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28 Settembre 2020

Pubblicato il

Governo, la montagna-Renzi ha partorito un topolino

di Mirko Ciminiello

Un appello per le riforme che lascia freddi (quasi) tutti. E il Premier Conte ruba la scena al Rottamatore: "Ora cura da cavallo per la crescita"

La vera notizia è che, per una volta, il bi-Premier Giuseppe Conte ha rubato la scena a Matteo Renzi. Non solo: lo ha fatto con una dichiarazione laconica e senza fronzoli – vale a dire con uno stile inversamente proporzionale alla logorrea del leader di Italia Viva. «Mi prenderò qualche giorno per poi lanciare una cura da cavallo per il sistema Italia. Siamo in emergenza, e dobbiamo tutti lavorare».

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Che fosse o meno una sorta di spot, non si può certo dar torto al Presidente del Consiglio quando definisce la crescita la vera priorità dell’esecutivo rosso-giallo. Non a caso, il tema ha subito acceso il dibattito.

Per esempio, il Cancelliere dello Scacchiere Roberto Gualtieri – che è anche il candidato del centro-sinistra alle elezioni suppletive del prossimo 1° marzo per il seggio del collegio Roma 1 della Camera – ha sottolineato che «l’Italia come Paese europeo non è in grado di esercitare il proprio ruolo se non ha una Capitale all’altezza», aggiungendo che oggi l’Urbe è «sottofinanziata». Diagnosi impeccabile: chissà che ne pensa il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri…

In ogni caso, la reazione più attesa era, come sempre in quest’ultimo periodo, quella dell’ex Rottamatore: il quale, intervenendo a Porta a Porta, non si è fatto pregare, e ha sfidato il fu Avvocato del popolo a iniziare la succitata cura da cavallo «abolendo il Reddito di cittadinanza che è un fallimento» e sbloccando cantieri e opere pubbliche.

Va da sé che l’ex Premier parlava a nuora (il Premier in carica) perché suocera (il M5S) intendesse. È infatti al MoVimento, as usual, che il senatore di Rignano ha riservato le maggiori stoccate. A partire da quel «non voglio morire grillino» che serviva anche a marcare ulteriormente la distanza con la madrepatria, quel Pd accusato una volta di più di essersi messo al traino del giustizialismo pentastellato.

Ed è proprio su questi temi, e in particolare – di nuovo – sulla legge Bonafede, che l’altro Matteo ha attaccato più duramente. «Penso proprio che se non si troverà un accordo entro Pasqua sulla giustizia chiederemo la sfiducia individuale per il Ministro della Giustizia». E, per far capire l’antifona, Iv ha votato nuovamente con l’opposizione, in Commissione giustizia alla Camera, per bloccare la riforma del Guardasigilli Alfonso Bonafede che annulla la prescrizione.

In realtà, a furia di annunci e minacce la pistola dell’ex Capo del Governo appare un po’ scarica: però ha ottenuto l’effetto di provocare un’ennesima crisi di nervi ai dem, la cui pazienza, hanno detto da via del Nazareno, «è giunta a un limite». Con il segretario Nicola Zingaretti che ha parlato di «chiacchiericcio insopportabile» e il Ministro dei Beni culturali Dario Franceschini che, citando Esopo, ha paragonato Renzi allo scorpione che uccide la rana che lo sta traghettando in mezzo a un fiume – così come il senatore fiorentino andrebbe a fondo con tutto il Governo Conte-bis – perché è la sua natura. Muoia Sansone con tutti i Filistei.

In realtà, l’ex Rottamatore si è detto convinto che anche in caso di sfiducia verso Bonafede non ci sarebbero conseguenze per l’esecutivo: e, se anche fosse, difficilmente si potrebbe votare prima del 2021 «per un impedimento tecnico», che per gli amici sarebbe la Legge di Bilancio.

Dopodiché, il cuore del preconizzato nunzio «che può avere un senso per il prosieguo della legislatura» è stato un appello a tutte le forze politiche a varare «l’elezione diretta del Presidente del Consiglio» sulla base del modello di scelta dei sindaci. Ipotesi che ha lasciato freddi praticamente tutti i partiti, con la sola (parziale) eccezione di Forza Italia.

Insomma, sempre per citare Esopo, la montagna-Renzi ha partorito un topolino, facendo tirare un sospiro di sollievo alla maggioranza rosso-gialla. 1 a 1, quindi, e palla al centro.

Perché Italia Viva aveva già segnato in precedenza col fallimento del tentativo della maggioranza di trovare dei voltagabbana che puntellassero le poltrone dell’esecutivo. «Ci hanno provato. Non ce l'hanno fatta, ma ci hanno provato raccogliendo i senatori responsabili. Ma se lo vogliono fare, perché il Presidente del Consiglio o qualche suo collaboratore non ci vuole, è loro diritto provarci. La prossima volta farebbero meglio a riuscirci» ha sibilato l’altro Matteo.

In effetti, il BisConte aveva già smentito queste voci, ma a pensar male… resta poi lecito ipotizzare che, al risveglio, si chieda subito cosa aver pensato nel frattempo il leader dell’opposizione intergovernativa.

Il quale, dal salotto più famoso della televisione italiana, qualche indiscreto indizio lo ha cautamente lanciato. A partire dal «non voglio diventare la sesta stella». Tutto il resto è noia.

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