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01 Ottobre 2020

Pubblicato il

L'approfondimento

Omicidio Colleferro, i muscoli della decadenza del nostro tempo

di Massimo Benedetti

Tra i fattori che hanno fatto da humus all'atroce omicidio di Colleferro la deumanizzazione della vittima, che fa perdere ogni empatia e moralità

Omicidio Colleferro

Omicidio Colleferro, i muscoli della decadenza. Non di una città o di un paese, ma di un’epoca e del nostro tempo.

Sono seduto al bar, il cornetto in una mano e la tazza del cappuccino nell’altre.

Wroom, Wroom.

Lo zizzagare di uno scooter rapisce la mia attenzione.

Un T/MAX nero. Sopra un tipo con canottiera e pantaloncino corto. Un piede sulla pedana dritto verso la direzione di marcia, l’altro fuori, come anche il ginocchio. Sul polpaccio ha tatuata, credo, una poesia.

Si ferma, mette con un movimento quasi automatizzato il cavalletto, e senza togliere il casco entra nel bar.

finisco il mio cappuccino… Il cornetto ancora no.

Un colpo di clacson.

E’ il signore dentro la Panda che suona. Non può uscire dal parcheggio, c’è una moto dietro.

Un altro colpo di clacson.

Niente

Lo sportello della Panda si apre e per un’istante diventa la stampella di sostegno del suo proprietario, che ci poggia sopra il braccio.

Un doppio colpettino di clacson ancora. Ma niente.

Faccio un segno dal tavolo per rubare l’attenzione del tipo poggiato allo sportello.

E’ all’interno del bar. Quasi a suggerirgli di andarlo a chiamare.

In risposta ricevo un colpo di clacson, questa volta più duro, più lungo, pieno di rabbia.

Ma niente.

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Lo sportello della Panda smette di fungere da puntello e si chiude improvvisamente. Colui che vi si era poggiato ora sta girando dietro la macchina. Una mano sulla manopola dell’acceleratore l’altra sul maniglione della sella e con il piede toglie il cavalletto.

-Oh, che cazzo stai a fa!?- si sente gridare dalla porta del bar.

riesco a contare sei, forse otto gambe svicolare velocemente fra il mio tavolino e quelli attorno.

-oh! ah pezzo de merda! Che stai a fa?- quasi fosse un coro di voci.

In quattro circondano l’uomo che poco prima suona il clacson e che ora da voce alle sue ragioni.

-E’ un’ora che suono!-

-Ma quale n’ora che soni che so’ appena arrivato! –

La presa della moto comincia vistosamente a pesare fra le braccia del proprietario della Panda. A pesare troppo, tanto che la moto comincia ad inclinarsi. Sta per cadere. No non cade proprio, si poggia sul paraurti della Panda che ne ammortizza il contatto.

-A deficiente guarda che hai combinato!-

Il sollievo di non avere più tutto quel peso sulle braccia dura solo qualche frazione di secondo.

Un tonfo netto, uno scrocchio più che altro, poi un altro e poi il rumore di calci schiaffi e pugni in ogni dove, mescolati a qualche parolaccia detta con il fiato corto.

Il tutto in un istante! Neanche il tempo di alzarmi dalla sedia e già il rumore potente del T/MAX e di altri due scooter che si accendono contemporaneamente e partono.

Il proprietario della Panda non lo vedo più. E’ sdraiato a terra, li vicino al paraurti che poco prima aveva fatto da cuscino ai quei centocinquanta chili di motocicletta.

Non è cosciente! Però respira!

Io al contrario sono cosciente, ma ho smesso di respirare!

Omicidio Colleferro, cosa ci sta succedendo?

Cosa ci sta accadendo? Questa è una delle domande che ci poniamo silenziosamente di fronte a notizie come quella dell’omicidio di Colleferro. Restiamo basiti davanti ad episodi di efferata violenza che sempre più spesso ci presenta la cronaca, una violenza che sembra prevaricare i limiti della violenza stessa. Una violenza gratuita, spregiudicata, una violenza facile da percepire ma difficilmente riconducibile a qualcosa e quindi impossibile da dedurre. Una violenza sporca, anche se non esiste una violenza pulita, ma questa ti toglie il respiro, ti lascia senza fiato. Ci sforziamo di trovare nei cassetti della nostra cognizione mentale una possibile motivazione, un minimo di spiegazione. Ma niente, cinque contro uno, lui un esile ragazzo gli altri grossi, palestrati e addirittura abili nelle arti marziale.

Anzi no, esattamente nel MMA, una disciplina che non ha regole se non quelle della lotta da strada, dove vince chi sopravvive, dove non serve tanto la tecnica ma conta invece la cattiveria, no la grinta, ma la cattiveria. E restiamo in apnea, entriamo in un vero e proprio loop mentale provando sdegno e a nostra volta rabbia. Tanta rabbia. Poi i primi commenti importanti, il sindaco, il parroco, gli amici, e in serata anche il presidente del consiglio. Tutti protesi verso la prevenzione di certi episodi. Chi urla verso chi pur conoscendo i tipi non ha agito in passato, che grida verso una scuola più presente verso tali degenerazioni, che si rifà all’educazione famigliare, chi addirittura ritiene colpevoli le palestre dove vengono insegnate discipline del genere.

Albert Bandura e la deumanizzazione

Albert Bandura nel 1986 ci fornisce un gancio dal punto di vista psicologico sul meccanismo che si attua e spinge ad un certo tipo di violenza. Attraverso i meccanismi di disimpegno morale, Bandura adotta una prospettiva interazionista secondo la quale l’azione morale può essere compresa fra tre dimensioni, quelle della persona, del comportamento e dell’ambiente, tanto che la condotta è fortemente influenzata dall’interazione fra tali fattori. Nel gruppo queste dimensioni acquisiscono maggiore magnitudo alimentando fortemente la perdita della realtà con la conseguente deumanizzazione che la vittima e l’azione stessa possono assumere. Anche il senso di colpa perde ogni efficacia, viene infatti inibito dalla diffusione fra coloro che partecipano alla violenza e quindi ripartito in dosi assorbibili dalla coscienza di ognuno.

Omicidio Colleferro e i nuovi standard del successo

Ma tornando alle dimensioni che influiscono tali meccanismi psicologici dobbiamo assolutamente evidenziare quanto l’ambiente sociale e culturale dei protagonisti influenzi il processo. E qui non basta riferirsi al solo contesto familiare o del piccolo paese di Artena, da dove sembra provenisse il gruppo di assassini. Qui bisogna allargare l’angolo di visuale e considerare un’epoca e non più una singola istituzione sociale.

Per leggere l’omicidio di Colleferro bisogna andare ad osservare il modello suggerito da un certo format televisivo, o iper-rappresentato nei social. La tartaruga, il pettorale, la vena sul bicipite, sono i nuovi standard del successo e dell’autorealizzazione che divengono merce da mostrare e che devono necessariamente essere correlati da tatuaggi spesso incomprensibili, se non addirittura imbarazzanti. Ma non basta questo a far sì che un povero ragazzo indifeso rimanga a terra con la faccia tumefatta solo per aver tentato di sedare una rissa. No dal contesto socio-ambientale dobbiamo estrarre qualcos’altro per dare un senso vero a tutto questo. Ed è proprio nel terreno dell’ambiente in cui viviamo che dobbiamo cercare. Quel terreno sul quale si sposta il confronto con l’altro.

Un terreno che si plasma a seconda del divario culturale, un terreno sempre più arato nel profondo ma dove la semina viene lasciata fare a chiunque, con qualsiasi semente e spesso concimata dal profondo senso di inadeguatezza verso un mondo che gira a velocità diverse. Ecco il terreno dove l’uso della forza, delle arti da combattimento diventano ring. Anzi le gabbie, quelle nelle quali avvengono gli incontri di alcune discipline come l’MMA. Quelle gabbie sono le stesse all’interno delle quali la società sta chiudendo coloro che parcheggiano il proprio T/MAX in seconda fila, o quelli che provano ad assomigliare al giovane boss di Gomorra, queste sono gabbie che fanno credere di poter sopravvivere ma che al contempo creano energumeni che si scoprono assassini.

E’ li che bisogna innanzitutto intervenire attraverso un grande sforzo comunicativo e culturale. E’ li che lo stato deve ricostruire quel collante sociale ormai perso dal nuovo modello liquido del vivere moderno. Quel valore liquido di ogni cosa che ci scivola addosso e che lascia ancora una volta un giovane a terra. Siamo rimasti senza respiro, Willy!

Foto d’archivio non collegata all’articolo

 
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