06 Maggio 2021

Pubblicato il

L’Europa tra passato e futuro: sulla cima del mondo

di Daniele Lorusso

L’eterno fascino di Goethe risiede nel fatto che egli è l’ultimo uomo universale della cultura europea

In un’epoca di povertà culturale come quella attuale, giova ripensare alle grandi epoche della cultura europea, nella speranza che la grandezza spirituale del passato possa illuminare, almeno in parte, il nostro presente. L’ultima di esse, in ordine cronologico, è quella vissuta dalla Germania e dai paesi di lingua tedesca, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Basti pensare ai nomi di Kant, Goethe, Mozart, Beethoven, Hegel, Schiller, Hölderlin, Schopenhauer.

All’interno di questa altisonante rosa di nomi, quello di Johann Wolfgang Goethe riveste un interesse particolare, per la spiccata universalità della sua opera, cui può essere accostata, forse, solo la musica di Mozart. Autore del “Faust”, di meravigliosi romanzi, di magnifiche poesie ed opere teatrali, di un supremo “Viaggio in Italia”, ebbe, fatto meno noto, una capacità speculativa innata, che ha reso la parola della sua poesia tanto profonda.

Nella cultura tedesca, il suo libro “Massime e riflessioni” ha avuto larga diffusione. Il grande poeta austriaco Hugo von Hofmannsthal scrisse, nel “Libro degli amici”, che da quest’opera era possibile imparare più che da tutte le università tedesche messe insieme. L’edizione italiana (Rizzoli 1992) è stata curata da Sossio Giametta, studioso di comprovata solidità, che si è segnalato per i suoi lavori di traduzione di filosofi come Spinoza, Schopenhauer e Nietzsche.

L’eterno fascino di Goethe risiede nel fatto che egli è l’ultimo uomo universale della cultura europea. Come Platone e Leonardo prima di lui, egli testimonia un’unità, conoscitiva e pratica, impensabile per la frammentazione e la dispersività del mondo contemporaneo. Quell’unità che Hegel, insieme con lui, rappresentò in filosofia per l’ultima volta e che Nietzsche, per stare a Giorgio Colli, non potè più raggiungere e realizzare.

Questo respiro universale, cosmico, si avverte in ogni sua riga. La gaiezza, la leggerezza, che con tanta freschezza si sprigionano da “I dolori del giovane Werther” egli le mantenne sempre, fino alle creazioni dell’ultimo periodo, complesse, molteplici, infinitamente articolate, come ad esempio il “Faust II”. Non a caso, se Heidegger aveva trovato l’ispirazione per il suo pensiero aurorale in Hölderlin, Benjamin, con tutta l’attenzione meravigliante per la redenzione messianica, trovò il suo nume ispiratore in Goethe che, come scrisse Hannah Arendt, lo influenzò più di qualsiasi altro filosofo.

La sua fu una natura camaleontica. Non fu un idealista in politica, non lo fu in filosofia e nemmeno in estetica. Come si afferma nella massima 807, egli fu panteista nell’indagare la natura, politeista nella poesia e monoteista nella morale. Un fondo duro, roccioso, caratterizza la sua opera – scialuppa di salvezza contro l’assenza di fondo del nichilismo contemporaneo.

Ma ciò che è veramente affascinante, è il respiro con cui descrive lo spettacolo del mondo. Su quella natura di roccia, insondabile e imprendibile, il suo genio ha costruito un mondo ricchissimo, di colori, suoni, bellezza, poesia, eros, spirito. Propriamente fu la sua capacità di apertura all’esperienza a renderlo unico.

Può sembrare paradossale che, dal massimo dei poeti tedeschi, ci venga incontro la luminosità mediterranea. Ma ciò è colpa di quello che la cultura e la natura tedesche sono diventate dopo, con Wagner, con Bismarck, con Nietzsche e Heidegger al limite, nonché con quei loro foschi pseudo-seguaci che furono i nazisti, innamorati del mito di sangue e terra. Niente di tutto ciò in questo dio germanico, che Benedetto Croce volle difendere, senza margini di esitazione, anche nel 1944.

Il fatto che la sua parola, a volte rovente, a volte tumultuosa, a volte fresca e lieve come un balsamo, potente come un tuono al mattino, leggera come una carezza, sarà sempre a disposizione di quell’umanità futura che vorrà confrontarsi con lui, è ciò che ci lascia ben sperare nel futuro della nostra specie, in quei tesori di saggezza che si nascondono nel cuore.

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