Referendum del 22 e 23 marzo: la Costituzione non è un soprammobile
Nel nostro ordinamento esistono due figure centrali di Magistrati nel processo: il giudice, che decide; il pubblico ministero, che accusa
La Costituzione non è un soprammobile. Non è un volumetto educato che aspetta di essere sfogliato tra un classico russo e un codice commentato. È un giuramento inciso dopo la vergogna. Dopo le macerie. Dopo il sangue. Dopo la fame. È nata quando l’Italia non era una cartolina per turisti ma un Paese ferito, umiliato, costretto a guardarsi allo specchio e a decidere cosa voleva diventare. La Costituzione è questo: la decisione di non ricadere nell’abisso.
Immaginate l’Italia come una casa immensa, litigiosa, meravigliosa e fragile. Dentro quella casa gridano opinioni, interessi, ambizioni, paure. Per tenerla in piedi non bastano buone maniere. Servono regole. Regole più alte di chi governa e di chi amministra la legge. Regole che non si piegano all’umore del giorno. Regole che resistono anche quando il potere, politico o giudiziario, diventa impaziente.
Questo è la Costituzione: il limite. Il confine che il potere, politico o giudiziario, non può oltrepassare senza tradire sé stesso. Dentro quelle pagine c’è scritto chi decide le leggi e come e come opera il Parlamento, cosa fa il Presidente della Repubblica. C’è scritto qual è il ruolo della Magistratura e come votano i cittadini. E’ sottolineato che la legge è uguale per tutti e che non si interpreta per gli amici e si applica per i nemici. C’è scritto che ognuno ha diritto di parola, di difesa, di studio. Che nessuno può essere punito senza un processo giusto.
Non sono ornamenti retorici. Sono argini contro l’arbitrio. Sono dighe contro la tentazione di chi governa o di chi giudica di credersi eterno e superiore. La Costituzione è il tetto della casa. Se lo fori, entra l’acqua. Se lo smonti con leggerezza, non crolla solo una tegola: crolla l’equilibrio. E cambiarla non è un passatempo. Non è un gioco di maggioranze aritmetiche. Per modificarla servono due votazioni parlamentari. Servono tempo e una maggioranza ampia. E se quella maggioranza non è abbastanza larga, intervengono i cittadini.
Perché le fondamenta della Repubblica non si toccano distrattamente. Si toccano sapendo che ogni colpo di martello risuona nella vita delle persone. Il referendum è il momento in cui il popolo non delega. Non sussurra. Decide. La domanda del referendum del 22 e 23 marzo è semplice, brutale: vuoi questa modifica della Giustizia oppure no? Sì: la riforma entra in vigore. No: tutto resta com’era. Non serve un numero minimo di partecipanti (il quorum). Conta chi sceglie e conta chi decide di non restare spettatore. Il referendum è su una legge di revisione della Costituzione. Non una virgola. Non una nota a margine. Un intervento sulle fondamenta della Giustizia.
Nel nostro ordinamento esistono due figure centrali di Magistrati nel processo: il giudice, che decide, che è un Magistrato; il pubblico ministero, che accusa, che è un Magistrato. Finora appartengono allo stesso ordine, la Magistratura, entrambi. Possono, a determinate condizioni, passare da una funzione all’altra nel corso della carriera. La riforma propone una frattura netta. Giudici soltanto giudici. Pubblici ministeri soltanto pubblici ministeri. Entrambi, rimarranno Magistrati, ma con ruoli separati. Carriere separate.
Percorsi che non si incrociano. Oggi esiste un unico Consiglio Superiore della Magistratura, che governa assunzioni, trasferimenti, promozioni, disciplina. La riforma prevede invece due Consigli Superiori della Magistratura distinti: uno per i giudici, uno per i pubblici ministeri. E introduce un’Alta Corte disciplinare, scelti in parte dal Presidente della Repubblica, in parte dal Parlamento, in parte mediante sorteggio tra giuristi esperti. Sarà questo organo a giudicare le violazioni dei Magistrati, ossia Giudici e Pubblici Ministeri. Per fare tutto questo si modificano diversi articoli della Costituzione.
Non è un maquillage tecnico. È una riscrittura dell’architettura istituzionale. I favorevoli dicono: il giudice deve essere un arbitro assoluto. E un arbitro, per essere credibile, deve apparire distante dalle parti. Se giudice e pubblico ministero condividono lo stesso ordine (la stessa Magistratura), anche solo simbolicamente, può nascere un dubbio di imparzialità. Separare le carriere tra Pubblici Ministeri e Giudici – sostengono – rafforza la neutralità del Giudice. Rende più limpida la distinzione tra chi accusa (ossia il Pubblico Ministero) e chi decide (il Giudice).
Chiarisce le responsabilità. Rende più trasparente la disciplina. I contrari rispondono con un’altra inquietudine. Dicono: oggi Giudici e Pubblici Ministeri sono indipendenti proprio perché appartengono a un ordine autonomo dalla politica, la Magistratura. Separarli potrebbe esporre l’accusa (ossia i Pubblici Ministeri) a una futura pressione maggiore del potere politico. E quando la giustizia si avvicina troppo al governo, la democrazia si incrina.
Temono che due Consigli Superiori della Magistratura distinti rendano più permeabile il sistema alle influenze politiche. Ricordano che l’indipendenza non è un privilegio corporativo, ma una garanzia per il cittadino comune. Altri ancora si chiedono se fosse davvero necessario intervenire su un equilibrio che dura da decenni. Se l’urgenza sia reale o costruita. Non è uno scontro tra santi e demoni. È uno scontro tra idee diverse di Giustizia. C’è chi pensa che la distanza formale tra accusa e giudizio rafforzi la fiducia nell’imparzialità del Giudice.
E c’è chi teme che quella distanza possa indebolire l’autonomia complessiva della Magistratura. In gioco non c’è un tecnicismo per addetti ai lavori. C’è il modo in cui lo Stato decide come esercitare il potere di punire. E il potere di punire è il più terribile tra i poteri, perché non ci si crede, finché non lo si prova sulla propria pelle. Perché entra nella libertà delle persone. Perché decide reputazioni, patrimoni, destini. La Costituzione serve a questo: a impedire che quel potere, di qualsiasi natura, politico o giudiziario, diventi arbitrio. A ricordare che per tutti esiste un limite, per i politici, così come per i giudici. E che quel limite non appartiene ai governi o alla magistratura, ma al popolo. Appartiene ai cittadini.
Avv. Carlo Affinito
