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Morte di un senatore, il suicidio di Bruno Astorre: atto di coraggio o cristianità perduta?

Vogliamo ricordare il Senatore Bruno Astorre con un sorriso, “amaro”, che vuole riconoscere il coraggio e la superiorità di chi è stato capace di un gesto tanto estremo

Bruno Astorre (1963 - 2023)

Bruno Astorre (1963 - 2023)

Bruno Astorre era un Senatore della Repubblica, dunque un uomo saggio per definizione (in quanto “senex”, anziano), una persona istituzionalmente autorevole con un ruolo indubbiamente di massimo prestigio e storicamente fondamentale per il corso virtuoso di una Nazione.

Bruno Astorre era nato democristiano

Ciò nonostante, mentre a ridosso della costa calabrese un’ondata di disperati in fuga dal proprio triste destino annaspava tra i flutti del Mediterraneo lottando per la propria (se pur miserevole) vita, nelle prosperose e agiate stanze di Palazzo Cenci in Piazza Sant’Eustachio, il Senatore Bruno Astorre decideva del proprio imminente suicidio.

Bruno Astorre, era “nato” democristiano, un “valore” poi cancellato dalla politica del laicismo “estremista”, ma ancor più dal pavoneggiato progressismo ateo. Come molti ex DC, si era rifugiato in qualcosa di troppo diverso dalla propria radice, per quanto oggi si chiami (ancora) Partito Democratico. Forse, aver smarrito parte della propria cristianità nel revisionato ideale politico non gli ha consentito di aggrapparsi a quell’ancora di religiosità, capace di fronteggiare i moti più oscuri e incontrastabili dell’anima. O più semplicemente, il convincimento dettato dalla fede che uccidere sé stessi fosse un grave peccato, avrebbe potuto impedire l’estremo atto nell’illusoria e profonda convinzione che la vita è sempre e comunque un dono troppo importante per rifiutarlo e che siamo tenuti a preservare sempre e comunque.

In fondo, l’uomo, nel proprio sconfinato e vulnerabile egoismo, ricerca Dio proprio per sopportare il peso della vita. E nondimeno è ancora l’uomo a bestemmiare Dio anche in quei momenti in cui il peso, ancorché lieve di una situazione momentanea sembra insostenibile, spesso in futili frangenti.

Atto di coraggio o di vigliaccheria

Le differenti culture del mondo, da sempre hanno considerato il suicidio come un atto di ineguagliabile coraggio o di disprezzabile vigliaccheria. In alcuni casi esso rappresenta un semplice modo che consente all’uomo di regolare i conti con sé stesso. Le religioni poi, pur continuando a considerare fondamentale il dono della vita, hanno gradualmente, ma sempre di più, declassato il peccato generato dal suicidio, guardandolo con crescente indulgenza.

Nel mondo cristiano, a partire da Sant’Agostino e passando per il cattolicesimo moderno di Tommaso D’Aquino, il suicidio è sempre stato considerato un grave peccato verso Dio e verso la comunità di riferimento, almeno fino all’entrata in vigore del nuovo codice di Diritto Canonico del 1983, che di fatto ha riabilitato gli “eretici” pro suicidio della prima ora, aprendo anche alla necessità di valutare le ragioni (angoscia, disturbo psichico, sofferenza) che lo inducono. Per questo non deve meravigliare che anche il suicidio di un cattolico possa essere oggi “riconsiderato” come espressione del libero arbitrio regalatoci da Dio.

In realtà, tra concessione obbligata e realismo sociologico, sono pochi i fedeli alla religione di Pietro che amano “depenalizzare” il gesto autolesionistico che conduce alla morte, ritenendolo comunque lo schiaffo peggiore da “rifilare” a quel Dio onnipotente che alla fine del suo capolavoro conosciuto come “Creazione”, ha posto sull’affresco del mondo le due ultime “pennellate”, creando l’uomo e la donna.

Desiderio di raggiungere Dio

C’è anche una spiegazione tutta laica, la più “accattivante” e intima del suicidio, strettamente correlata alla parte più spirituale del nostro essere: atto di coraggio estremo, generato dal desiderio insopprimibile di raggiungere Dio, di ritrovarlo finalmente, dopo averlo perso o vanamente cercato nel mondo terreno. E’ questa la versione che preferiamo, a cui noi preferiamo “appoggiarci” dopo aver “subito” la scelta suicida di un nostro caro e dopo esserci assolti da responsabilità di sorta per non averne compreso il disagio mortale.

Ma, è così che vogliamo ricordare il suicidio del Senatore Bruno Astorre, o di un nostro fratello o sorella, di un padre o di un amico. Con un sorriso, “amaro”, che vuole però riconoscere il coraggio e la “superiorità” di colui che è stato capace di un gesto tanto estremo, quanto meditato e lucidamente attuato. Un sorriso che vuole essere un segno di rispetto per la tremenda scelta di aver voluto abbandonare la scena nel teatro della vita.

Bruno Astorre ha smesso di recitare la sua parte di Senatore, di padre, di marito, di essere imperfetto. Bruno Astorre ha deciso! Che sia stato un atto di coraggio da valerne la pena o un atto di lucida follia non controllato dalla cristianità “perduta”, lo ha scoperto lui soltanto un attimo dopo aver rinunciato a questa vita.