17 Settembre 2021

Pubblicato il

La politura del diamante, addio a Emanuele Severino…

di Daniele Lorusso
Egli era garanzia di robustezza speculativa, radicalità, profondità, rigore teoretico, autentico amore per la materia trattata

Scrive Hölderlin, in uno dei suoi versi più belli (con cui si apre anche “Della cosa ultima” di Cacciari): “Chi ha pensato a ciò che è più profondo ama ciò che è più vivo”. Con questi versi vogliamo salutare Emanuele Severino, scomparso il 17 gennaio 2020 (ma la notizia della sua morte è più recente), a novant’anni. 

Tra i filosofi italiani contemporanei, egli è stato certamente il più significativo. Impossibile affrontare quella cosa che ha nome filosofia, nell’Italia degli ultimi decenni del secolo scorso e nei primi del secolo attuale, senza imbattersi nel suo nome. Egli era garanzia di robustezza speculativa, radicalità, profondità, rigore teoretico, autentico amore per la materia trattata. Ossia di tutto ciò di cui sono in cerca i giovani, quando si accostano al pensiero. 

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I suoi tre volumi sulla filosofia antica, moderna e contemporanea, più volte ristampati da Rizzoli, erano l’antitesi di tutto ciò che sono gli odierni manuali di filosofia. Invece di tenere lontano il neofita, lo catapultavano nel cuore teoretico e filosofico delle dottrine, per guardare il volto meduseo della filosofia occidentale in tutta la sua provocatoria complessità.

Poiché l’attività filosofica di Severino, lunga più di mezzo secolo, è stata un continuo, a volte sfiancante, corpo a corpo con l’Occidente. Con la sua ambigua, enigmatica, sfuggente identità, stretta tra lo splendore della sua cultura e la sua prassi terrificante. Tra Parmenide e la tecnica, si è mosso dunque il pensiero di Severino. Tra il problema della metafisica che, come insegnò Heidegger, andava superata ad ogni costo, e quello del divenire, cuore autentico, per Severino, del nichilismo occidentale.

Ecco perché, secondo il titolo del suo saggio più famoso (che apre “Essenza del nichilismo” del 1972), Severino sentì il bisogno di “ritornare a Parmenide”. Per recuperare quella grandiosa concezione del mondo, che era stata dei Presocratici greci: dal pensiero del destino a quello dell’immutabilità dell’essere. Sulle tracce dei suoi maestri, egli pose al centro della sua riflessione, il pensiero di un’alternativa, rispetto alla questione capitale relativa al come vivere e pensare questa vita.

Un’alternativa radicale che ha al suo cuore le parole dei grandi Presocratici, i versi e le riflessioni di Leopardi, l’abisso delle concezioni di Nietzsche, i magistrali voli teoretici di Martin Heidegger e, dunque, in prima istanza il recupero del senso di un’Occidente inteso come civiltà, come culto del Pensiero e della Parola, come rispetto di tutti gli essenti e della Natura, come accordo profondo con il mondo. 
Ecco perché, da oggi, il mondo culturale italiano è infinitamente più povero

 
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