06 Maggio 2021

Pubblicato il

L'angolo dell'umanista

Il dritto e il rovescio: il gioco di luci e ombre tra ottimismo e pessimismo

di Daniele Lorusso

Certamente il pessimismo ha più frecce al suo arco, rispetto al suo antagonista, l’ottimismo

ottimismo pessimismo
La Via

Ottimismo e pessimismo sono due momenti fondamentali del sentire umano, nonché della riflessione filosofica. Da una parte Leibniz, dall’altra Schopenhauer e Leopardi. Per concludere con il libro di Umberto Eco, “Apocalittici e integrati” del 1964.

Una questione scabrosa

Eppure, è possibile dire che entrambi, ottimismo e pessimismo, sono atteggiamenti unilaterali. Sia rispetto al giudizio sulla nostra esperienza terrena complessivamente considerata, sia rispetto alla considerazione relativa alla nostra epoca.

Certamente il pessimismo ha più frecce al suo arco, rispetto al suo antagonista, l’ottimismo. Dai tempi dei Presocratici, i sapienti greci prima di Socrate, e del Buddha, senza tralasciare l’Antico Testamento, la percezione della disperazione che inerisce alla condizione umana, fu subito nettissima.

Analogo discorso è possibile fare per il nostro tempo. In un’epoca che ha visto due guerre mondiali. I lager nazisti e i gulag di Stalin. La bomba atomica, il terrorismo e la guerra fredda. Per non parlare della globalizzazione. Sembra più facile inclinare verso il senso del tragico di Theodor W. Adorno, che non verso l’ottimismo di Karl Popper.

Equilibrio dialettico

Eppure, anche così, è possibile dire che il pessimismo non è in grado di vincere definitivamente la partita. Sossio Giametta è tra i più importanti studiosi di Schopenhauer e Nietzsche in Italia, nonché allievo di Giorgio Colli.

Racconta, Sossio, che una volta il poeta Chamisso disse a Schopenhauer, che anche il grigio scuro poteva bastare. Ossia che il nero assoluto del pessimismo abissale di Schopenhauer, risultava forse eccessivo.

Schopenhauer, forse, non lo comprese. Ma il suo contemporaneo Goethe ne era perfettamente consapevole. Tra il sostanziale ottimismo di un Kant o di un Hegel e il pessimismo tragico di Hölderlin, egli mantenne un equilibrio perfetto, che contribuisce a rendere la sua opera tanto insondabile e profonda.

Né apparirà esagerato affermare che fu grazie all’Italia, se Goethe imparò questa grande lezione di serenità apollinea, attraverso il contatto con l’arte classica.

Il gioco di oscurità e luce

Un libro come “Microcosmi” (1997, Garzanti) di Claudio Magris, ne è la dimostrazione. Uscito un anno dopo la morte della prima moglie, Marisa Madieri, anche lei scrittrice, e a lei dedicato. Nello specifico di “Danubio”, con particolare attenzione alla dimensione triestina e istriana della cultura della Mitteleuropa.

Il gioco di oscurità e luce è, in questo libro, costante, retto da un equilibrio dialettico profondo. L’oscurità e il buio sommergono la vita. Ma la vita è lì, che rinasce nelle esigenze impetuose della gioventù o in quelle della Natura, che non può che rifiorire costantemente dalle proprie ceneri.

Così il dolore è la dimensione in cui si alimenta lo spazio della poesia. Non solo nelle parole grandi di Biagio Marin, ma anche in quelle dei tanti personaggi minori che formano le storie del libro. E, subito, dal dolore nascono l’eros, il vino, il riso e l’ironia, il senso di una saggezza antica e mediterranea. Una saggezza di cui l’Atene di Pericle conosceva bene la ricetta.  

Il piacere della lettura e della riflessione filosofica sono una forma ulteriore di questo utilizzo intelligente del dolore. Soprattutto quando si lasciano soccorrere dalla leggerezza. In fondo, impegniamo in essi tutta la serietà che i bambini riversano nel gioco. Ricavandone lo stesso piacere…

 
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