21 Settembre 2021

Pubblicato il

Il caso dell’IC al Trionfale. Nello studio conta eccome, chi si ha in classe

di Federico Zamboni
Affermazioni incaute ma sostanzialmente fondate sulla pagina Facebook dell’Istituto. E nelle reazioni, a torto, domina lo scandalo

Un vespaio. Largamente prevedibile. Ma a quanto sembra non previsto affatto. Oppure sottovalutato, e di gran lunga. Rivelando così una incompetenza, sul piano della comunicazione istituzionale, che è assurda di per sé. Che è allarmante di per sé.

La vicenda, se non vi fosse già nota, è quella dell’IC di via Trionfale, a Roma. Sulla cui pagina Facebook è stato pubblicato un profilo delle attività svolte nei quattro diversi plessi scolastici che rientrano nella sua gestione, sottolineando che tra l’uno e l’altro vi sono precise differenze di carattere socioeconomico.

La considerazione iniziale è molto generica, e infatti è sopravvissuta alle correzioni seguite alla tempesta mediatica: “L’ampiezza del territorio rende ragione della disomogeneità della tipologia dell’utenza che appartiene a  fasce socio-culturali assai diversificate”.

A scatenare le reazioni, più o meno scandalizzate, è stato il seguito. Che prima di essere prontamente rimosso suonava così: “La sede di via Trionfale e il plesso di via Taverna accolgono alunni appartenenti a famiglie del ceto medio-alto , mentre il plesso di via Assarotti, situato nel cuore del quartiere popolare di Monte Mario, accoglie alunni di estrazione sociale medio-bassa e conta, tra gli iscritti, il maggior numero di alunni con cittadinanza non italiana”. E ancora: “Il plesso di via Vallombrosa, sulla via Cortina d’Ampezzo, accoglie prevalentemente alunni appartenenti a famiglie dell’alta borghesia assieme ai figli dei lavoratori dipendenti occupati presso queste famiglie (colf, badanti, autisti, e simili)”.

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Queste puntualizzazioni sono state interpretate nella chiave peggiore e hanno dato la stura a reprimende quasi unanimi. Per un motivo preciso. Perché andavano a cozzare contro uno dei tanti dogmi, magnifici in astratto ma ipocriti all’atto pratico, della società odierna: la scuola pubblica che tutti deve accogliere e che tutti vuole accettare.   

Come se avesse la bacchetta magica. Quando al contrario non ha nemmeno tutti gli insegnanti di ruolo che dovrebbe avere. Né, troppo spesso, i denari necessari per pagare le spese correnti di esercizio.

Un viaggetto nella realtà, invece

Si fa, ma non si dice: prima metà del problema. Sul versante di chi deve barcamenarsi tra le insidie della vita reale. In questo caso, i dirigenti scolastici e i genitori degli alunni.

I dirigenti scolastici che devono rendere il proprio istituto desiderabile, per non perdere iscritti e, quindi, una parte dei fondi che servono a finanziarlo. O addirittura per non rischiare l’accorpamento con altri istituti, maggiormente frequentati.

I genitori che vorrebbero, a ragion veduta, che i loro figlioli possano studiare nelle condizioni migliori possibili. E che hanno chiarissimo, per esperienza diretta o per conoscenza acquisita, che a questo fine non è assolutamente vero che un contesto vale l’altro. Piaccia o non piaccia, ci sono situazioni migliori e altre peggiori. Realtà auspicabili, per motivi che non si possono sempre ridurre a vanità o a pregiudizio, contrapposte ad altre che non lo sono per niente. 

Si dice, ma non si fa: seconda metà del problema. Sul versante opposto di chi, per motivi di ruolo o per adesione “ideale”, confonde le affermazioni di principio con la loro realizzazione concreta.

Come se bastasse proclamare che la scuola pubblica non deve fare alcuna differenza tra gli studenti, per cancellare le disparità e rendere ogni classe sostanzialmente identica a qualunque altra. Nella qualità didattica degli insegnanti. Nelle attitudini e nell’ interesse degli allievi. In quell’insieme di circostanze, e di combinazioni tra i diversi fattori, che mal si presta a essere schematizzato, ma che nella vita vissuta diventa evidentissimo. E decisivo.

In un ottimo editoriale pubblicato ieri sul Messaggero e intitolato “Scuola per ceti, ipocrisie a Roma”, Mario Ajello ha colto assai bene la contraddizione strisciante: “Sarà pure politicamente scorretto il testo messo in rete dalla preside, ma dice che il re è nudo. Fa emergere il subconscio – che tanto sub non è, perché i genitori non fanno che chiedersi a vicenda: «Tu tuo figlio dove lo manderai alle medie? Ma la scuola che hai scelto che ambiente ha?» – di tante famiglie che sanno benissimo, fuori da ogni ipocrisia, che l'eccellenza scolastica non è slegata purtroppo dal contesto sociale in cui si esercita”.

Esatto. Identificare la meta non significa affatto averla raggiunta. C’è così tanto da camminare, per arrivare davvero a destinazione, che il “primo passo” è riconoscere con la massima franchezza quanto il traguardo resti lontano. E quanto sia in profonda, quasi insormontabile antitesi con l’assetto generale delle nostre società odierne, imperniate sul denaro, sul reddito, sull’avere.  

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