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Rogoredo e giù di là: per lo spaccio chi si indigna?

Il caso ormai arcinoto, è quello di Carmelo Cinturrino, il poliziotto che a Rogoredo, dove imperversa lo spaccio di droga, ha ammazzato un delinquente marocchino

Polizia notte

C’è un caso specifico. Che è avvenuto a fine gennaio e di cui da allora si parla moltissimo. Dando la stura alle consuete filippiche contro la violenza delle forze dell’ordine e alle parallele difese d’ufficio dei “poveracci” che ne restano vittime.

C’è il fenomeno diffuso. Che va avanti da molto tempo ma che ormai è considerato un dato di fatto. Secondo una tipica e paradossale distorsione del modo in cui i media, i politici, quasi tutti noi, guardiamo a ciò che avviene: più una situazione negativa si protrae a lungo e meno diventa motivo di allarme.

Invece di essere percepita, e affrontata, come un’aggravante, la durata conduce all’indifferenza o comunque alla passività: è così, lo sappiamo, che ci possiamo fare?

Il caso specifico, e ormai arcinoto, è quello di Carmelo Cinturrino. Il poliziotto che nel famigerato “boschetto di Rogoredo” dove imperversa lo spaccio di droga ha ammazzato un delinquente marocchino, Abderrahim Mansouri, sparandogli senza che ce ne fosse davvero bisogno. E poi, nel tentativo di allontanare qualsiasi addebito, ha truccato la scena del crimine mettendo accanto al morto una pistola-giocattolo, che però sembra autentica, in modo da poter sostenere che il pusher l’aveva estratta per minacciarlo. O per fare fuoco.

Il colpevole non ha nessuna attenuante e andrà punito con inesorabile severità. Perché non ci sono da sanzionare soltanto i reati in sé stessi, già meritevoli di una dura condanna penale, ma anche (e quasi soprattutto) il tradimento della funzione pubblica che gli era stata affidata, in quanto agente di polizia.

Quella divisa è stata infangata. Spianando la strada a chi non vede l’ora di scagliarsi contro i vari corpi di polizia e, in particolare, contro la repressione nei confronti dei criminali di origine straniera. Come se quelli che vengono colpiti non fossero dei malviventi ma dei malcapitati.

Soggetti, quand’anche membri di bande organizzate e brutali, che agirebbero per mera necessità. “Costretti” a delinquere a causa della loro marginalità sociale.

Dovuta, figurarsi, non già alla volontà di fare soldi facili con la droga o quant’altro, ma alle insufficienti opportunità di integrazione che l’Italia ha offerto loro.

Rogoredo: una sensibilità a senso unico

Questo pregiudizio al contrario, che nella sua pretesa di non discriminare nessuno tende sempre a mettere lo Stato sul banco degli imputati, riemerge di continuo.

E quando è venuto fuori che Cinturrino aveva mentito, così come i suoi colleghi che inizialmente lo avevano assecondato, si è subito trasformato in un pretesto. Allo scopo di trarne delle conclusioni di carattere generale.

Visto? Quei poliziotti hanno abusato del loro potere e perciò la questione non riguarda soltanto loro ma anche le forze dell’ordine nel loro insieme. Invece di auspicare o concedere maggiori tutele, come ad esempio il superamento dell’incriminazione automatica nei casi di ricorso alle armi, i controlli sul loro operato vanno resi ancora più stringenti.

Sul piano tecnico ci sarebbe già moltissimo da discutere, visto che spesso le concrete situazioni operative non permettono di soppesare all’istante le diverse opzioni e di scegliere quella più misurata. Ma l’aspetto peggiore è il tono di queste requisitorie. L’indignazione, scoperta o malcelata a seconda dei casi, con cui vengono sciorinate.

Un’indignazione di cui invece non c’è traccia rispetto all’altro e decisivo pezzo del problema: la criminalità che si diffonde nelle strade e che diventa parte integrante della vita quotidiana.

Il triste catalogo dell’impotenza

C’è l’imbarazzo della scelta, purtroppo.

Gli innumerevoli casi in cui i responsabili non vengono arrestati o, se anche lo sono, sfuggono alla punizione che si meriterebbero e tornano rapidamente a piede libero.

Le piazze di spaccio, come appunto Rogoredo e tantissime altre, di cui si conoscono perfettamente l’ubicazione e i traffici, ma sulle quali non si interviene mai in maniera risolutiva. E nemmeno si grida allo scandalo per il fatto palese, innegabile, pazzesco, che sono sempre lì. A smerciare droga. A far guadagnare i pusher. Ad alimentare le gang, e le mafie, che gestiscono l’importazione in grande stile e i rifornimenti sul territorio.

Si preferisce lasciar fare. E lasciando fare si perpetua quel senso di impunità che sta avvelenando l’intera società. Tra i criminali che proseguono imperterriti nelle loro lucrose attività e i cittadini comuni che devono sperare di non essere mai coinvolti in prima persona, solo perché si trovano, involontariamente, nel posto sbagliato e nel momento sbagliato.

È su questo che vorremmo vedere la mobilitazione di tutte le forze politiche, comprese quelle di opposizione, e del sistema mediatico nel suo complesso.

Come anche, mai dimenticarlo, dei magistrati che decidono giorno per giorno quali pene irrogare. O viceversa quali non applicare, ricorrendo a ogni spiraglio giuridico per vanificare gli sforzi di chi il crimine si sforza di combatterlo davvero.

Gerardo Valentini – presidente Movimento Cantiere Italia