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25 Ottobre 2020

Pubblicato il

Verità rimosse

Ovvio: i complotti esistono. E ora dimostrate di no, egregi debunker

di Federico Zamboni

Gli intrighi esistono da sempre. Perché in questa nostra epoca dovrebbe essere diverso?

Sull’11 settembre o sul Covid 19 si può discutere. Ma che il Potere agisca alla luce del sole è una favoletta per gli imbecilli

I complotti sono una cosa seria. I complottisti non sempre. O addirittura di rado.

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I complotti, come spiegheremo tra poco e sfidando qualsiasi possibilità di confutazione, sono un fenomeno del tutto logico. Al punto che si possono considerare una caratteristica “naturale” del potere. Il potere di chi non ha certo di mira il bene della collettività. Bensì il proprio tornaconto. Il proprio arricchimento smodato. Come i super speculatori della finanza, per fare un primo esempio che è alla portata di chiunque.

I complottisti, purtroppo, sono per lo più dei dilettanti allo sbaraglio. E quindi non all’altezza del compito (sacrosanto) che si sono dati. Nell’ansia di denunciare le falsità delle classi dirigenti, più o meno occulte, si lasciano prendere la mano e non ci mettono tutta la cura che ci vorrebbe, togliendo lucidità alle loro requisitorie. Togliendo credibilità alle loro rivelazioni, o presunte tali. Rendendole addirittura controproducenti: perché nelle imprecisioni, negli abbagli, negli eccessi di foga, i sedicenti debunker ci sguazzano: “screditarne uno, per liquidarli tutti”.

Per liquidare, anzi, l’idea stessa che sta alla base del cosiddetto complottismo. Quella che esistano dei potentati che agiscono dietro le quinte delle istituzioni ufficiali e che si guardano bene dallo svelare pubblicamente le proprie strategie di dominio, attuandole invece con metodi tanto segreti quanto privi di scrupoli.

La chiave di volta è tutta qui.

È nel chiedersi, dapprima in linea di principio e solo successivamente sul piano pratico, se questa dimensione nascosta ed estremamente spregiudicata sia davvero un’ipotesi assurda. O se al contrario, come abbiamo già anticipato all’inizio, sia perfettamente logica. Talmente logica da diventare quasi lapalissiana: a carte scoperte non si gioca manco a rubamazzo e quando in palio c’è solo una vittoria platonica o tutt’al più una consumazione al bar. Figuriamoci quando si tratta di interessi giganteschi. Talmente giganteschi da diventare incommensurabili: poiché il denaro stesso, benché in quantità così enormi da andare al di là delle normali capacità di immaginazione, non è il fine ultimo di ciò che viene fatto – di ciò che viene ordito – ma uno strumento. Messo al servizio di una smania di affermazione, e di sopraffazione, che non conosce alcun limite .

A maggior ragione in un’epoca, come quella attuale, che è imperniata sull’idea di uno sviluppo economico infinito e in cui l’accumulo di capitali, ossia di potere, non è sottoposto ad alcun vincolo assoluto di natura politica. Sorvolando così su un’altra verità lapalissiana: i soldi, specie in una società materialista e che ha ridotto l’etica ai discorsi di facciata e alle prescrizioni ipocrite del politicamente corretto, sono una formidabile arma di condizionamento. O addirittura di corruzione.

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La frase che lo sintetizza è un luogo comune ripetuto senza batter ciglio. O con un filo di compiacimento, da persone navigate che hanno capito come gira il mondo: “tutti hanno un prezzo”.

Magari tutti tutti, no. Ma moltissimi sì, eccome.

Se succede ai livelli inferiori…

Per constatare l’esistenza e la diffusione degli accordi occulti non c’è nessun bisogno di fare chissà quali indagini, sforzandosi di penetrare nelle stanze dei bottoni della politica o dell’economia. O nel cuore delle organizzazioni semi segrete usualmente citate dai complottisti, tipo il Club Bilderberg, la Trilateral Commission, o le logge massoniche di questa o quella obbedienza.

È molto più semplice. Basta osservare gli scandali, innanzitutto economici, che vengono alla luce e di cui i media mainstream non mancano di dare notizia.

Qual è il filo conduttore? È che le zone d’ombra, o peggio, non sono affatto l’eccezione. I manager sono abituati a muoversi sul confine tra legalità e illegalità, per il lampante e granitico motivo che il loro compito (la loro mission…) non è offrire luminose dimostrazioni di correttezza ma massimizzare i profitti.

Che tutto ciò accada, e accada di continuo, è innegabile. E basta fare qualche ricerca online per trovarne innumerevoli conferme, anche su un quotidiano apertamente schierato come Il Sole 24Ore, che è l’organo di Confindustria. Vedi le multe miliardarie ai colossi bancari. Vedi gli accordi di cartello tra imprese dello stesso settore. Vedi il Dieselgate della Volkswagen. Vedi gli innumerevoli casi che vanno dalle multinazionali planetarie alle aziendine locali.

Se poi dall’economia ci si sposta alla politica, il degrado è ancora più palese: per raggiungere una carica elettiva, e poi un incarico di governo o anche solo di sottogoverno, la lotta è senza esclusione di colpi. Sorrisi in pubblico e agguati alle spalle. Coltellate e giravolte. E sono persino degli eufemismi.

Sorveglianti a senso unico

C’è una domandina alla quale rispondere, allora. Come si spiegherebbe che al crescere esponenziale degli interessi, sia personali sia di fazione, il consueto cinismo si dissolva di incanto e quei sicari di successo si trasformino, tutto a un tratto, nella versione moderna dei paladini di re Artù?

Non si spiega, infatti.

Non potendolo spiegare, si rimuove il problema. Ciò che è addirittura ovvio viene negato per partito preso. Lo si esclude a priori, come una palese assurdità. Nel falsissimo presupposto che nulla possa essere davvero occulto perché i media vigilano, perché l’opinione pubblica si informa, perché i cittadini eleggono liberamente i propri rappresentanti. O forse, addirittura, perché chi è salito ai vertici delle pseudo democrazie occidentali non può essere in nessun caso un soggetto completamente privo di etica e di empatia per i suoi stessi connazionali, o per gli altri esseri umani.

Il ribaltamento è totale. Alle contese per il potere, che da sempre sono il regno degli intrighi e delle menzogne, si attribuisce una sostanziale trasparenza. Nonché un’aspirazione sincera ad agire per il meglio: magari sbagliando, ma pur sempre con ottime intenzioni.

Le versioni ufficiali sono innalzate a certezze oggettive. Chi osa negarle viene tacciato di essere un visionario. Un maniaco del “complottismo”, appunto.

Ma è il termine di partenza a essere fuorviante: complotto suona improbabile e romanzesco, nell’accezione peggiore della parola. Il suffisso “ismo” lo stigmatizza ulteriormente. La pericolosità di chi agisce di nascosto, e a danno della collettività, viene ridotta a caricatura: gli incappucciati che si incontrano nottetempo e in qualche sotterraneo male illuminato.

Ridicolo. Ma in senso opposto a quello voluto da chi cerca di buttarla in farsa. A essere oscuri sono gli scopi, non gli ambienti in cui ci si riunisce. I “cappucci” del Duemila non sono affatto di stoffa: sono le cortine fumogene dei media compiacenti.

La verità è elementare: Potere e limpidezza sono agli antipodi.

I cosiddetti complottisti cercano di addentrarsi in questi territori tenebrosi e molte volte ci si perdono, incapricciandosi delle tesi più inverosimili o non vagliando rigorosamente le proprie affermazioni. Ma i sedicenti debunker fanno molto peggio: negano in radice che la questione esista.

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Strano. Così acuti e instancabili nel fare le pulci agli altri, così accomodanti e pigri nei confronti dell’establishment.

 
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