La grandezza e la rinuncia: la scrittura silenziosa di Roberto Bazlen

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La grandezza e la rinuncia: la scrittura silenziosa di Roberto Bazlen.

Può accadere, benché caso piuttosto raro (almeno nella cultura occidentale), che un grande intellettuale o un grande pensatore o un grande maestro, decida di non scrivere. Di non lasciare tracce dirette di sé in un’opera scritta. Certo Socrate o Gesù di Nazareth non scrissero, decidendo di fare della propria stessa vita un’opera immortale. Poi a scrivere di loro e a scrivere per loro, ci pensarono, da un lato Platone e Senofonte. Dall’altro gli evangelisti e S. Paolo.

Per quanto riguarda tempi molto più vicini ai nostri e figure più accessibili a una breve riflessione come questa, è di estremo interesse la personalità di Roberto Bazlen (1902-1965). Triestino di formazione, ossia legato a quel solo filone della cultura italiana che, nel Novecento, si incrociò con la Mitteleuropa, egli fu una figura unica, imprendibile, a suo modo leggendaria.

Ad esso Calasso ha dedicato, prima di lasciare questo mondo, uno dei suoi ultimi scritti, intitolato “Bobi” (Adelphi, 2021), il nomignolo confidenziale con cui Bazlen era soprannominato dagli amici.

Roberto Bazlen, Tra l’opera e l’altrove

Non solo, ma la casa editrice Adelphi, alla cui nascita Bazlen diede un impulso decisivo, e Calasso in modo particolare, pubblicarono, quasi quarant’anni fa, un volume di “Scritti” (Adelphi, 1984) di Bazlen. Esso contiene i seguenti lavori: “Il capitano di lungo corso”, un frammento di romanzo. Le “Note senza testo”, ossia gli aforismi di Bazlen. Le “Lettere editoriali”, ovvero la raccolta di consulenze editoriali che Bazlen diede alle case editrici italiane.

Le “Lettere a Montale”, ossia a quel poeta con cui Bazlen strinse il rapporto più forte e che, ora che il Novecento si è concluso e può essere adeguatamente storicizzato, è possibile definire come il più grande del secolo scorso, quanto meno per ciò che riguarda la letteratura italiana. Il volume è accompagnato da un saggio di Calasso e da uno di Sergio Solmi, altra importante figura di critico del Novecento italiano, anch’egli legato tanto a Bazlen che a Montale.  

L’occhio dell’altro

Di particolare interesse è vedere come la figura di Bazlen abbia risuonato nell’opera dei grandi scrittori suoi amici. Per risonanza, intendiamo qui le occasioni in cui Bazlen è stato oggetto di scrittura diretta, non le volte che la sua influenza si è fatta in qualche modo sentire. Il discorso porterebbe troppo lontano.

A partire dalle vicende che portarono alla scoperta di Italo Svevo, in cui il ruolo di Bazlen fu di primo piano. O all’importante prima lettera editoriale su “L’uomo senza qualità” di Musil, che diede un contributo all’introduzione del grande romanzo in Italia.

Dunque Eugenio Montale, innanzitutto. Nel “Diario del ’71 e del ‘72”, quinta delle grandi raccolte poetiche di Montale, il grande poeta inserisce una lirica intitolata “Lettera a Bobi”. Si tratta di un’attestazione di stima e di un riconoscimento eccezionale. Implicitamente, Montale riconosce a Bazlen le sue qualità di maestro orientale. Cosa che, esplicitamente, farà Calasso nel suo saggio “Da un punto vuoto”, che accompagna il volume di “Scritti” di Bazlen.

Nelle “Poesie disperse” di Montale, troviamo una seconda lirica, intitolata “La madre di Bobi”, in cui il grande poeta rende, di nuovo, omaggio all’amico. Viene rievocata la prima visita, a Trieste, nel 1919; il successivo incontro con Bazlen di alcuni anni dopo; nonché la madre di Bazlen, ricordare la quale è per il poeta una ferita e una piaga, poiché il geniale amico l’ha poi abbandonata.

Ma vi è anche un’interessante testimonianza di Italo Calvino relativa a Roberto Bazlen. Essa è raccolta nei “Saggi” e si intitola, sobriamente, “Ricordo di Bobi Bazlen”. Il grande scrittore rende omaggio a un’intellettuale, diverso da lui come il sole rispetto alla luna. Calvino amava tenere la mente, e il cuore, aperti e sgombri al dialogo e al confronto e rende omaggio a una figura che abitava la letteratura in un modo completamente differente dal suo.

Roberto Bazlen con il giovane Calasso

Sentieri tortuosi

Questo volume di “Scritti” di Bazlen può dare ancora moltissimo, anche a giovani lettori. Qui si trova un intellettuale che era un autentico pensatore. Che non amava le rotte ufficiali, codificate della cultura, tantomeno l’irrigidimento accademico o specialistico. Che della sua origine mitteleuropea aveva fatto una scuola di apertura al mondo. Innanzitutto all’Oriente. Questo atteggiamento è passato in Calasso, i cui libri sull’India sono splendidi.

Ma Bazlen ci conduce ancora più in là. Verso il silenzio di Socrate. Verso l’idea che, in un mondo in cui la quantità di parole cresce in modo esponenziale, quasi sempre a scapito della loro qualità, il silenzio può essere l’unico atteggiamento adeguato del pensiero. Magari per provare a far vivere la profondità della Parola nei colloqui e negli scambi che, quotidianamente, intratteniamo con il mondo…