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Libri, Giordano Bruno Guerri: “Altro che disprezzo, le donne del Futurismo erano già nel futuro”

Il Futurismo appare meno ideologico e molto più umano. Anche sul tema delle donne, Giordano Bruno Guerri restituisce un’immagine lontana dagli stereotipi

Giordano Bruno Guerri, Audacia... futuristi

C’è un’idea dura a morire quando si parla di Futurismo: quella di un movimento violento, maschilista, incapace di guardare davvero avanti. Giordano Bruno Guerri, nel suo ultimo libro Audacia, ribellione, velocità. Vite strabilianti dei futuristi italiani, smonta uno dei pregiudizi più radicati: il presunto “disprezzo della donna”. E lo fa restituendo voce, contesto e verità storica a un’avanguardia che, nel bene e nel male, aveva già messo gli occhi sul mondo che oggi abitiamo.

Guerri, il suo libro parte dalle conclusioni. Una scelta che sorprende e incuriosisce. Perché?

«Perché i futuristi facevano esattamente questo: rovesciavano i punti di vista. Partire dalle conclusioni significa dichiarare subito che il Futurismo non è un reperto da museo. È una questione ancora aperta. È stato oscurato a lungo per i legami col fascismo, ma le sue opere più importanti nascono prima, dal 1909 al 1919. E anche dopo ha continuato a produrre idee, arte, linguaggi.»

Eppure l’etichetta resta: futuristi uguale fascismo.

«È una semplificazione. Il Futurismo ha persino impedito che in Italia si arrivasse alla condanna dell’arte contemporanea come “degenerata”, cosa che invece avvenne nella Germania nazista e nella Russia staliniana. Senza Marinetti e i futuristi, la nostra storia artistica sarebbe stata molto più povera.»

Veniamo a uno dei punti più discussi: il famoso “disprezzo della donna” del Manifesto futurista.

«È uno dei più grandi equivoci della storia culturale italiana. I futuristi non disprezzavano le donne. Disprezzavano un certo modello di donna: quella senza autonomia, senza libertà, subordinata al maschio, incapace di decidere della propria vita e persino dei propri beni.»

Quindi non era misoginia?

«No. Era l’esatto contrario. I futuristi volevano una donna audace, libera, veloce, ribelle. Una donna forte. Non l’angelo del focolare. Non a caso nel Futurismo ci sono state molte futuriste che hanno lavorato, creato, esposto, scritto, senza ruoli decorativi.»

Marinetti resta la figura centrale. Qual è oggi la sua intuizione più attuale?

«La velocità. Marinetti capì che il mondo sarebbe diventato rapidissimo, interconnesso. In modo quasi profetico intuì il computer, l’intelligenza artificiale. Il Futurismo nasce per raccontare un’umanità proiettata in avanti, anche a costo di sbagliare.»

E l’elogio della guerra?

«Va letto nel contesto del 1909. Era un’epoca diversa, prima delle devastazioni del Novecento. Dopo la Prima guerra mondiale, Marinetti cambia posizione. Nel manifesto politico futurista del 1918 arriva addirittura a proporre la smobilitazione dell’esercito. Anche questo non si racconta mai.»

Nel libro lei arriva a “intervistare” Marinetti usando l’intelligenza artificiale. Perché questa scelta?

«Un giornale inglese ha scritto che il Futurismo aveva previsto l’IA. Ho voluto prendere sul serio questa suggestione. Ho chiuso il libro con un dialogo immaginario con Marinetti, interpretato dall’intelligenza artificiale. Le risposte sono sorprendenti e perfettamente coerenti con il suo pensiero.»

Guardando al presente, come avrebbero reagito i futuristi a leader come Trump?

«Non bene. I futuristi erano internazionalisti. Amavano l’Italia, ma erano aperti al mondo. L’idea di “America First”, dell’arroganza politica e del dominio imposto, non avrebbe incontrato il loro favore.»

E lei, da cittadino prima ancora che da storico, come vive questo momento storico?

«Con preoccupazione. La politica internazionale richiede prudenza, non improvvisazione. Trump non è un caso isolato: Putin, la Cina, l’espansionismo economico e militare mostrano che il mondo sta entrando in una fase delicata.»

Il Futurismo, raccontato senza slogan, appare meno ideologico e molto più umano. Anche sul tema delle donne, Giordano Bruno Guerri restituisce un’immagine lontana dagli stereotipi: non un’avanguardia maschilista, ma un laboratorio di libertà, contraddizioni e visioni. Audacia, ribellione, velocità è un libro che non chiede adesione, ma attenzione. E invita a rileggere il passato per capire meglio il presente.