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01 Dicembre 2020

Pubblicato il

Padre violento tenta di soffocare il figlio di sei mesi, ripreso da un video

di Gaia Messina

È stato identificato dai carabinieri per via dei tatuaggi presenti sulla spalla destra

Padre violento
Carabinieri

Catania: uomo di 35 anni tenta di soffocare il figlio di sei mesi. Viene incastrato dalle telecamere e posto agli arresti domiciliari.

L’uomo è stato filmato dalla compagna e madre del piccolo, anche lei vittima della violenza dell’uomo. La donna ha contattato le forze dell’ordine, mostrando loro le immagini della brutalità del compagno nei confronti del bambino.

Nei video, l’uomo stringeva il bambino per il collo tentando di soffocarlo. È stato identificato dai carabinieri per via dei tatuaggi presenti sulla spalla destra.

In Italia pene troppo leggere?

Dopo aver verificato l’attendibilità dei video, i carabinieri hanno provveduto ad arrestarlo, ponendolo però agli arresti domiciliari. Già nel gennaio 2018 l’uomo, che fa spesso uso di sostanze stupefacenti, aveva perso la responsabilità genitoriale nei confronti di un’altra figlia avuta in precedenza. Si era mostrato totalmente disinteressato alla bambina, poi affidata agli zii materni.

L’uomo, indagato per lesioni aggravate nei confronti della compagna e del piccolo di sei mesi, ha chiesto e ottenuto gli arresti domiciliari. Sarà effettivamente allontanato dalle vittime? È una domanda lecita che sorge spontaneamente.

In Italia spesso le pene risultano dunque essere troppo leggere e, nonostante ordini restrittivi, si assiste a episodi recidivi dei “carnefici” nei confronti delle proprie vittime.

Violenze familiari e condizioni precarie della famiglia

Le forze dell’ordine hanno riscontrato precarie condizioni igieniche nell’abitazione della coppia, oltre che l’assenza di elettricità. Inoltre le vittime venivano spesso sentite piangere dai vicini. Erano udibili anche gli schiaffi che l’uomo infliggeva loro. Quest’ultimo giustificava le sue violenze sostenendo che i bambini non smettessero mai di piangere.

Una vicina accoglieva spesso i bambini nella sua abitazione e, specie il più grande, non voleva più andar via per paura che l’uomo avesse altri attacchi d’ira nei loro confronti.

Violenza domestica su donne e sui minori

La violenza domestica viene sempre accompagnata da comportamenti di manipolazione mentale che il carnefice mette in atto nei confronti delle vittime (spesso moglie e figli), comportamenti che possono essere compiuti anche in assenza di violenza fisica.

Le donne maltrattate spesso si identificano con il problema: pensano di essere loro sbagliate e dunque la causa dei maltrattamenti subìti. Iniziano ad avere paura dell’abusante e modificano il loro comportamento per evitare di suscitare l’ira del proprio carnefice. Iniziano a provare sensi di colpa e pensano di essere mentalmente instabili e per questo “degne” dei maltrattamenti ricevuti.

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Come evidenziato da diversi studi, queste donne vivono uno stato cronico di maltrattamento, costantemente in attesa del prossimo sopruso. Mostrano ipervigilanza, paura, sfinimento, confusione, disorientamento (Grant, C.A., 1995).

Anche la violenza su minori è un fenomeno molto diffuso e presente in ogni cultura. Avviene prevalentemente nel contesto familiare. Sono spesso i genitori, persone che dovrebbero amarli, supportarli, sostenerli, proteggerli, a divenire aguzzini dei propri figli.

Strategie per affrontare l’abusante

Spesso le vittime mettono in atto delle strategie che risultano inefficaci: minacciare di chiamare la polizia, di lasciare il proprio partner, evitare di mettere in atto comportamenti non graditi, andare via di casa per alcuni periodi.

Risulta invece fondamentale richiedere un aiuto esterno. Contattare centri antiviolenza, chiedere il supporto fisico ed emotivo di persone vicine, chiamare un legale.

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Mettere in atto queste strategie funzionali, però, non risulta facile. Infatti il processo di manipolazione mentale e di brainwashing (lavaggio del cervello), come già accennato, generano nella vittima sensi di colpa e la portano a sentirsi sbagliata e a credere di meritare il male che gli viene inflitto.

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