03 Marzo 2021

Pubblicato il

La pièce tutta da sentire. Dal 6 al 24 gennaio al Piccolo Eliseo

di Redazione

La storia scritta dalla britannica Nina Raine è quella della famiglia normodotata di Billy, non udente dalla nascita e della sua relazione con Silvia

Al Piccolo Eliseo, mi siedo accanto ad una ragazza per vedere Tribes diretto da Elena Sbardella. La storia scritta dalla britannica Nina Raine è quella della famiglia normodotata di Billy (Federico D'Andrea, attore realmente sordo), non udente dalla nascita e della sua relazione con Silvia (Alice Spisa), figlia di genitori non udenti che sta lentamente diventando sorda.

Il conflitto che vive la famiglia di Billy, sorda nell’emotività, imprigionata nell’incoerenza e ipocrisia, nello squilibrio e cinismo, racconta quanto la differenza delle tribù-famiglie di origine possa influenzare fortemente il sordo e la costruzione della sua identità.

Silvia vive la sordità come un fatto normale in famiglia: pur potendo sentire conosce il linguaggio dei segni e frequenta le persone con la stessa disabilità.

I genitori di Billy, Beth (Ludovica Modugno) e Christopher (Stefano Santospago) e i suoi fratelli, Daniel (Luchino Giordana) e Ruth (Barbara Giordano) hanno compiuto per lui scelte diverse: dall’apparecchio acustico all’uso della lingua parlata, rifiutandosi di imparare quella dei segni.

Quando il padre, intellettuale ostentatore, chiede a Billy come sia possibile esprimere un groviglio di sentimenti senza le parole, vedo le mani della spettatrice accanto a me che rispondono muovendosi silenziosamente sicure e spedite nell’aria. A volte ci si può accorgere della condizione di un disabile anche solo guardandolo, mentre non ci si accorge della sordità di una persona fino a quando non si entra in relazione con lei.

Il fratello di Billy in uno dei suoi attacchi di follia sostiene che quando qualcuno dice di amarti per quello che sei, non è vero: le persone ti amano per il tuo talento o per quanto sei intelligente e comunque cercano sempre di cambiarti.

Lo spettacolo è con i sopra titoli in italiano e mentre le mie orecchie ascoltano “Essere sordi significa far parte di una minoranza linguistica (…) E’ meglio la parola o i segni?”, gli occhi della mia vicina “ascoltano” vigili e attenti.

Silvia esprime una poesia con il linguaggio dei segni. Lei non ha bisogno di incastrare le emozioni nelle parole che tanto non determinano il significato. Diventata ormai sorda chiude la pièce: suona un pezzo al pianoforte commuovendo il “raffinato pubblico di uditori” catarticamente sprigionato dalla sua soggettività.

 
Vuoi la tua pubblicità qui?

Sostieni il nostro giornalismo


Nessun commento