La famiglia nel bosco: poveri bimbi, dal bosco alla palude psicogiudiziaria
Non bisogna mai scordare che ogni psicologo è intriso di convincimenti personali, scaturiti dalla sua esperienza soggettiva e quindi discutibili
I diritti dei minori. Ma certo. Il loro benessere. Ci mancherebbe. Così li hanno tolti ai genitori, il 20 novembre scorso, per piazzarli in una casa-famiglia. E il giorno di Natale il papà non ha potuto pranzare con loro, perché altrimenti (mio dio!) si sarebbe creato “un precedente”. E di qui a quattro mesi la situazione potrebbe peggiorare ancora e forse in maniera definitiva e irreversibile, visto che padre e madre verranno sottoposti, nientemeno, a una perizia psichiatrica. Per stabilire se, a giudizio dell’esimia dottoressa che li valuterà, siano adatti o no a crescere i loro figli.
Avete letto bene: perizia. Un termine che implica la pretesa di essere oggettivi e la promessa di pervenire a conclusioni inconfutabili. Manco si trattasse di capire cosa c’è che non va in due pezzi meccanici che non rispondono ai requisiti previsti. In queste due rotelle che mentre girano fanno degli strani rumori – dei rumori sospetti – e che perciò mettono a repentaglio il meccanismo al quale appartengono. Quel meccanismo che a quanto pare deve funzionare solo ed esclusivamente in un determinato modo.
Si potranno riparare, questi due ingranaggi difettosi?
O sarà meglio rottamarli, prima che danneggino il prodotto finale? Il prodotto sociale. I loro tre bambini che dovranno diventare, secondo le intenzioni di chi li ha strappati alla famiglia, tre cittadini “nella media”. Esposti alle stesse sollecitazioni. Abituati ad accettare, o rifiutare, le stesse cose. Gli stessi valori, veri o presunti.
Tutti liberi… di essere uguali
Una decina di giorni fa, sul quotidiano La Stampa, Fabrizia Giuliani lo ha detto in maniera piuttosto esplicita. Dando per scontato che la full immersion nella società odierna – ovvero nelle sue abitudini e nei suoi stereotipi – sia di per sé positiva e che, specialmente per i più giovani, sia un incentivo essenziale allo sviluppo interiore.
“La scelta della famiglia di isolarsi, sottrarsi a regole, abitudini, comportamenti esterni ritenuti minacciosi ha investito i figli in modo radicale. Evitare qualunque contatto con la diversità — ossia con chi non condivide quell’orientamento — ha riguardato la loro salute, la loro istruzione, la loro possibilità di crescere nel confronto con gli altri.”
Giuliani, giova ricordare, è una docente di filosofia del linguaggio e un’ex deputata del PD, dopo aver fatto il classico percorso dai movimenti studenteschi al PCI e poi, sull’onda della Svolta della Bolognina del 1989, alle varie filiazioni che ne sono seguite.
Il mito, che balza all’occhio, è appunto quello del “confronto con gli altri”. La cui estensione è un altro luogo comune del medesimo versante: il famigerato, e dozzinale, “ogni diversità è una ricchezza”.
Un falso pluralismo che proclama di accogliere tutti (anzi, come direbbero loro, “tutte e tutti”) ma che in realtà esclude, e spesso demonizza, le visioni del mondo che siano sostanzialmente diverse e imperniate su valori alternativi.
Un approccio dogmatico che si estende alla psicologia e mira a spacciarla per una scienza esatta, incardinata su principi universali e, manco a dirlo, di matrice progressista.
Insopportabili, le famiglie tradizionali…
La verità è tutt’altra: la psicologia – che peraltro si articola su molteplici indirizzi assai differenziati tra loro (freudiani e junghiani, per citarne solo due) – può mettere a fuoco i processi mentali e ciò che li influenza, ma non ha alcun titolo a stabilire ciò che sia giusto in assoluto. Ergo, non bisogna affatto confondere la competenza professionale, sempre ammesso che ci sia davvero, con una sapienza etica di rango superiore. Che in quanto tale va instillata in ogni essere umano.
In altre parole, forse più chiare, non bisogna mai scordare che ogni psicologo è intriso di convincimenti personali, scaturiti dalla sua esperienza soggettiva e quindi discutibili, che verranno fatalmente proiettati nella propria attività professionale.
Per esempio: chi vede nella famiglia di stampo tradizionale un ostacolo alla libertà di scelta dei figli tenderà a limitarne il raggio d’azione.
Quella che per i genitori è educazione, ovvero trasmissione di elementi positivi, verrà letta in termini di coercizione. Un condizionamento che si ritiene sbagliato e che va impedito.
Come? Appellandosi, ed è quello che è avvenuto nel caso della “famiglia del bosco”, ai diritti dei bambini. Ovvero al loro diritto ad assomigliare ai loro coetanei, allineati alla sensibilità dominante da famiglie collaborative, da insegnanti solleciti, da media compiacenti. E da ogni altro genere di suadente/obbligatorio impulso all’omologazione generale.
Vedi, per richiamare un solo ambito, la propaganda serrata a favore della fluidità sessuale. Come se l’oscillazione tra maschile e femminile, o addirittura la transizione da un genere all’altro, fosse preferibile alla vecchia, noiosa, schematica stabilità. Quella di chi essendo nato maschio si sente pienamente maschio, o essendo nata femmina si sente pienamente femmina.
Un’eccezione o una regola?
Oggi, e ormai da più di un mese, si parla molto di questa specifica vicenda. E benché sia giustissimo farlo, sperando in una soluzione positiva che restituisca i tre figli a mamma Catherine e a papà Nathan, deve essere chiaro che la questione è di portata ben più ampia. Più ampia e più allarmante.
In una vera società liberale le intromissioni dello Stato nella sfera personale dei cittadini dovrebbero essere ridotte al minimo. E i reati, a loro volta, non dovrebbero riguardare le idee e gli stili di vita, fintanto che non si traducano in atti violenti a danno di altri.
Che cosa accade sempre più spesso, invece?
Accade che si trasformano le posizioni sgradite in minacce sociali da reprimere per via giudiziaria. Per ora su due direttrici, vedi gli articoli 604 bis e ter del Codice Penale, che sanzionano quello che viene ritenuto discriminatorio di per sé o che ne fa un’aggravante rispetto ad altri reati.
Ma è proprio il concetto di “discriminazione” che va maneggiato con estrema cautela. E con il massimo senso della misura. Distinguendo tra le opinioni, che non possono essere automaticamente trasformate in crimini (i cosiddetti crimini d’odio), e le eventuali aggressioni effettivamente compiute.
Analogamente, si deve evitare di espandere a dismisura la categoria delle violenze psicologiche, come se ogni minima disapprovazione, o viceversa qualsiasi attenzione indesiderata, costituisse un’offesa terribile, o persino un trauma dalle conseguenze devastanti.
Se questi confini vengono meno, la sbandierata tutela dei più deboli si ribalta in una rigidità innaturale e capziosa. Che invece di rafforzare gli individui, temprandone il carattere attraverso il normale confronto/scontro con gli altri, li sprofonda nell’illusione di dover essere accettati e apprezzati da chiunque.
Andate da questi alfieri delle minoranze indifese e chiedetegli cosa pensano dello “Stato etico”. Li vedrete inorridire. Ma in realtà quello che li fa trasalire non è l’idea di uno Stato che interferisce nelle vite dei cittadini e impone loro la propria morale.
Ciò che trovano insopportabile è che quelle interferenze non siano impregnate delle loro stesse certezze.
Gerardo Valentini – presidente Movimento Cantiere Italia
