05 Agosto 2021

Pubblicato il

Intellettuali non pervenuti. Una cosa giusta la dice Giorgio Armani: rallentare

di Federico Zamboni
Un sassolino nello stagno. Un break – non pubblicitario – nella palude dei luoghi comuni, sanitari e non

Lui è uno stilista, celeberrimo, e quindi solleva la questione con riferimento al suo ambito di attività. La moda, detto all’italiana. Il fashion detto all’inglese.

La moda, detto come si deve: anche per ricordarci che, per caso o per destino, è parola al femminile. Che del femminile sfrutta da sempre gli stereotipi. Bellezza che fa rima con mutevolezza. Nei casi peggiori, non esattamente rarissimi, con frivolezza.

Lo spunto è lo stop alle normali attività, e alle normali esportazioni, a causa del coprifuoco imposto dal governo Conte. Ruolini di marcia stravolti e occasioni irrimediabilmente perdute, in quanto legate ai frenetici standard del ricambio continuo.

Lo strumento è una lettera aperta alla rivista WWD Women’s Wear Daily. Una lettera che pone innanzitutto delle questioni di settore, ma che in effetti le trascende. Estendendosi non solo a ogni altro versante del commercio al dettaglio in cui si faccia di tutto per titillare la smania degli acquirenti di ottenere qualcosa di speciale e di quasi esclusivo, ma addirittura alla società odierna nel suo insieme.

Scrive Giorgio Armani: “Non ha senso che una mia giacca, o un mio tailleur vivano in negozio per tre settimane, diventino immediatamente obsoleti, e vengano sostituiti da merce nuova, che non è poi troppo diversa da quella che l’ha preceduta. Io non lavoro così, trovo sia immorale farlo. Ho sempre creduto in una idea di eleganza senza tempo, nella realizzazione di capi d’abbigliamento che suggeriscano un unico modo di acquistarli: che durino nel tempo. Per lo stesso motivo trovo assurdo che durante il pieno inverno, in boutique, ci siano i vestiti di lino e durante l'estate i cappotti di alpaca, questo per il semplice motivo che il desiderio d’acquisto debba essere soddisfatto nell’immediato. Chi acquista i vestiti per metterli dentro un armadio aspettando la stagione giusta per indossarli? Nessuno, o pochi, io credo”.

Ed ecco l’approdo. La parte più interessante. Il punto di raccordo tra marketing forsennato, non solo nella moda, e ritmi di vita insensati, non solo nello shopping.

“Ma questo sistema, spinto dai department store, è diventato la mentalità dominante. Sbagliato, bisogna cambiare, questa storia deve finire Questa crisi è una meravigliosa opportunità per rallentare tutto, per riallineare tutto, per disegnare un orizzonte più autentico e vero”.

Giusto e condivisibile.

Ma solo a patto di non illudersi che il ripensamento sia a portata di mano, come una tartina o un calice di prosecco al buffet del “Nulla sarà come prima”.

Quella che si prospetta, infatti, non è una stagione di maggiore saggezza, ma di crescente durezza. Se davvero si vuole “riallineare tutto”, come scrive Armani, bisogna prima “disallinearlo”. Rispetto a uno stato di cose che non si è affatto instaurato solo negli ultimissimi tempi ma che all’opposto ha preso il via da svariati decenni.

Se davvero si vuole cambiare direzione, bisogna osservare con estrema lucidità quella che stavamo seguendo. “Andrà tutto bene” suggerisce il ritorno a un passato desiderabile.

“Andrà tutto bene” è, anche in questo, una fottuta menzogna

Stesse logiche, stessi vizi

Yes: non andava bene neanche prima. Prima dell’emergenza. E del modo inquietante in cui la si sta gestendo, specialmente qui in Italia ma anche altrove.

Sarà sgradevole da sentire, adesso che si muore dalla voglia di recuperare le abitudini perdute, ma almeno questo errore non bisogna farlo. Ci manca solo che ai gravi, gravissimi peggioramenti che incombono sul nostro futuro si aggiunga la mitizzazione del “buon tempo andato”.

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Col cavolo che era buono. Faceva abbastanza schifo, e nel corso degli ultimi anni stava peggiorando a vista d’occhio. In particolare da quando, sull’onda della crisi deflagrata nel 2008 a Wall Street, si è entrati in un’impasse economica dalla quale non si è mai usciti del tutto. I super ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri. La classe media che continua a perdere terreno. Più che media, mediocre.

Un caso esemplare di manipolazione, tra l’altro: il disastro lo aveva causato la finanza speculativa di matrice innanzitutto statunitense, e invece lo si è utilizzato per mettere sotto accusa i debiti pubblici nazionali e per intensificare gli attacchi ai sistemi di welfare, dalle tutele del lavoro dipendente alle pensioni, e non solo.

D’altronde, mica vi sarà sfuggito, non è che il Covid-19 appartenga a un’altra era politica. Le classi dirigenti che decidono il da farsi, e che non vanno certo ridotte ai partiti e ai loro figuranti spacciati per leader, sono sostanzialmente le stesse. Anzi: sono le stesse ma con un sovrappiù di arroganza, esibita senza alcun ritegno con la scusa della guerra al contagio. E con il puntello degli esperti omologati di turno: gli scienziati alla Burioni che pretendono di essere gli Unici e i Soli a poter dire cosa fare o non fare contro il Terribile Virus, così come Mario Monti & C. pretendevano di esserlo a cavallo tra 2011 e 2013.

Ognuno di quella razza lì ti intuba a modo suo.

E se crepi pazienza. Diventa un ottimo motivo per intubare anche gli altri.

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