Il delitto di Garlasco resta uno dei casi di cronaca giudiziaria più discussi degli ultimi vent’anni. L’omicidio di Chiara Poggi, uccisa nella sua casa di via Pascoli il 13 agosto 2007, continua a generare domande, divisioni, nuove letture investigative e un’attenzione pubblica che non si è mai davvero esaurita. Una vicenda processualmente segnata dalla condanna definitiva di Alberto Stasi, ma tornata al centro del dibattito per nuovi accertamenti e per interrogativi che riguardano le prove, i tempi della morte, le tracce biologiche, la scena del delitto e il modo in cui il caso è stato raccontato.
Il libro, il caso, la vittima dimenticata
Da questo terreno nasce il libro “Garlasco. Le vergogne infinite. La caccia è appena cominciata”, pubblicato da Santelli Editore e firmato da Claudio Brachino, Pasquale Bacco e Sofia Vidale. Un volume netto, duro, costruito per rimettere in fila elementi tecnici, omissioni possibili, incongruenze, letture medico-legali e responsabilità di sistema. Il titolo è già una dichiarazione d’intenti: non solo tornare su Garlasco, ma chiedersi che cosa non sia stato visto, che cosa sia stato trattato male, che cosa sia rimasto fuori dalla comprensione pubblica.
Pasquale Bacco, medico legale, entra nel cuore materiale della vicenda: il corpo di Chiara, la scena domestica trasformata in scena del delitto, le lesioni, il sangue, le impronte, il Dna, la finestra temporale della morte. Nella sua lettura, il punto da cui ripartire è proprio la vittima, spesso oscurata dalla sovraesposizione mediatica dei nomi, dei sospetti, dei protagonisti processuali. In questa intervista con Francesco Vergovich, Bacco ricostruisce il senso del libro e spiega perché, a suo giudizio, Garlasco resta un caso che interroga la giustizia italiana, la medicina legale e il modo in cui l’opinione pubblica si rapporta alla cronaca nera.
“Il rischio è trasformare un omicidio in una soap opera”
Francesco Vergovich: Nel libro lei sembra voler riportare il caso Garlasco al corpo di Chiara Poggi e alla scena del delitto. Qual è l’errore più grave che si commette quando un caso mediatico viene discusso prima attraverso i volti e poi attraverso le prove?
Pasquale Bacco: L’errore più grave è allontanarsi dalla realtà. Si rischia di trasformare tutto in una soap opera, in un racconto che non nasce più dalle cose materiali. Chiara Poggi era una ragazza, esisteva, respirava. Non è stata semplicemente uccisa: è stata massacrata. Ha subito dodici colpi al cranio, con una violenza inaudita. Uno degli ultimi colpi le ha sfondato una parte del cranio e del cervello. Raccontare un delitto soltanto come un caso mediatico significa dimenticare la sofferenza reale, la brutalità dell’evento, ciò che è accaduto a una persona.
Vergovich: Lei insiste molto sulla necessità di tornare alla vittima, quasi scomparsa nel racconto pubblico.
Bacco: Sì, perché negli anni si è parlato dell’omicida, del presunto omicida, del possibile nuovo colpevole, dei protagonisti del processo. Ma Chiara Poggi rischia di diventare solo un nome. Invece tutto parte da lei: dal suo corpo, dalla scena del delitto, dalle lesioni, dalle tracce ematiche, dalle impronte. La medicina legale serve anche a questo: riportare la discussione alla realtà fisica dei fatti.
Il tempo della morte e il peso della tanatocronologia
Vergovich: Nel libro lei dedica molta attenzione alla tanatocronologia, cioè allo studio del tempo della morte. Quanto può cambiare una ricostruzione investigativa se cambia la finestra temporale del decesso?
Bacco: Tantissimo. Se sbagliamo l’orario della morte, possiamo arrivare a condannare un innocente. Nel caso di Garlasco, l’elemento cronologico è decisivo. Il primo medico legale, quello che effettua materialmente l’autopsia, individua l’orario della morte intorno alle 11 del mattino. Questa indicazione viene confermata anche da altri medici legali. Nel processo, però, l’orario della morte diventa le 9.30. È uno spostamento enorme, perché alle 11 Alberto Stasi aveva un alibi, mentre alle 9.30 viene collocato diversamente nella ricostruzione.
Vergovich: Dal suo punto di vista, qual è il dato temporale che avrebbe meritato più attenzione?
Bacco: La durata dell’aggressione. Sul corpo di Chiara è difficile individuare un solo elemento errato, perché da un punto di vista medico-legale, a mio giudizio, viene sbagliato quasi tutto. Sul pigiama c’era l’impronta dell’assassino, fotografata ma poi confusa nel contesto delle tracce di sangue. Il primo medico legale fotografa alcune lesioni, ma non le documenta tecnicamente nel reperto autoptico come lesioni da difesa. Quando su un cadavere troviamo una lesione, possiamo stabilire entro quale intervallo prima della morte quella lesione sia stata prodotta. Su Chiara, questo lavoro non è stato fatto come avrebbe dovuto.
“In trent’anni non ho mai visto errori così grandi senza dolo”
Vergovich: Lei parla di errori molto gravi. È possibile che tutto sia stato frutto di incuria, impreparazione, mancanza di attenzione?
Bacco: Le rispondo con due affermazioni molto forti. In trent’anni di Procura non ho mai visto errori così grandi senza dolo, indipendentemente da chi li abbia commessi. E poi c’è un punto: il medico legale deve avere coraggio. Deve portare avanti le proprie convinzioni, anche quando sono scomode. Troppo spesso i medici legali finiscono per accomodarsi sulle ipotesi della Procura. Ma il nostro compito è un altro: dire ciò che emerge dai dati.
Vergovich: Quando un corpo viene trovato in una scena così complessa e poi osservata per anni, quali sono i limiti reali della medicina legale?
Bacco: Oggi i limiti sono molto più ridotti rispetto al passato. Negli ultimi anni, anche grazie all’uso dell’intelligenza artificiale applicata alla medicina legale, abbiamo fatto passi enormi. Possiamo vedere nelle fotografie elementi che prima non erano visibili, possiamo ricostruire tempi e dinamiche con maggiore rapidità e precisione. Il limite più serio, a distanza di molti anni, resta la riesumazione: alcuni tessuti non esistono più, si sono degradati. Lì diventa più difficile valutare lesioni profonde, sottocutanee, elementi che sarebbero stati fondamentali nelle prime fasi.
La casa, le tracce, i movimenti
Vergovich: Lei parla di tracce ematiche, percorsi interni, impronte, calzature. Quanto è importante ricostruire non solo chi fosse in casa, ma anche come si sia mosso dentro quella casa?
Bacco: È fondamentale. La ricostruzione dei movimenti serve a capire la dinamica e anche elementi che possono avere rilievo giudiziario. Le misure antropometriche, per esempio, possono aiutare a comprendere la posizione dei corpi, la violenza dell’aggressione, la possibilità di determinati gesti. Quando si fa un buon lavoro, la ricostruzione dei Ris e la valutazione medico-legale devono dialogare, pur essendo svolte separatamente. In questo caso, le valutazioni tecniche hanno prodotto indicazioni che, a mio avviso, coincidono in modo significativo.
Vergovich: La casa di via Pascoli, nel libro, sembra diventare quasi un personaggio. Che cosa racconta una scena domestica trasformata in scena del delitto?
Bacco: Dovrebbe raccontare tutto, se viene trattata bene. Quando arrivo su una scena, la prima cosa che osservo sono gli spazi. I corpi hanno bisogno di spazio per muoversi, per cadere, per rotolare, per essere trascinati. Una persona è alta 1,60, 1,70, 1,80 metri: questi dati contano. Le vie di fuga contano. Il corpo non è mai un elemento isolato, ha sempre una tridimensionalità che va valutata.
Le tracce biologiche e il nodo dell’impronta 33
Vergovich: Nel libro emerge il tema delle letture diverse degli stessi elementi. Come può accadere che una traccia, un’impronta, un dato biologico, pur essendo oggettivi, assumano un peso diverso a distanza di anni?
Bacco: Perché spesso manca correttezza professionale, e soprattutto moralità professionale. Un’impronta è un’impronta. Io non sono il difensore di Stasi né di Sempio, non ho interessi di parte. Da un punto di vista scientifico bisogna essere chiari. Il Dna trovato sotto le unghie di Chiara Poggi, secondo la mia valutazione, è riconducibile alla linea paterna di Andrea Sempio. E l’impronta 33, sempre secondo la mia valutazione tecnica, è riferibile alla mano di Andrea Sempio. Poi il piano giuridico richiede cautele ulteriori, ed è giusto che sia così. Ma il tecnico non può cambiare valutazione in base alla convenienza del momento.
Vergovich: Il Dna, quando c’è, quanto pesa in un’indagine?
Bacco: Quando c’è, orienta in modo fortissimo l’indagine. È un elemento che può indirizzare gran parte del lavoro investigativo. Però non sempre c’è, e quando c’è va letto correttamente, nel contesto in cui si trova.
Vergovich: L’impronta 33 è uno degli elementi più discussi di questa nuova fase del caso. Che cosa dovrebbe sapere un lettore non specialista prima di attribuire a un’impronta un valore decisivo?
Bacco: Ogni mano è unica. Come le impronte digitali, anche la conformazione della mano contiene elementi distintivi. L’impronta 33 è importante perché viene descritta come fresca, bagnata, rossastra. Si trova sul muro, in un punto collegato alla dinamica dell’aggressione. È difficile pensare che una traccia del genere, in quel contesto, non abbia un peso enorme. Il problema è che il materiale originario non è più disponibile: anche questo rende Garlasco un caso particolare.
Vergovich: Il materiale subungueale è un altro punto delicato. Quali cautele servono quando si parla di Dna sotto le unghie della vittima?
Bacco: Bisogna guardare due cose: il profilo genetico e il luogo in cui si trova. Se un Dna è sotto le unghie di una vittima, in un contesto di aggressione violenta, non è un dettaglio marginale. Nel caso specifico, sotto le unghie di Chiara non viene trovato Dna di Stasi, mentre viene individuato un profilo che, secondo la mia lettura, riconduce alla linea paterna di Sempio. Naturalmente la giustizia deve applicare tutte le garanzie, soprattutto perché parliamo di un delitto avvenuto molti anni fa. Ma dal punto di vista tecnico, la domanda resta forte.
Errori tecnici e nuove tecniche
Vergovich: Nel libro lei insiste sulle criticità tecniche. Qual è la differenza tra un errore investigativo e una valutazione scientifica poi superata da nuove tecniche?
Bacco: Se una valutazione viene superata da nuove tecniche, è comprensibile. La scienza evolve. L’errore tecnico, invece, è più grave, perché spesso riguarda accertamenti irripetibili. Una valutazione investigativa può essere ripresa, riletta, integrata. Un errore tecnico su un corpo, su una traccia, su un reperto, può diventare quasi definitivo. Per rimetterlo in discussione servono condizioni particolari e spesso anche fortuna.
Vergovich: Se oggi dovesse spiegare il caso Garlasco a uno studente di medicina legale, quale sarebbe la prima lezione?
Bacco: Avere sempre il coraggio delle proprie determinazioni. Il medico legale deve essere il primo difensore di ciò che firma. Una firma, in una perizia, non è una formalità. Significa: io credo in ciò che ho scritto, lo sostengo, sono pronto a difenderlo. Questa è una lezione fondamentale.
Vergovich: Che rapporto esiste tra medici legali e magistrati?
Bacco: A volte è un rapporto molto stretto. Il medico legale partecipa a interrogatori, sopralluoghi, momenti delicati dell’indagine. Può nascere sintonia. Ma i ruoli devono restare distinti. La sintonia non deve mai diventare dipendenza dall’ipotesi investigativa.
Medicina legale, processo e opinione pubblica
Vergovich: La medicina legale cerca dati, il processo cerca responsabilità, l’opinione pubblica spesso cerca una risposta immediata. Come si evita che questi piani si confondano?
Bacco: Ognuno deve rispettare il proprio ruolo. Il professionista deve sapere quando esporsi e come farlo. Garlasco, da questo punto di vista, ha superato ogni limite: abbiamo visto professionisti fare molte trasmissioni al giorno. È inevitabile che i piani si confondano. Il medico legale deve lasciare che i dati parlino nelle perizie. Poi è giusto che le persone si informino, ma il professionista ha il dovere di non confondere comunicazione, opinione e prova.
Vergovich: Il caso Garlasco mostra quanto una narrazione pubblica possa cristallizzarsi attorno a una persona. Quanto è pericoloso, secondo lei, quando l’immaginario collettivo arriva prima dell’accertamento tecnico?
Bacco: Io non credo che il problema principale sia l’opinione pubblica. Il popolo non condanna nessuno. A condannare sono i giudici. Se un giudice, un medico legale, un avvocato non riesce a essere sereno per la pressione esterna, deve fermarsi. La vera pericolosità sta nella corruzione, nella mancanza di indipendenza, nella scarsa tenuta morale di chi ha responsabilità tecniche o giudiziarie.
Vergovich: In Italia c’è sufficiente cultura scientifica nel racconto giornalistico della cronaca giudiziaria?
Bacco: No, non abbastanza. Ci sono giornalisti ed editori molto preparati, ma in generale il racconto giornalistico e quello scientifico viaggiano su piani diversi. Servirebbe più attenzione, più formazione, più prudenza nel tradurre dati tecnici per il pubblico.
“La vergogna più grande? La condanna di Alberto Stasi”
Vergovich: Il titolo del libro è molto forte: “Le vergogne infinite”. Dal suo punto di vista, qual è la vergogna più grande del caso Garlasco?
Bacco: Per me la vergogna più grande resta la condanna di Alberto Stasi senza una prova concreta della sua colpevolezza. È questo che ha riportato tanta attenzione sul caso. Ognuno di noi ha paura di essere condannato da innocente. Io combatto da trent’anni con la morte e con il carcere, e sono due paure enormi. Nel caso Stasi, a mio giudizio, l’innocenza era evidente. Era stato assolto due volte. Eppure è stato condannato.
Vergovich: Quale movente gli viene attribuito?
Bacco: Di fatto, nessun movente chiaro. Alberto Stasi viene condannato senza un movente solido. Si ipotizzano scenari, ma non c’è un movente netto. L’elemento più forte contro di lui riguarda il fatto che avrebbe detto di essere entrato in casa senza lasciare tracce compatibili con quella ricostruzione. Da lì nasce l’idea della menzogna. Poi arriva la narrazione del “biondino dagli occhi di ghiaccio”, e la narrazione pubblica comincia a pesare.
Andrea Sempio, gli indizi e il principio di non colpevolezza
Vergovich: La nuova indagine su Andrea Sempio riapre interrogativi profondi. Resta però fermo il principio di non colpevolezza fino a una sentenza definitiva. Come si tiene insieme il diritto al dubbio con il dovere della prudenza?
Bacco: È difficile, ma necessario. In questo caso ci sono molti elementi che, secondo la mia lettura, portano nella direzione di Andrea Sempio. Ma gli indizi restano indizi, non prove definitive. Il diritto al dubbio deve essere conservato. Se non si arriverà a una prova certa della colpevolezza, anche con mille dubbi, una persona dovrà essere lasciata libera. L’Italia è un Paese garantista, o almeno dovrebbe esserlo.
Vergovich: In un caso così mediatico, come si fa a non perdere mai di vista Chiara Poggi?
Bacco: In realtà è stata persa di vista quasi da tutti, anche da noi che partecipiamo al dibattito pubblico. Chiara rischia di restare un corpo, e a volte neppure quello. Bisogna ricordare che dietro ogni reperto, ogni lesione, ogni traccia di sangue, c’era una persona.
Il medico legale davanti al dolore
Vergovich: Lei ha lavorato su elementi tecnici molto duri: sangue, lesioni, corpo, scena. Esiste un momento in cui il medico legale deve proteggersi emotivamente da ciò che studia?
Bacco: All’inizio sì. Io racconto spesso che la mia prima autopsia fu su un bambino. Cominciai in modo drammatico. Ricordo che, dopo le prime autopsie, tornando a casa evitavo le zone buie, perché immaginavo dietro di me le persone su cui avevo lavorato. Poi si supera, ci si abitua. Ed è giusto che sia così, perché quello che fai lo fai per cercare la verità e per dare giustizia a chi era una persona.
Vergovich: L’autopsia è spesso una scelta che i familiari vivono con sofferenza.
Bacco: È comprensibile, ma l’autopsia è l’unico elemento che può dare certezze assolute. È un atto doloroso, ma può essere decisivo.
“La giustizia non ha un tempo di scadenza”
Vergovich: Dopo quasi vent’anni, che cosa significa cercare la verità in un caso come Garlasco?
Bacco: Significa cercare giustizia. La giustizia non ha un tempo di scadenza, anche se esiste la prescrizione. Garlasco ha distrutto la vita di molte persone e ha ucciso Chiara Poggi. Ha distrutto anche la vita di Alberto Stasi. E poi c’è un’altra domanda: quante responsabilità ha avuto il contesto? Quante persone hanno fatto finta di non vedere, di non capire, di non sapere?
Vergovich: Se potesse rivolgere una sola domanda a chi ha condotto le indagini, quale sarebbe?
Bacco: Oggi il quadro, secondo me, è abbastanza chiaro. La domanda da fare a certe persone è semplice: perché? Perché alcune cose non sono state viste? Perché altre sono state trattate in quel modo? Perché si è arrivati a certe conclusioni?
Il senso del libro
Vergovich: Questo libro nasce in una fase nuova della vicenda. Che cosa spera produca nel lettore: indignazione, dubbio, consapevolezza, richiesta di nuovi accertamenti?
Bacco: Vorrei che il libro facesse capire una cosa: non si arriva a Sempio per partito preso, almeno nella lettura che proponiamo. Ci si arriva perché gli indizi, le ricostruzioni, le intercettazioni, le indagini portano lì. Non c’è un accanimento personale. C’è il tentativo di guardare gli elementi.
Vergovich: C’è un punto del libro che rappresenta il nucleo più importante del suo contributo?
Bacco: La valutazione della perizia Cattaneo. Ho visto che pochi l’hanno davvero spiegata e pochi l’hanno capita, o forse hanno fatto finta di non capirla. Per me quello è un punto centrale.
Vergovich: Quanto è stato difficile scrivere di Garlasco sapendo che ogni parola può riaccendere dolori, sospetti, reazioni pubbliche?
Bacco: Non bisogna avere paura di parlare se lo si fa in modo gratuito, senza interessi. Bisogna avere paura quando si parla per convenienza. Se spieghi un concetto tecnico in modo chiaro, non devi temere.
Claudio Brachino, Sofia Vidale e lo sguardo a tre voci
Vergovich: In che modo il confronto con Claudio Brachino e Sofia Vidale ha cambiato o ampliato il suo sguardo sul caso?
Bacco: Moltissimo. Claudio Brachino, per esperienza professionale, mi ha trasmesso ancora di più il senso della decenza e dell’attenzione. Ha seguito casi importanti, ha una grande esperienza giornalistica e giudiziaria. Sofia Vidale, pur essendo giovane, ha un approccio criminologico molto filosofico. Mi ha insegnato a vedere alcuni elementi in modo più sofisticato. Noi medici legali siamo spesso freddi; la criminologia può permettersi di essere più calda, noi no.
“La caccia è appena cominciata”
Vergovich: Il sottotitolo dice: “La caccia è appena cominciata”. A che cosa dovrebbe dare la caccia oggi chi vuole davvero capire Garlasco? A un colpevole, a una verità processuale più solida, agli errori che hanno impedito di vedere tutto prima?
Bacco: Alle complicità. Non necessariamente complicità nell’omicidio, ma complicità di chi ha assecondato, favorito, coperto o non visto determinate attività. La giustizia ha bisogno di una sentenza chiara. Garlasco non può chiudersi con una condanna o un’assoluzione confuse. Chi dovrà giudicare dovrà avere onestà intellettuale. La sentenza, qualunque sarà, dovrà essere inattaccabile.
