28 Luglio 2021

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Lo sapevate che...

L’ebanista torinese Pietro Piffetti: le strade dell’arte che partono da Roma

di Redazione

Con la guida esperta di Richard Lebrun, Pietro Piffetti divenne l’artista che ha scritto le pagine più belle della storia del mobile italiano

Tavolo dell'ebanista Pietro Piffetti
Pietro Piffetti, tavolo parietale realizzato a Torino per la corte dei Savoia (sostegni), 1731-1733, Palazzo Madama, Torino

Per secoli la meta privilegiata del turismo colto e aristocratico nel periodo del Grand Tour, Roma è stata soprattutto un irresistibile polo di attrazione per gli artisti di tutta Europa, che si recavano nella città capitolina per completare il loro percorso di formazione. Tra coloro che hanno giovato di un soggiorno di perfezionamento nella Città Eterna non si può fare a meno di citare il torinese Pietro Piffetti (1701-1777), annoverato tra i più grandi ebanisti di tutti i tempi.

L’ebanista di Sua Maestà

I suoi esordi professionali sono però circondati da un alone di mistero. Infatti sul Piffetti ebanista abbiamo dei riscontri documentali soltanto a partire dal 1730. In quell’anno Pietro viveva a Roma e quando viene richiamato in patria dal re Carlo Emanuele III di Savoia per ricoprire la carica di Ebanista di Sua Maestà sembra davvero riemergere dal nulla.

È quindi comprensibile che l’attenzione degli studiosi sia da sempre rivolta al suo soggiorno romano, durante il quale l’ebanista piemontese ha raggiunto la completezza tecnica e culturale di un vero e proprio artista.

Sappiamo per certo che l’apprendistato di Piffetti è avvenuto a Torino, e molti elementi ci orientano verso la bottega del veneziano Ludovico De Rossi, con il quale ha lavorato almeno fino al 1727. Ma chi è stato il maestro che ha accompagnato il talento piemontese nel suo percorso di crescita nell’Urbe?

Oggi è finalmente possibile svelarne il nome: si tratta di Richard Lebrun, un ebanista francese meglio conosciuto in Italia come Riccardo Bruni.

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Richard Lebrun e Pietro Piffetti, tavolo parietale realizzato a Roma (sostegni), 1730 circa, Victoria and Albert Museum, Londra

Riccardo Bruni

Nato a Parigi intorno al 1659, Lebrun era giunto in Toscana tra il 1683 e il 1684, e alla corte dei Medici aveva subito conquistato il favore del Gran Principe Ferdinando, raffinato ed esigente mecenate. Proprio per Ferdinando, erede al trono del Granducato di Toscana, Lebrun aveva realizzato nel 1686 due tavoli oggi conservati presso la Villa Medicea “La Petraia” a Firenze che, secondo Alvar González-Palacios, sono resi con una maestria che non ha eguali nel mobile europeo del periodo. L’ebanista parigino li ha realizzati quando aveva solamente 27 anni, ma evidentemente era già in grado di competere con i migliori intarsiatori del Vecchio Continente. Sono conclusioni che non devono sorprendere: tutto lascia supporre che a Parigi, Lebrun abbia frequentato per circa sei anni l’atelier di André-Charles Boulle, il celebre ebanista del re di Francia.

A Roma l’incontro tra Bruni e Piffetti

Tuttavia Riccardo Bruni non ha lavorato in esclusiva per la corte medicea. Ad esempio, dal 1725 risulta attivo nella Città Eterna con una bottega presso la quale Pietro Piffetti avrebbe poi completato il suo tirocinio insieme al più giovane collega Pierre Daneau.

Gli arredi che attualmente si possono ricondurre a questa bottega testimoniano una produzione di assoluta eccellenza. Su tutti, bisogna almeno menzionare la coppia di tavoli parietali oggi divisa tra il Victoria and Albert Museum di Londra e la Collezione “Intesa San Paolo” a Torino, che finora sono stati erroneamente attribuiti in via esclusiva a Pietro Piffetti, e un altro tavolo conservato presso il Museo Civico d’Arte Antica presso Palazzo Madama a Torino. Non c’è alcun dubbio che i tre tavoli siano usciti dalla stessa bottega ed è importante sottolineare che nessuno di questi è documentato nei conti della Casa Reale dei Savoia. Non a caso i piani di questi mobili sono sostenuti da grandi volute barocche di gusto romano, stilisticamente vicine a modelli più antichi.

Un quarto tavolo, anch’esso conservato a Palazzo Madama, pur essendo affine ai precedenti, presenta invece dei sostegni con uno stile più aggiornato, tant’è che è chiaramente riconoscibile in un elenco di opere realizzate da Piffetti a Torino tra il 1731 ed il 1733 per la corte sabauda.

In effetti, come aveva già osservato Maddalena Trionfi Honorati, è impensabile che dei pezzi così estranei alla tipologia dei mobili di Piffetti siano stati eseguiti dopo il 1733, negli anni della sua produzione più rilevante e più nota.

Le botteghe romane

La caratteristica interessante delle botteghe romane che producevano generi di lusso (tra i quali rientrano i mobili di ebanisteria) è che si trattava di piccoli laboratori, con al massimo uno o due aiutanti. La bottega romana di Riccardo Bruni sembra rientrare in questo standard, dato che al momento possiamo ricondurvi come lavoranti i soli Daneau e Piffetti. D’altra parte, un gran numero di occupati avrebbe inevitabilmente compromesso la qualità di un prodotto destinato ad una committenza altolocata ed esigente.

Mettendo a confronto lo stile grafico dei due tavoli parietali nati originariamente in coppia con quello delle consoles a Palazzo Madama, si notano, nell’analogia, delle innegabili differenze. Le foglie d’acanto dei tavoli gemelli sono maggiormente allungate e con raccordi più ansati, tanto da apparire molto simili a quelle di André-Charles Boulle: da un’analisi specialistica si riconosce chiaramente lo mano di Richard Lebrun.

L’attribuzione di questi due tavoli parietali deve pertanto essere rettificata. Si tratta di opere in cui la quota di partecipazione manuale del maestro è prevalente, e lo comprova anche la superiore qualità esecutiva dell’ornamentazione floreale. Pietro Piffetti ha certamente contribuito alla loro realizzazione, ma come lavorante.

Per il terzo tavolo si deve invece fare il discorso inverso: in questo caso si rileva soprattutto la mano dell’ebanista torinese, che si è servito di un cartone elaborato dal suo maestro.

Il soggiorno di Piffetti a Roma

Ma com’è possibile che Piffetti, umile figlio di un oste, si sia potuto permettere il lusso di un soggiorno di formazione nella Città Eterna?

Dietro la non breve permanenza nell’Urbe dell’astro nascente dell’ebanisteria piemontese si percepisce distintamente l’attenta regìa di Filippo Juvarra, che conosceva molto bene l’ambiente romano. Infatti è proprio nella città capitolina che gli artisti nell’orbita di Casa Savoia andavano a perfezionarsi sotto la guida di maestri attentamente selezionati.

Inoltre gran parte della cultura di Piffetti si è formata proprio a Roma. Arabella Cifani e Franco Monetti lo hanno ribadito in più di un’occasione e avevano ragione. Richard Lebrun era infatti lo zio di Giovanni Domenico Campiglia, divenuto famoso a livello europeo operando come disegnatore per incisioni tra Firenze e Roma. La vicinanza agli incisori e agli stampatori in contatto con il calcografo lucchese spiega la vasta preparazione di Piffetti in questo campo.

Anche la tecnica dell’intarsio a trompe l’oeil è un insegnamento che l’ebanista torinese ha appreso da questo grande maestro che deve ottenere il riconoscimento che merita nel panorama artistico internazionale. Senza la guida esperta di Richard Lebrun, Pietro Piffetti non sarebbe mai diventato l’artista che ha scritto le pagine più belle della storia del mobile italiano. L’ispirazione che ha dato vita a tanta meraviglia è però il cuore pulsante della Roma barocca.

Dott. Claudio Cagliero ebanista restauratore e ricercatore nel campo degli arredi lignei antichi

La formazione giovanile di Pietro Piffetti, Regio Ebanista alla corte dei Savoia

 
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