle 2 del mattino. Non ce n’è per nessuno.

Da gara di canzoni s’è trasformato in uno spettacolo complesso di varie forme d’arte e di messaggi sociali

L’evento televisivo è una sorta di Fashion Week dove l’occhio, scandaglia ogni dettaglio in cerca di cosa è bello e cosa no. Lo sguardo cade sul look dei protagonisti dello spettacolo, conduttori e cantanti, ogni volta come le volte precedenti, più di prima, per 74 volte sempre lo stesso. Ma mentre prima il Festival era una gara di canzoni, adesso è molto di più. La gara è quasi una scusa per parlare di tutto il resto. Della protesta degli agricoltori, di film, spettacoli e tour in uscita nei prossimi mesi, ma anche delle cose più assurde che accadono in Italia e nel mondo, dei balletti, di chi viene e di chi non viene al Festival.

Quest’anno ha fatto scalpore il cortese rifiuto di Yannick Sinner, fresco vincitore del grande slam australiano e della Coppa Davis, battendo i più forti tennisti del mondo. Del resto la Rai aveva snobbato le riprese della gara, che il Presidente Mattarella s’è dovuto andare a cercare su altri canali per poterle vedere.

Poi Yannick deve riposare e prepararsi per le prossime sfide, non gli serve il palcoscenico dell’Ariston e poi per fare che? “Non so cantare, non so ballare… neanche il Ballo del Qua Qua potrei fare.”

La polemica scaturita dalla esibizione di Travolta farà vendere molti sneakers

A questo proposito lo sketch che ha coinvolto John Travolta con la possibile promozione non autorizzata delle sneakers della marca italiana U-Power, di cui l’artista è testimonial, ha scatenato un putiferio sul tipo della promozione di Instagram dell’anno prima, con la solita Chiara Ferragni. La televisione è il più forte mezzo di pubblicità. Sta per essere superata dal web ma non per kermesse tipo Sanremo. Dieci milioni di spettatori tutti insieme sono un bocconcino appetitoso per chiunque debba vendere un prodotto.

Se Travolta ha preso un milione è un affare per U-Power. 0,1 euro per contatto! Ma non finisce qui. Tutta la pubblicità che deriva dai milioni di testi di inchiostro che alimentano la polemica? E i giornali e le tv del mondo occidentale che riprendono il video del balletto? Un vero affare. E di affari si parla quando si mette in piedi Sanremo. La musica è l’ultima cosa. Bella o brutta basta che si vada in onda e succede per almeno 4 volte in cinque sere.

Quattro volte per 10 milioni, quanto fa? Se poi moltiplico quell’investimento per tutte le volte che se ne parla e se ne parlerà? Le sneakers U-Power si staranno vendendo a rotta di collo. A questo serve Sanremo, a vendere e a incassare e a dimenticare la guerra, gli stipendi bassi, i costi della spesa e delle bollette sempre più alte, il lavoro che non c’è, le attese per gli esami medici negli ospedali.

Ogni artista ha un proprio nucleo di aziende che lo seguono

Le sue capacità di selezione sono ridotte. Amadeus va sul sicuro e si affida a Gai Mattiolo per le cinque serate, cambiandosi una giacca quasi ogni ora. Ne ha messe in camerino una decina per tre cambi a serata. È necessario? No, serve per far parlare e far vendere. Più ne mostri più se ne parlerà.

Marco Mengoni fa il co-conduttore nella prima serata e ovviamente una propria esibizione, come per Giorgia e un monologo per Teresa Mannino. Mentre Lorella Cuccarini non può che ricordare i bei tempi ballando. Mengoni, a parte la decisione ormai scontata di mettersi una gonna, mostrando due zeppi secchi, s’è affidato al look Fendi e Versace, arricchiti da gioielli Tiffany. Giorgia nella seconda serata è stata vestita da Dior, un sodalizio che continua anche nei tour della cantante. Teresa Mannino è aiutata da Fausto Puglisi, stilista e direttore del brand Roberto Cavalli.

Mentre Fiorello si è affidato al Re della Moda: Giorgio Armani con il quale ha un forte legame di amicizia, la “più amata degli Italiani”, ora che ha lasciato la cucina, ha scelto abiti vintage per ballare sulle note da Grease a La notte vola.  Il primo di Dolce&Gabbana, con collana e bracciale d’oro e diamanti della collezione Catene di Pomellato e un anello in oro rosa e diamanti della collezione Nudo sempre di Pomellato. Il secondo abito è una creazione di Gianfranco Ferré del 2000, un abito complesso e semplice in nero e bianco con choker di perle e anello di diamanti Salvati e decolleté vertiginoso di Sergio Rossi. L’ultimo è un abito con il firmamento di stelle notturne di Roberto Cavalli. L’acconciatura, con i capelli dall’effetto “wet”, mette i risalto gli orecchini e la collana vintage di Salvati.

Una sfilza di marchi si muovono per essere presenti in questa vetrina

Non vi sto a dire quali siano stati tutti gli abbinamenti dei marchi moda con i vari artisti ma erano presenti i più importanti brand del Made in Italy: Etro, Dolce&Gabbana, Roberto Cavalli, Diesel, Loewe, Moschino, Marc Jacobs, Luisa Spagnoli, Philipp Plein, Paul Shark, Maurizio Miri, Margiela, Zegna, Ferré, Versace, Missoni, JW Anderson, Ottolinger, Prada. Con la partecipazione dei gioielli Crivelli, Pomellato, Damiani, Emanuele Bicocchi, Chopard, Raspini, Rues de Mille, Tiffany, Bulgari, Balenciaga, con calzature Pollini, Valentino Garavani, Pasquale Bruni.

Gli occhiali hanno avuto un ruolo importante a Sanremo. Diodato ci ha fatto addirittura un pezzo: “Occhiali da sole” ma sono soprattutto i rapper a farne grande uso. Per primo Geolier che, abbandonate le felpe, ha indossato una giacca nera attillata per la sua esibizione in napoletano stretto. Comunque è arrivato secondo. L’altro che non si toglie mai le lenti scure è Gazelle, un occhiale squadrato, nerissimo, da nonvedente.

Poi c’è Dargen D’Amico per cui l’eyewear non è solo un segno distintivo ma un modo per nascondere qualcosa di sé. Non se li toglie mai ogni volta che deve apparire in pubblico o scattarsi una foto. Chissà se ci va anche a dormire. Ne ha scelte varie versioni. Una con calzata verde acqua per la prima serata e una modello peluche per fare pendant con gli orsetti cuciti sull’abito. In una seconda esibizione il cantante ha portato un occhiale da sole con tonalità a contrasto, celeste e arancio fluo.

Identico per il coro, ma in versione rossa. Tra gli altri hanno indossato sintomatici occhiali scuri Angela dei Ricchi e Poveri e Ignazio Boschetto del Volo, ma solo fuori dall’Ariston.

Anche nel 2023 molti artisti avevano promosso occhiali da sole

L’anno passato Chiara Ferragni, come co-conduttrice del Festival 2023 aveva realizzato un brand di occhiali da sole e da vista per donna col proprio nome. In altre edizioni Gianluca Grignani era salito sul palco dell’Ariston con occhiali da sole Carrera Vintage per cantare “Cammina nel Sole”. La cantante Paola Iezzi, del duo Paola e Chiara, ha indossato occhiali scuri Tom Ford Nikita. Lo stesso Marco Mengoni non disdegna l’accessorio occhiali da sole e lo scorso anno ne fece uso durante l’esecuzione del brano “Due vite”.

Tutti costoro hanno dimostrato che il modello da sole completa il look misterioso, conferisce presenza e personalità, quando manca, nasconde emozione e stanchezza. Nick Cerioni, stilista di personaggi come Jovanotti, Laura Pausini, Orietta Berti, Angelina Mango e il Volo ha sottolineato che è complicato indossare montature durante le esibizioni, perché possono creare una barriera col pubblico. Ma è proprio quello che vogliono certi rapper.

I marchi di occhiali da sole diventano fonte di ispirazione musicale e c’è chi si tatua il brand sulla faccia

Quanto si farà pagare uno che scrive una canzone su un prodotto commerciale?A volte questi rapper sembrano cavalcare il modello cantante di protesta degli anni ’70. Niente di più falso. Sono imprese commerciali. Lazza, che l’anno passato era in gara con degli indimenticabili occhiali rossi su abito rosso, quest’anno è stato ospite con un paio di Cazal, del designer austriaco Carl Zalloni, uno dei marchi più prestigiosi al mondo, assieme a Kuboraum, Randolph, Eyepetizer, Izipizi, Retrosuperfuture, Chrome Hearts, Goggle, Cat eye, Andy, Wolf, Dabrach, Dzmitry, Samal, Evil Eye. Il brand berlinese ha riscosso un forte successo legandosi a figure di artisti di fama mondiale come Shelton Jackson Lee, detto Spike.

Oppure personaggi dell’Hip Hop come il rapper Rick Ross, che si è fatto tatuare il brand Cazal sulla faccia. Fra le star conquistate da questo marchio c’è anche Brad Pitt. In Italia il brand viene citato nelle canzoni di Lazza che si vede deve avere un bel contratto, anche perché lo scorso anno ha venduto tantissimo, il ché lo rende più simpatico agli occhi del brand. Anche un altro rapper, Gué, visto la sera delle cover a Sanremo, con Geolier, sfoggia spesso i suoi Cazal Legends davanti al pubblico.

Se l’artista non è famoso i brand moda lo usano come veicolo dei loro prodotti, sperando diventi qualcuno. Se invece è un nome, poterlo vestire ha un costo. Diventa quindi un investimento con sicuro ritorno perché il cantante ha già un seguito. Diventare famosi, come per i calciatori o i tennisti, significa guadagnare da più parti.

C’è poi chi indossa gli occhiali da sole per guadagnarsi un bonus Fantasanremo, come fece Lda l’anno passato o chi, come Will, sempre nell’edizione 2023, durante l’esibizione del brano “Stupido”, scese tra il pubblico facendosi un giro e si impossessò di un paio di lenti scure togliendole a uno spettatore in platea, per indossarli lui steso, senza poi restituirli al proprietario. Gesti che dovrebbero essere irriverenti, sullo stile dadaista degli anni ’20, e che invece sono solo stupidi, come il titolo della canzone.