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“Il tempo di Satana sta finendo”: Abiel Mingarelli racconta il romanzo che guarda l’abisso

Il tempo di Satana sta finendo non è un libro che chiede consenso. Abiel Mingarelli sceglie di non accompagnare il lettore per mano, ma di metterlo davanti allo specchio

Abiel Mingarelli, primo piano

Abiel Mingarelli

Non è solo un thriller psicologico, né soltanto un romanzo di tensione religiosa. Il tempo di Satana sta finendo è una discesa dentro il dolore, la fede, il bisogno di ordine che nasce dalla ferita. Abbiamo incontrato Abiel Mingarelli, autore del libro, per parlare di gemelli, perfezione, male e di quel confine sottile che separa la salvezza dalla distruzione.

Abiel Mingarelli, partiamo dall’origine. Quando ha capito che questa storia non sarebbe stata solo un romanzo, ma qualcosa di più scomodo e radicale?

Credo nel momento in cui ho smesso di voler “spiegare” i personaggi e ho iniziato ad ascoltarli. Jimmy, in particolare, non nasce come antagonista o come simbolo: nasce come voce ferita. Quando ho capito che non voleva giustificarsi, né essere assolto, ma semplicemente esistere nella sua radicalità, ho capito che la storia non sarebbe stata comoda.

Jimmy e Thomas: due gemelli, ma soprattutto due possibilità dell’essere umano. Sono nati insieme o uno ha preceduto l’altro nella sua immaginazione?

Jimmy è arrivato per primo. Thomas è nato come risposta, come controcampo. Avevo bisogno di un confronto continuo, di uno specchio che non restituisse mai la stessa immagine. Non volevo il classico schema “bene/male”, ma qualcosa di più disturbante: due forme di fragilità diverse, entrambe credibili.

Nel romanzo la perfezione è una tentazione costante. Perché oggi l’idea di “purezza” continua ad affascinare così tanto?

Perché rassicura. La purezza promette ordine, chiarezza, confini netti. In un mondo complesso, ambiguo, caotico, l’idea che esista una linea precisa fra giusto e sbagliato è seducente. Il problema nasce quando quella linea diventa un’ossessione e smette di essere uno strumento di orientamento.

La fede di Jimmy non consola, ferisce. Era questo il suo intento: mostrare una religione come lama più che come rifugio?

Sì. Volevo raccontare una fede vissuta come esigenza assoluta, non come carezza. Jimmy non cerca conforto, cerca redenzione. E la cerca con una rigidità che nasce dalla mancanza d’amore. Quando l’amore manca, la fede rischia di diventare ideologia.

Il tempo, nel romanzo, è quasi un personaggio: l’orologio a pendolo, l’attesa, il giudizio. Che ruolo ha per lei il tempo in questa storia?

Il tempo è il vero giudice. Non Dio, non la legge, non la società. Il tempo svela, consuma, smaschera. Il pendolo è lì a ricordare che nulla resta sospeso per sempre. Prima o poi, ogni progetto umano deve fare i conti con le conseguenze.

Molti lettori restano colpiti dalla solitudine emotiva di Jimmy. È una solitudine “eccezionale” o, in fondo, molto comune?

È terribilmente comune. Cambiano le forme, cambiano i contesti, ma il senso di essere invisibili, non scelti, non preferiti, è una ferita che attraversa molte vite. Jimmy estremizza questo dolore, ma non lo inventa.

Il romanzo sembra porre una domanda scomoda: il male è fuori o dentro di noi? Lei ha trovato una risposta scrivendo?

No. E non volevo trovarla. Diffido dei romanzi che danno risposte definitive. Per me il male è una possibilità interna all’umano, una zona d’ombra che può emergere se alimentata da paura, rifiuto, senso di esclusione. Raccontarla non significa giustificarla.

Il finale evita la consolazione. È stata una scelta sofferta o inevitabile?

Inevitabile. Un finale rassicurante avrebbe tradito tutto il percorso. Questa storia non poteva chiudersi “bene” nel senso tradizionale. Doveva essere coerente, anche a costo di lasciare il lettore inquieto.

Prefazione e postfazione collocano il libro in un dibattito culturale e valoriale molto netto. Quanto era importante per lei prendere posizione?

Molto. Non credo nella neutralità assoluta. Ogni romanzo prende posizione, anche quando finge di non farlo. Io ho preferito dichiarare il campo, lasciando comunque al lettore la libertà di dissentire.

Dopo Il tempo di Satana sta finendo, che tipo di lettore spera di incontrare?

Un lettore disposto a non sentirsi al sicuro. Qualcuno che non cerchi solo intrattenimento, ma una domanda. Anche una sola. Se il libro resta addosso come un fastidio che fa pensare, allora ha funzionato.

Ultima domanda: se dovesse riassumere il cuore del romanzo in una frase non promozionale, quale sarebbe?

Che il desiderio di essere perfetti nasce spesso dalla paura di non essere mai stati amati.

Il tempo di Satana sta finendo non è un libro che chiede consenso. Chiede presenza. E Abiel Mingarelli, con questa storia dura e necessaria, sceglie di non accompagnare il lettore per mano, ma di metterlo davanti allo specchio. Anche quando riflette ciò che preferiremmo non vedere.

Foto di Luigi De Carlini