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22 Gennaio 2022

Pubblicato il

Pubblicità shock?

Renatino e il Parmigiano: protagonista dello spot più ca(o)seario dell’anno

di Laura Vasselli
Renatino e il Parmigiano: riproposta l'immagine schiavista? Di certo l'azienda non ha saputo comunicare con i consumatori
Renatino Parmigiano Reggiano

Renatino e il caso Parmigiano Reggiano, scoppia il caos mediatico intorno a uno dei prodotti alimentari italiani più amati nel mondo.

Se è vero che – da sempre – la pubblicità è l’anima del commercio, ecco l’altrettanto vero imprevisto e sottile inganno al consumatore che si nasconde dietro l’assenso fin troppo soddisfatto dell’addetto alla preparazione del formaggio italiano più famoso nel mondo.

Renatino, felice di lavorare 365 giorni l’anno

Renatino, protagonista assoluto dello spot, è felice di lavorare ininterrottamente per tutti i trecentosessantacinque giorni dell’anno per la sua amata azienda, affermando testualmente: “Nel Parmigiano Reggiano c’è solo latte, sale e caglio. Nient’altro. Nel siero ci sono i batteri lattici. L’unico additivo è Renatino, che lavora qui da quando aveva 18 anni, tutti i giorni. 365 giorni l’anno“. E ancora: “Ma davvero lavori 365 giorni l’anno e sei felice?” chiede stupita una ragazza e ‘Renatino’ risponde: ““.

Non l’avesse mai detto.

Ha fatto imprevedibilmente scoppiare il caso mediatico, ove lui stesso (Renatino) – da un lato – sarebbe vittima di sfruttamento lavorativo, ove il noto testimonial Stefano Fresi – dall’altro lato – oltre all’umiliazione di essere stato oscurato da Renatino sconosciuto al pubblico perché mero “additivo” del formaggio, si pente di non aver valutato con attenzione l’impegno “artistico” del caso nonostante la scontata garanzia di qualità data dalla regìa di Paolo Genovese.

La preoccupazione di Fresi è stata tale al punto di realizzare un immediato video personale pubblicato su Instagram, nel quale si premurava di specificare ai suoi fans che la pubblicità è soltanto “finzione” per magnificare un prodotto e che nessun torto era stato fatto ai lavoratori, facendo anche riferimento alla sua gavetta personale priva di tutele (forse aggravando la propria posizione) e del suo stesso successo “tardivo” come attore cinematografico.

Renatino e il Parmigiano, la furia collettiva e le scuse dell’azienda

Ma nell’immaginario collettivo questa versione non è stata affatto convincente; del resto, i messaggi politico-economici degli ultimi anni sono stati orientati diversamente con pressanti slogans volti a invitare all’ormai classico “lavorare meno lavorare tutti” in termini di vita sostenibile, soprattutto sul piano ambientale; ecco perché il consumatore medio non l’ha interpretata nel modo desiderato da chi ha realizzato lo spot, nel quale il noto attore che spiega il lavoro di Renatino presentandolo ad un gruppo di giovani, offre l’immagine di costoro che restano letteralmente estasiati dalla sua dedizione al lavoro ininterrotto senza tregue e libertà, ovviamente in termini di fine settimana, ferie e addirittura di malattia.

Dal lato esterno si è quindi scatenata la furia collettiva sui social di tutti quelli che, in soli trenta secondi di spot, hanno accusato l’azienda committente della pubblicità di sfruttare i lavoratori ove fanno affermare all’ingenuo Renatino che “lavorare 365 giorni l’anno rende pure felici…”

Prontamente, l’azienda si è scusata per aver sottovalutato la sensibilità dei consumatori, ripromettendosi di modificare la pianificazione della campagna. Ma soprattutto di intervenire direttamente sullo spot “incriminato”, pur ribadendo che l’azienda stessa non sarebbe ai propri livelli mondiali di qualità da mille anni se il lavoro non si svolgesse realmente “accaventiquattro”.

Se il mezzo è il messaggio: riproposta l’immagine schiavista?

Che dire, se non ricordare in questo caso il lucido e attuale pensiero di Marshall McLuhan che nella sua opera più nota che è “Gli strumenti del comunicare”, ci spiegava che “il mezzo è il messaggio”?

L’azienda ha forse peccato di autoreferenzialità?

L’elogio del prodotto Parmigiano Reggiano ha esaltato la cultura lavorista in danno alle tutele maturate nei decenni riproponendo un regime schiavista?

La comunicazione pubblicitaria in generale, nonostante l’impegno artistico ed economico di chi si propone di realizzarla, deve tenere sempre conto, in primo luogo, della finalità di lucro che propone a sé stessa. E non può commettere errori che potrebbero irritare i destinatari del messaggio, ben consapevoli dell’aspetto commerciale che l’accompagna.

La responsabilità è del mittente

Per essere efficaci nell’espletamento delle attività di divulgazione dei prodotti sul mercato, occorre essere cauti perché il persuasore occulto – che deve sempre studiare costantemente e con grande attenzione le abitudini del pubblico per soddisfarne le aspettative – deve essere sempre in grado di comprendere perché il destinatario non ha compreso il messaggio. Il quale evidentemente si presenta in modo non chiaro e non condivisibile, anche sul piano ideologico.

L’errore è quindi aziendale, si rivela tale “a monte” perché – in sintesi finale – nessun consumatore potrà mai essere rimproverato per il fatto di non aver compreso un messaggio pubblicitario in cui ove l’emittente, che comunque riveste in ogni caso il ruolo del contraente più forte, non ha apprestato le opportune cautele, così da dover essere considerato sempre e in ogni caso il primo responsabile della comunicazione reclamistica di cui è portatore.

 
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