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Le mascherine della Regione Lazio e il primato del privato sul pubblico

La vicenda delle mascherine della Regione Lazio è una sequenza incredibile di decisioni assunte seguendo la regola degli amici degli amici

Regione Lazio
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Le mascherine della Regione Lazio? Autoreferenziali. Molti anni fa, nel 2005 se ricordo bene, alla Residenza di Ripetta si tenne un convegno dei DS sull’organizzazione della Pubblica Amministrazione. Piero Fassino, allora segretario nazionale, tra le tante cose condivisibili del suo discorso conclusivo, disse una cosa che non mi convinceva. Affermava la migliore qualità di chi lavora nel settore privato, rispetto al settore pubblico. Mi suonava male. Come mi suona male, ancora oggi, quando sento dire che i laureati degli anni ’70 hanno rubato la laurea col voto politico. Un’affermazione che non risponde alla realtà, perché tantissimi laureati di quegli anni, non si sarebbero mai accontentati del voto politico. Perché non rispondeva alla loro preparazione, di gran lunga superiore. Quelli che non seguivano l’andazzo dei “collettivi dei figli di papà” come li avrebbe definiti Pasolini, erano la maggioranza e hanno dimostrato nei rispettivi ambiti professionali il loro valore.

Il pregiudizio di Fassino

Avendo avuto la fortuna di frequentare tanto il settore privato, da professionista, quanto poi quello pubblico, da dirigente, non condividevo la semplificazione di Fassino. Ma non avevo in quel momento la possibilità di contestare il Segretario dei D.S. Tanto per cambiare, anche quello era un periodo elettorale e quella sera, nel refettorio dell’Ospedale Santo Spirito, divenuto ormai centro congressuale, si svolse un’iniziativa a sostegno della candidatura di Piero Marrazzo, alla presidenza della Regione Lazio. Con mia sorpresa vidi arrivare Fassino, accompagnato da Esterino Montino, al quale mi legava un’antica amicizia e che in quel periodo era anche l’Assessore capitolino dal quale dipendeva il mio Ufficio comunale. Salutando Montino, approfittai dell’occasione per accennare a Fassino il mio dissenso su quel passaggio del suo discorso del mattino.

Il tipico atteggiamento dei funzionari pubblici

La risposta di Fassino, secca e perentoria fu: “Il suo è il tipico atteggiamento autoreferenziale dei funzionari pubblici”. Non era la sede né l’occasione per aprire una discussione, incassai la risposta e mi congedai con un semplice “non è così”. Quell’episodio mi colpì al punto che ancora lo ricordo nitidamente e mi torna in mente tutte le volte che osservo i politici di sinistra, inclusi quelli con i quali ho un’antica consuetudine. Vorrei oggi segnalare al buon Fassino che l’autoreferenzialità è, semmai, tipica dei politici. Non riescono a vedere al di là del loro partito, anzi, corrente, anzi, “cerchio magico”, come si usa dire adesso. Questo difetto riguarda tutti i partiti, ma nella sinistra assume caratteristiche particolari, perché si unisce alla supponenza di ritenersi, per antonomasia o per investitura divina, “diversi”.

La diversità della sinistra

La “diversità” della sinistra, se mai c’è stata – la mia esperienza mi dice che c’è stata, quantomeno nei comportamenti dei militanti – si è persa da quando, nel 1991, lo scioglimento del PCI diede vita ai due gemelli PDS e Rifondazione Comunista. Diversi ma gemelli, perché entrambi riuscirono ad ereditare dal vecchio PCI i difetti, ma quasi nessun pregio. Non è questa la sede per esaminarli né per declinare tutti gli altri difetti intervenuti nelle varie trasformazioni, fino all’ibrido P.D., ma la sinistra si è sempre ritenuta diversa, nel senso, ahimè, di superiore.

Le mascherine della Regione Lazio e l’autoreferenzialità della Politica

L’autoreferenzialità è una caratteristica dei gruppi chiusi, che per la loro natura tendono a guardare al loro interno senza tenere conto delle realtà esterne. Atteggiamento del tutto comprensibile in un partito, gruppo chiuso per eccellenza, anzi arroccato, che tenderà a scegliere tra i propri aderenti le persone delle quali fidarsi o da indicare per occupare posti di potere gestionale, tutte le volte che gli venga richiesto o che gli spetti in ragione del proprio peso politico nelle amministrazioni o nei Governi.
Posti di Dirigenza, di Presidenza di Aziende o di rappresentanza in Consigli di Amministrazione. Non c’è nulla di male ed è addirittura un bene, se quel partito può annoverare tra i propri aderenti o simpatizzanti persone di indiscussa competenza.

La devianza dei cerchi magici

Ma è proprio qui che inizia la devianza della sinistra italiana. La sinistra dispone di una classe dirigente numerosa, all’interno della quale, forse per la tradizione storica e culturale che si sintetizza nel termine “intellighenzia”, ci sono personaggi di indubbio valore. Ma negli ultimi anni, forse decenni, l’ambito di appartenenza si è venuto sempre più a restringere. Fino quasi a coincidere con il cosiddetto e spesso famigerato “cerchio magico”. Fatto non più di aderenti, ma di amici, anzi di amici stretti, fidati non tanto per la qualità, quanto per la fedeltà al capo di turno. Membri di un patto di mutua assistenza. Stretti tra loro come una “cosca”, parola di origine siciliana che indica la foglia del carciofo, non a caso usata per indicare il legame mafioso.

La fedeltà politica

Le probabilità che i vari capi, che ormai si avvicendano alla velocità della luce, possano annoverare tra i fedelissimi persone di indubbio valore, anzi di eccellenza, sono inversamente proporzionali all’ampiezza del cerchio magico. Quindi alcune posizioni vantaggiose non si ottengono più passando attraverso il setaccio del merito, della capacità o dell’eccellenza, ma attraverso quello della fedeltà, che ha maglie molto diverse dal primo e comunque di tipo variabile.

Dirigenti e gare a geometria variabile

La vicenda delle mascherine della Regione Lazio è la prova più evidente. Una sequenza incredibile di decisioni assunte seguendo la regola degli “amici degli amici”, non quelli mafiosi, anche se un po’ li ricorda, ma dei cerchi concentrici. Almeno questo è quello che emerge da alcuni articoli che abbiamo letto e dal servizio de “Le Iene” dell’altra sera. Un dirigente della Protezione Civile scelto sulla base di un concorso “a geometria variabile”. Nessun conto del valore, in genere oggettivo, del curriculum e delle esperienze maturate. Una ditta affidataria dell’appalto scelta non sulla base dell’esperienza e delle conoscenze tecniche e commerciali. Ma sulla base dei “suggerimenti” ricevuti, da un amico del dirigente della Protezione Civile. La ditta “prescelta” favorita in modo esplicito, senza alcuna verifica o precisazione. Mentre alle altre ditte partecipanti, più esperte e che offrivano prezzi decisamente inferiori, venivano posti paletti e ostacoli di vario tipo.

Sprechi e dirigenti incapaci

La mia lunga esperienza nella P.A., nella quale sono sempre stato a stretto contatto con Sindaci, Assessori, Parlamentari e Imprenditori è piena, ahimè, di esperienze come questa, che evidenziano la stupidità, l’incongruenza, ma soprattutto il danno per la collettività, di questo modo di procedere. Potrei fare un lungo elenco: dalla “Nuvola” di Fuksas agli improbabili quartieri sorti in periferie estreme, senza infrastrutture e servizi, fino alle piccole, ma costose, manutenzioni da “pozzo senza fondo” dei terrazzi delle scuole dei Municipi di Roma. Tante battaglie, spesso perse, proprio perché combattute contro gli amici, incompetenti ma fidati, di qualche amministratore. Ma non voglio tediarvi.

Il pasticciaccio brutto delle mascherine della Regione Lazio

Torniamo invece alle nostre mascherine regionali. Fino alla scelta della ditta possiamo parlare di superficialità e anomalia procedurale. Ma quando la ditta affidataria dell’appalto delle mascherine, non solo opera in un settore del tutto estraneo, come quello delle lampadine, ma non ha una sede fisica, dato che la sede di Ciampino è un prato incolto, allora tutti noi siamo autorizzati a fare delle domande, quelle che i politici coinvolti, Zingaretti per primo, giudicano inopportune o provocatorie, con la faccia innocente e infastidita di chi si ritiene truffato. Ma truffato da chi? Fassino, che l’On. Zingaretti se l’è scelto come segretario Nazionale del suo Partito, concorderà con me che un errore come questo forse sarebbe perdonabile per un qualunque Presidente di Regione, ma non lo è sicuramente se quel Presidente è anche a capo di uno dei più grandi Partiti italiani, parte integrante e decisiva del Governo del Paese.

Se le domande comincia a farle la giustizia

Alle nostre domande banali del tipo: con quali criteri avete scelto di mettere a capo della Protezione Civile Regionale uno senza una specifica esperienza? Oppure, come mai avete scelto di assegnare l’appalto delle mascherine a una ditta senza esperienza quando c‘erano altre offerte, persino migliori, da parte di ditte con una storia verificabile? O ancora, come mai non avete verificato se la ditta avesse una sede operativa? Zingaretti ed i suoi collaboratori sono liberi di non rispondere. Ma siccome a quella ditta, scelta con quel sistema e secondo quei canali, sono stati dati 11 milioni di euro di acconto e siccome le mascherine pare che non siano mai arrivate, le domande cominciano a farle quelli ai quali le risposte vanno date per forza e devono essere anche risposte convincenti.

Non sono domande ma interrogatori

Perché non sono più domande ma interrogatori e gli interroganti non li fanno i giornalisti, ai quali si può chiudere il telefono in faccia o che si possono fare allontanare dalla vigilanza, ma la Procura Generale della Corte dei Conti e la Procura della Repubblica. Brutti clienti – lo sanno bene coloro che li hanno sperimentati – ai quali non interessa se sei a capo di un cerchio magico o meno, perché loro, se non li convinci, il cerchio te lo stringono attorno ai polsi e si chiamano manette. Non escludo che esista l’autoreferenzialità dei funzionari pubblici, ma vorrei tanto sapere, caro Fassino, cosa pensa di questo tipo di autoreferenzialità che, alla fine, rischia di chiamarsi reato

 
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