Prima pagina » Rubriche » La crisi della politica italiana e il modello della Grecia

La crisi della politica italiana e il modello della Grecia

Le sezioni, le piazze, i cortei, i dibattiti permettevano alle persone di dialogare, guardarsi negli occhi, annusarsi, urlare qualche volta

senofonte antica grecia

Acropoli di Atene

Lo spettacolo offerto dalla decadenza della politica italiana spinge, per forza di cose, ad indagare alla radice questa sfera tanto importante della vita umana, ossia la politica come forma fondamentale dell’agire degli uomini. Ciò è possibile soltanto attraverso la filosofia.

Se c’è un pensatore con la maiuscola, nell’ambito della cultura occidentale, questi è Platone. È nota la battuta secondo cui la filosofia occidentale non sarebbe altro che un commento a Platone. L’immagine che ne diede Raffaello, al centro della “Scuola di Atene” con l’indice rivolto verso il cielo, contribuisce a rafforzare questa convinzione. La summa del pensiero politico di Platone è affidata alla “Repubblica”. Su quest’opera folgorante sono stati scritti fiumi di inchiostro, da studiosi, filosofi, filologi, storici del mondo antico.

Vale la pena ricordare il corso di Heidegger, del 1931/32, che ha come titolo “L’essenza della verità” (ed. it. Adelphi) ed è dedicato all’interpretazione del mito della caverna, una delle grandi pagine metafisiche della “Repubblica”, oltre che al “Teeteto”. Così come il libro di Luciano Canfora, uscito nel 2014, intitolato “La crisi dell’utopia.

Aristofane contro Platone” (Laterza), che legge l’opera di Platone in connessione con il teatro di Aristofane e riflette sulla messa in crisi del modello comunitario e comunista che la “Repubblica” di Platone propone forse per la prima volta.

Un’esperienza inarrivabile

Un altro approccio, estremamente fascinoso e suggestivo, al pensiero politico di Platone, è un saggio del giovane Giorgio Colli, intitolato “Platone politico” (Adelphi). Colli lo scrisse e pubblicò intorno ai vent’anni, nel 1939, e lo utilizzò come seconda parte della sua tesi di laurea. Anche la prima parte della tesi è stata pubblicata da Adelphi col titolo “Filosofi sovrumani”. Entrambi gli scritti sono curati dal figlio Enrico Colli, che ha pubblicato molte opere postume del padre.

Ma ciò che costituisce l’interesse specifico di quest’opera è che, mentre “Filosofi sovrumani”, dedicato ai Presocratici e alla gioventù di Platone, confluisce in “La natura ama nascondersi” del 1948, ed è un tema su cui Colli tornerà sempre, fino alla “Sapienza greca” (1977-80), viceversa sul pensiero politico di Platone, Colli non tornerà più.

Si tratta di un saggio straordinario, tanto che attirò l’attenzione di Benedetto Croce, pure così lontano da Colli per stile e impostazione filosofica. Innanzitutto, per avere un’idea dell’orizzonte ermeneutico del saggio di Colli, va detto che il pensiero politico di Platone non si esaurisce con la “Repubblica”, ma è un’elaborazione costante che prosegue con il “Politico” e le “Leggi”.

Ciò che costituisce la magia di questo saggio è la capacità del giovane Colli di sprofondare il lettore nel mondo platonico attraverso uno sguardo dall’interno, raramente raggiunto dagli altri esegeti di Platone.

Platone nasce in una famiglia ateniese importante, nel presente e nel passato della città. Alla sua nascita, tra il 428 e il 427 a. C. – poco più giovane di Senofonte – la guerra del Peloponneso è già cominciata e Pericle è morto da un anno. L’incontro decisivo della sua gioventù, come recita ogni buon manuale di storia della filosofia, è quello con Socrate. Ma altri personaggi gravitanti nel medesimo ambiente, non devono essere sottovalutati, Alcibiade e Senofonte, ad esempio.

Ma, ci dice Colli, la presenza e poi la morte di Socrate, cambiano completamente lo sguardo di Platone sulla politica greca. È decisivo anche l’influsso pitagorico. Decisivo per il formarsi del caposaldo del pensiero politico di Platone: il politico, il re, il governante deve essere anche filosofo.

I viaggi in Sicilia, alla corte di Siracusa governata dai tiranni Dionisio il vecchio e Dionisio il giovane, ci dice Colli, sono il terreno storico in cui il maestro cerca di sviluppare il suo progetto politico, destinato al fallimento. L’altra grande esperienza politica è la fondazione dell’Accademia, la Scuola di tutte le scuole. Sul cui ingresso pare ci fosse scritto “Non entri chi non è geometra”, ma bisognerebbe rievocare tutta la posizione speculativa di Platone, per spiegare questa frase che potrebbe appartenere ad una tradizione posteriore.

L’Accademia doveva essere una scuola di formazione politica, per quel nuovo tipo di classe dirigente rappresentato dal re-filosofo, e si trasformò, suo malgrado, in una scuola filosofica. (Ecco perché la mano di Colli sulla tradizione filosofica greca, è tanto preziosa). Il politico, ci dice allora Platone, deve conoscere la filosofia, altrimenti è destinato al fallimento.

Una terribile decadenza

Ritornando dalle altezze del pensiero politico di Platone, per come il giovane Colli lo studiò e analizzò nel suo magnifico saggio “Platone politico”, a lidi più vicini alla contemporaneità e all’attualità, è possibile aggiungere questo.

Tra i pensatori e le pensatrici che, nel Novecento, hanno studiato e pensato la politica con maggiore incisività e profondità, vi è certamente Hannah Arendt. Sollecitata dalle imponenti riflessioni filosofiche di Heidegger e Jaspers, Arendt ha ripensato, anche lei, la politica in senso greco. La politica è costituita dallo spazio pubblico, così come la Grecia classica lo interpretò attraverso la polis e i romani attraverso la repubblica. Lo spazio pubblico, la città, è tale poiché in essa gli uomini crescono e si confrontano attraverso i discorsi e le azioni, a volte grandi.

L’attuale crisi della politica italiana, ma è possibile dire della politica tout court, è dovuta proprio a questo. La generazione dei nostri nonni e genitori, che ha vissuto nella prima Repubblica e ha fatto il ’68, pur nelle condizioni della guerra fredda e del conseguente scontro ideologico, viveva ancora la politica come dimensione di confronto diretto tra uomini e donne.

Le sezioni, le piazze, i cortei, i dibattiti – a cui a volte partecipavano filosofi come Adorno e Habermas, come Foucault e Deleuze o come Sartre e Umberto Eco – permettevano alle persone di dialogare, guardarsi negli occhi, annusarsi, urlare qualche volta.

Oggi la televisione e i social network hanno assorbito e reificato ogni spazio pubblico autentico. Il cavallo di Troia della globalizzazione è riuscito là dove la repressione fascista aveva fallito: ossia nel bloccare ogni cambiamento autentico. Programmi televisivi che durano ore e che si ripetono uguali a sé stessi da anni, hanno cooptato lo spazio pubblico e tolto alle persone la possibilità di discutere direttamente.

Nelle sezioni non va quasi più nessuno. I social non hanno migliorato questa situazione, anzi. Poiché il dibattito virtuale tra le persone, mediato da una piattaforma digitale, non permette la stessa crescita che garantiva, invece, il confronto diretto. Milioni di esaltati, di fanatici e di ignoranti riversano il loro fiele, in singolar tenzone uno con l’altro; poi ciascuno si ritira nella rocca del proprio piccolo Io, fino alla prossima volta.

Non si vedono possibili vie d’uscita a questa situazione. Se non la speranza che i saperi umanistici e la letteratura autentica tornino a sciogliere la mente delle persone, a farle recuperare un minimo di complessità. Del resto, alla fine del suo saggio giovanile – per restituire la quintessenza del progetto politico di Platone – Colli scrive: “Sulle soglie della morte Platone ha proclamato per l’ultima volta il suo principio immortale che scopo dell’uomo è la conoscenza, e la conoscenza si raggiunge nella comunità e per la comunità”.