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Rom e sinti: di chi è la colpa se non si integrano?

C’è del marcio nella gestione dei campi rom, ma le colpe della non-integrazione sono anche della comunità rom

Da Monte Mario e Torrevecchia arrivano di nuovo lamentele sulle attività del campo nomadi di via Cesare Lombroso.Stavolta a dare problemi è stato un rogo accesso la sera del 3 marzo, attorno alle 21.00, che stando alle testimonianze della cittadinanza ha prodotto un'aria irrespirabile e tossica, intrisa di odori di plastica e gomma bruciata. L'incomodo, che all'apparenza potrebbe sembrare episodio di scarsa importanza, non è però una novità per la zona, e tra le altre cose ha continuato a dare problemi per tutto il pomeriggio.

Al di là del singolo episodio, quanto accaduto ci porta nuovamente alla mente un grave problema della nostra città: quello della legalità e delle condizioni della popolazioni rom e sinti nella Capitale. Certo problemi maggiori non mancano, ma è indubbio che la questione in oggetto di analisi sia diventata, per fattori politici e di vivibilità reale, un argomento su cui riflettere approfonditamente, giacché il fatto di essere un problema secondario a (ad esempio) bilancio, infrastrutture, sanità e lavoro, non ne giustifica una sua immeritata posizione in fondo alla scala di priorità.

Il recente scandalo su Roma ha messo inoltre in luce un ulteriore problema: quello dei rom e dei sinti, oltre ad essere un problema in sé e per sé, lo è anche nella misura in cui la cittadinanza e l'amministrazione cittadina mettono a disposizione consistenti quantità di denaro per una gestione di quel mondo, che spesso e volentieri, finiscono per oliare il meccanismo della malavita che si celava (e si spera non si celi più) dietro queste attività collegate alle minoranze ed all'accoglienza degli immigrati.

A tal proposito, l'Associazione 21 luglio, promotrice dei diritti rom e sinti nella Capitale, mette in luce proprio quel problema dell'affarismo legato al finanziamento e alla gestione dei campi nomadi, che sono delle potenziali miniere d'oro. Si parla infatti di oltre 24 milioni di euro spesi solo nel 2013 (di cui l’86,4%  utilizzato per la gestione in sé e per sé dei campi e per la vigilanza, mentre il 13,2% è stato destinato ad interventi di scolarizzazione, ed infine solo lo 0,4% per progetti di inclusione sociale). Una cifra rilevante, soprattutto se messa contestualizzata nei magrissimi risultati ottenuti. Per l'Associazione 21 luglio, il sistema dei campi nomadi come modello di gestione è allora da superare, giacché ritenuto molto costoso e gravido di problemi non solo legati a quel genere di criminalità che campa su quei finanziamenti, ma anche perché effettivamente ghettizzante. Su questa idea, su questo superamento dell'attuale modello di gestione, si può dire che il concetto sia, di suo, anche giusto, e che presenti una concettualità corretta; ma al contrario, nella pratica e nell'evidenza dei fatti, questo superamento è proverbialmente categorizzabile come fuffa.

La questione di fondo è che se il problema delle minoranze rom e sinti è visto politicamente solo come un problema che ha di sbagliato il vertice, e cioè l'intero sistema di gestione, o al più di quella inflazionata ignoranza di chi non vuole integrare i rom, ogni proposta (come quella di smantellare i campi rom) torna nella grande famiglia della fuffa politica, o quantomeno in quella dei grandi fallimenti sociali. A creare problemi, infatti, si è generalmente in due; dunque, continuare ostinatamente a dire che se oggi le decine di migliaia di rom che abitano il nostro Paese non si alzano la mattina alle 6.30, si mettono una tuta o una giacca e una cravatta, bevono il caffè preparato dalla moglie alzatasi un'ora prima, baciano i figli e vanno a lavoro, pagando le tasse alla fine del mese, è perché la criminalità legata al mondo politico marcia sulla ferrea volontà di non integrarli, nonché all'ignoranza della gente che ha l'ardire di essersi rotta le scatole di vedersi rubare il portafoglio, è tanto controproducente quanto stupido.

Dunque, se il primo problema reale e concreto (nessuno lo nega, ci mancherebbe) che impedisce l'integrazione di rom e sinti è l'affaristico sistema legato alla gestione dei campi rom, l'altro è indiscutibilmente, innegabilmente ed evidentemente la scarsissima volontà da parte delle medesime minoranze di volersi integrare. Basti ad esempio pensare che in tutta Roma solo 9 ragazzi e ragazze rom sono iscritti a scuole superiori e altri 89 in scuole inferiori. Una cifra ridicola, che ci evidenzia la riluttanza a tirarsi su le maniche e dare un'istruzione decente a questi ragazzi. E non regge neanche la scusa della discriminazione, perché se essa colpisce i rom colpisce anche le seconde generazioni romene, marocchine, algerine, tunisine, albanesi e chi più ne ha più ne metta: tutte che vanno a scuola, tutte che (ovviamente chi più chi meno) danno segnali, o accenni, di integrazione.

L'evidente riluttanza delle popolazioni romanì a volersi integrare in un contesto culturale, economico, sociale ed anche politico a loro estraneo è fatto cronico, endemico e apparentemente insanabile. A scanso di equivoci, diciamolo subito: non è populismo, non è demagogia, non sono becere considerazioni da bar: è storia, di quella secolare. Se infatti qualcuno si interessasse alla storia delle popolazione romanì, si renderebbe conto che nel corso dei secoli neanche le ferree volontà regie ed imperiali forgiate nell'assolutismo monarchico sono riuscite a sortire qualsivoglia risultato nei tentativi di loro integrazione. Ovviamente la frase ferree volontà regie ed imperiali forgiate nell'assolutismo monarchico non è metaforica, bensì esplicante una realtà storiograficamente accertabile.

A integrare i rom ci provarono infatti l'imperatore Federico II di Prussia, Maria Teresa d'Austria, Carlo III di Borbone, l'imperatore del Sacro Romano Impero Giuseppe II e tanti altri tra monarchi e sovrani minori d'Europa, rimanendo, nella stragrande maggioranza dei casi, con un pugno di mosche in mano. Sia con le buone (terreni gratuiti, detassazioni, agevolazioni fiscali, politiche antidiscriminatorie, favoreggiamento matrimoni misti) che con le cattive (confische di carri in grado di rendere quelle popolazioni di nuovo nomadi, divieto di parlare la lingua nativa, divieto di uscire dai terreni assegnati), queste popolazioni sono rimaste incredibilmente immuni a qualunque tipo di integrazione, continuando imperterriti a mantenere e custodire la loro cultura e le loro abitudini.

Ciò non sarebbe neanche sbagliato (lo abbiamo fatto anche noi in America ed in altre terre di emigrazione, sia pur in altra forma), se all'evidenza dei fatti una parte di esse non consistesse nel non impiegarsi stabilmente in qualche lavoro e, quando possibile, vivere di espedienti che contemplano anche attività illegali. Già, perché la faccenda della criminalità non è un fatto recente legato al rigetto del tessuto urbano di quelle popolazioni e alla crisi economica che porta alla disperazione, ma una particolarità che qui da noi affonda le radici addirittura nel Quattrocento, e che ha avuto un degno ed esemplificativo battesimo nel primo grande tentativo di truffa in Italia: quello all'intera popolazione di Fermo, presso la quale, nel XV secolo, un nutrito gruppo di rom si presentò con lettere del Papa (di dubbia autenticità, bisogna dirlo) che li autorizzavano a rubare impunemente per la città, giacché sotto la benedizione del Santo Padre.

Straparlare dunque di integrazione che non viene attuata solo, o comunque maggiormente, per colpa di affaristi e criminali della politica romana e italiana è falso. Ne è splendida riprova il fatto che anche a seguito della rimozione totale o quasi totale (si spera) del marciume corrotto nelle nostre amministrazioni capitoline, non si vedono grandi progressi integrativi per quelle popolazioni. Sarebbe allora auspicabile che le associazioni come la 21 luglio, che invero portano avanti un lavoro serio, oltre che far processi (anche giusti, ci mancherebbe) all'eterno nemico dei rom, e cioè chiunque dica "ma…" di fronte all'inconfutabile candidezza di questa minoranza, operasse per scardinare, anche con forza, le logiche quasi tribali che ancorano ai campi rom e alla cultura della non-integrazione gli stessi rom, che, all'evidenza della storia (e la storia è maestra, non ci piove) non hanno quasi mai dato accenno alcuno alla volontà di volersi integrare, preferendo rimanere in una condizione sociale, economica e culturale aliena al contesto dove erano e dove sono impiantatiti, provocando danni alla loro stessa comunità ed a quella più grande dove prosperano. 

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