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29 Ottobre 2020

Pubblicato il

La consultazione del 20-21 settembre

Referendum sul taglio dei parlamentari, gli unici coerenti sono M5S e FdI

di Mirko Ciminiello

Le forze politiche sono quasi tutte schierate per il Sì, ma la realtà è che intimamente auspicano la vittoria del No. E soprattutto all’interno di Pd e FI la confusione regna sovrana

fac simile della scheda per il referendum sul taglio dei parlamentari
Fac simile della scheda per il referendum 2020

Il 20 e 21 settembre prossimi si terrà, come noto, il referendum sul taglio dei parlamentari. Contestualmente, gli Italiani saranno chiamati a esprimersi sul rinnovo delle amministrazioni di sette Regioni e quasi mille Comuni. Inutile nascondere, però, che gli sguardi degli osservatori saranno puntati in modo pressoché esclusivo sulla consultazione referendaria – che peraltro ha già fatto registrare conseguenze paradossali. Come il fatto che (quasi) tutte le forze politiche stanno facendo campagna per il risultato opposto a quello che intimamente auspicano.

Il referendum sul taglio dei parlamentari

«Approvate il testo della legge costituzionale concernente: “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 240 del 12 ottobre 2019?»

Questo, come reso noto dal sito del Ministero dell’Interno, è il quesito su cui gli Italiani dovranno pronunciarsi nella tornata elettorale del prossimo 20-21 settembre. Sarà la quarta volta, nella Storia repubblicana, che avrà luogo un referendum confermativo che, non avendo quorum, sarà valido indipendentemente dall’affluenza.

I precedenti risalgono al 2001, quando venne approvata la riforma del Titolo V della Carta. Al 2006 e al 2016, quando vennero bocciate le riforme costituzionali varate dai Governi guidati rispettivamente da Silvio Berlusconi e da Matteo Renzi. Riforme che, curiosamente, prevedevano entrambe una riduzione del numero dei parlamentari.

Quattro anni e tre esecutivi dopo, l’esito sembra nuovamente scontato, stavolta però in senso inverso. Una recente rilevazione, infatti, ha accreditato il di oltre il doppio delle preferenze rispetto al No – precisamente, il 42% contro il 15,8%. Anche se l’esercito degli indecisi, che conta ben quattro elettori su dieci, sarebbe potenzialmente in grado di ribaltare qualsiasi pronostico.

Se non vi saranno sorprese, comunque, i deputati passeranno dagli attuali 630 a 400, mentre i senatori si ridurranno da 315 a 200. Verrebbero anche sforbiciati gli eletti nella circoscrizione Estero, e si stabilirebbe che i senatori a vita di nomina presidenziale non potrebbero essere più di cinque.

La riforma, che comunque entrerebbe in vigore a partire dallo scioglimento delle Camere successivo alla sua approvazione, ha avuto il via libera dell’Assemblea a maggioranza schiacciante. Era dunque pressoché inevitabile che l’arco costituzionale si schierasse compatto – salvo rare eccezioni – per il Sì al referendum sul taglio dei parlamentari. Anche se, per lo più, controvoglia.

Le posizioni dei partiti

Il leader che con più decisione si sta spendendo per la vittoria del Sì è senza dubbio il grillino Luigi Di Maio. Il che di certo non sorprende, considerato che la riforma sottoposta al vaglio dei cittadini è una delle bandiere dei pentastellati.

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In effetti, il MoVimento è forse l’unica forza politica che sul tema ha sempre mostrato una coerenza granitica, assieme a Fratelli d’Italia. Il solo partito a non aver aderito, a Palazzo Madama, alla raccolta di firme per far celebrare il referendum confermativo.

«Non mi sfugge che un eventuale successo del No potrebbe mettere in difficoltà la maggioranza» ha precisato la leader Giorgia Meloni. «Ma non baratto una cosa in cui credo con l’utilità di un momento».

Nel centrodestra, comunque, le posizioni sono quantomai variegate. Dal Carroccio, il segretario Matteo Salvini ha affermato che «la Lega vota Sì, anche se non siamo proprietari del cuore e dell’anima degli Italiani». Ma i distinguo, che pure non mancano neppure all’interno di M5S e FdI, in via Bellerio iniziano già ad assumere un certo peso. Un big come Claudio Borghi, per esempio, ha annunciato il proprio voto contrario, chiarendo anche di essersi espresso diversamente in Parlamento per disciplina di partito.

In grande confusione sembra invece essere Forza Italia, anche se recentemente il presidente Berlusconi ha espresso un giudizio piuttosto critico sulla riforma. «Fatto così, come lo vogliono i grillini, il taglio dei parlamentari rischia di essere solo un atto demagogico che limita la rappresentanza, riduce la libertà e la nostra democrazia». Con lui la capogruppo in Senato Anna Maria Bernini, ma la presidentessa dei deputati azzurri Mariastella Gelmini ha dato indicazioni opposte. Non certo il miglior viatico in vista dell’appuntamento referendario.

La sinistra e il referendum sul taglio dei parlamentari

Poi c’è il caso più eclatante, quello del Pd. Per tre volte schierato contro la riforma in Parlamento, ha dovuto ingoiare il rospo nell’ultima votazione per ragioni di realpolitik. Aveva però preteso che la riforma venisse accompagnata da una nuova legge elettorale, da approvare almeno in prima lettura entro la data del referendum. Eppure, malgrado il segretario Nicola Zingaretti abbia assunto le fattezze di un disco rotto, non c’è stato alcun passo avanti in tal senso. Come ha (di nuovo) sottolineato con stizza l’ex presidente Matteo Orfini.

Leggo che alcuni esponenti del Pd per spiegare le ragioni del loro Sì al #referendum utilizzano argomenti che non trovo…

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Pubblicato da Matteo Orfini su Giovedì 27 agosto 2020

L’accordo di maggioranza, che prevedeva un sistema proporzionale con soglia di sbarramento al 5%, è infatti saltato quando i sondaggi hanno riportato Italia Viva sulla terra. A proposito poi dei renziani, l’altro Matteo parrebbe il degno allievo del suo illustre concittadino Dante quando scriveva: “sì e no nel capo mi tenciona”. O, per meglio dire, non sembra particolarmente appassionato al dibattito sul referendum sul taglio dei parlamentari, su cui è stato tranchant. È «più inutile che dannoso», lo ha liquidato senza mezzi termini.

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Certo, è più semplice quando il gradimento degli elettori è così basso da essere praticamente sicuri di non essere rieletti sotto qualsiasi condizione. A quel punto, però, si può sempre optare per una strategia alla “muoia Sansone con tutti i Filistei”. Basta solo capire chi siano, per l’occasione, i Filistei. E poi preparare i pop-corn.

 
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