Più libri più liberi, a Roma è scontro sul documento antifascista chiesto agli editori

Roma al centro del caso Più libri più liberi: Meloni parla di censura, la Fiera difende il documento sui valori antifascisti
Di Alessandra Monti
Fiera Più Libri più liberi

A Roma la polemica su Più libri più liberi entra nel vivo dopo la richiesta agli editori di firmare un documento sui valori costituzionali, democratici e antifascisti per partecipare alla fiera. Giorgia Meloni attacca l’iniziativa e parla di censura. L’organizzazione replica: non è un filtro politico, ma una richiesta di chiarezza dopo le tensioni dell’ultima edizione.

Più libri più liberi, la polemica romana sul modulo agli editori

Il caso nasce dentro uno degli appuntamenti culturali più riconoscibili della Capitale. Più libri più liberi, fiera dedicata alla piccola e media editoria, ha introdotto per gli editori una dichiarazione di adesione ai valori costituzionali e democratici, con un richiamo esplicito all’antifascismo e al rifiuto di contenuti che possano configurare apologia del fascismo, incitamento all’odio o discriminazione.

La novità va letta alla luce di quanto accaduto nell’edizione precedente, quando la presenza di una casa editrice, Passaggio al Bosco, accusata da una parte del mondo culturale di pubblicare testi di area neofascista aveva provocato proteste, prese di posizione, stand coperti e un confronto molto duro dentro la fiera. La domanda che allora aveva attraversato il dibattito era semplice e pesante: una manifestazione del libro può ospitare qualsiasi catalogo in nome della libertà editoriale oppure deve darsi limiti coerenti con i valori costituzionali?

La risposta organizzativa è arrivata con il documento chiesto agli editori. Nelle intenzioni della Fiera, quel testo serve a evitare ambiguità e a fissare una base comune. Nel dibattito politico, però, è stato letto in modo opposto. Giorgia Meloni lo ha definito un “patentino antifascista” e ha parlato di censura, accusando la sinistra di usare l’antifascismo come schermo per cancellare le idee non allineate.

Meloni parla di censura: il caso diventa nazionale

L’intervento della Presidente del Consiglio ha spostato la vicenda dal piano culturale a quello politico. Meloni contesta l’idea che un editore debba sottoscrivere una dichiarazione di questo tipo per poter partecipare a una fiera del libro. Nella sua lettura, l’antifascismo rischia di diventare una formula usata per delimitare il campo delle idee ammesse, con un effetto di esclusione preventiva.

Il ragionamento della premier tocca un tema sensibile per l’editoria: la libertà di pubblicare e vendere libri senza dover passare da una verifica ideologica. Il termine “patentino” serve proprio a evocare un permesso, un lasciapassare, una certificazione richiesta prima dell’ingresso. È qui che nasce l’accusa di censura, anche se il testo del documento viene presentato dalla Fiera come richiamo ai principi costituzionali e non come adesione a una linea politica.

Per Roma, il caso ha una risonanza particolare. La fiera si svolge nella Capitale, in un contesto dove cultura, istituzioni e politica nazionale si incrociano in modo costante. Più libri più liberi è una piazza editoriale dove si incontrano sensibilità diverse, piccoli marchi indipendenti, autori noti, lettori, scuole, operatori del settore. Ogni scelta organizzativa legata alla partecipazione assume dunque un valore pubblico molto più ampio.

La Fiera si difende: “Nessuna censura, serve chiarezza”

La replica dell’organizzazione punta a separare il documento dall’accusa politica. La richiesta di sottoscrivere i valori costituzionali, democratici e antifascisti viene definita un’esigenza di chiarezza, non una forma di censura. La Fiera insiste sul carattere istituzionale della dichiarazione: nessuna visione di parte, nessun riferimento partitico, nessuna volontà di selezionare gli editori sulla base delle loro opinioni.

Allo stesso tempo, il comunicato mostra consapevolezza del clima creato dalla polemica. L’intervento della Presidente del Consiglio e il dibattito generale spingono l’organizzazione ad aprire un approfondimento ulteriore, per rispetto istituzionale. È un passaggio che indica prudenza: la Fiera non rinnega la scelta, ma riconosce che la sua applicazione e la sua comunicazione meritano una verifica.

Qui si concentra il cuore della questione. Per l’organizzazione, chiedere di non promuovere fascismo, totalitarismi, odio e discriminazione significa tutelare la natura democratica della fiera. Per chi critica la decisione, inserire quella dichiarazione nel percorso di partecipazione rischia di trasformarla in una soglia d’accesso. La distanza non riguarda solo le parole, ma il significato politico attribuito alla firma.

La Nuvola, gli editori indipendenti e il rischio di una fiera divisa

Più libri più liberi vive della presenza degli editori indipendenti. Per molti di loro, la fiera romana è una delle poche occasioni dell’anno per raggiungere un pubblico vasto, presentare novità, stringere contatti professionali e dare forza a cataloghi costruiti lontano dai grandi gruppi. Per questo la polemica sul documento non è un dettaglio burocratico. Incide sulla percezione stessa dell’evento.

La fiera deve ora evitare che il dibattito sui valori antifascisti oscuri il ruolo dei libri e degli editori. La gestione del caso sarà decisiva: una formulazione troppo rigida può alimentare nuove accuse di esclusione, una retromarcia totale può essere letta come cedimento rispetto alla necessità di prendere posizione dopo le tensioni dell’edizione precedente. La via più solida passa da una spiegazione chiara delle regole e da un testo capace di non prestarsi a letture ambigue.

 
CATEGORIA

Cronaca

DATA

Condividi l'articolo su

Scorri lateralmente questa lista