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Freddato al binario 10 di Ostiense, l’esecuzione dell’investigatore

Il 12 febbraio 1995, a Ostiense, Duilio Saggia Civitelli aspetta il treno per recarsi a Torvajanica, viene freddato da un colpo alla testa

Pistola

Resta avvolto nel mistero il delitto del binario 10 della stazione Ostiense, del 12 febbraio 1995. Un signore aspetta un treno per Formia. Un killer gli si avvicina e lo fredda con una pistola silenziata. Un lavoro pulito, perfetto, rapido. Una esecuzione da professionista. Ci saranno altre esecuzioni simili nel 2001 e nel 2013. Non sappiamo se fossero collegate tra loro dalla stessa mano assassina.

Un solo colpo alla testa al binario 10 di Ostiense

Due i delitti con un colpo alla nuca e uno in fronte, più un quarto tentato omicidio con caratteristiche simili, sono avvenuti a Roma tra il 1995 e il 2013. Delle esecuzioni nello stile del killer di professione. Una esecuzione a febbraio 2013, che vide come vittima il fotografo dei vip Daniele Lo Presti, ucciso mentre faceva jogging sul greto del Tevere sotto ponte Testaccio.

L’altra esecuzione avvenne a Tor Sapienza, sotto l’androne delle case popolari di viale Giorgio Morandi, dove abitava Claudio D’Andria, ex dipendente del Comune di Roma, anch’egli assassinato da un killer che gli sparò con un colpo in fronte, da distanza ravvicinata, mentre passeggiava con i cani. Fu invece un tentato omicidio quello che riguardava suor Piera (Lucia Soletti) il 29 aprile 2001 a Trastevere, colpita al collo.

Quello di cui ci occuperemo qui però fu il  primo della serie, il 12 febbraio del 1995, al binario 10 della stazione Ostiense, dove Duilio Saggia Civitelli stava aspettando il treno 12270 per recarsi a Campoleone e poi proseguire verso Torvajanica. Aveva obliterato il biglietto alle 16.46 ma su quel treno non ci salì mai, freddato con un colpo alla nuca da un killer rimasto sconosciuto.

Un uomo viene trovato morto sulla banchina del binario 10

Duilio Saggia Civitelli aveva 53 anni, era ex rappresentante di elettrodomestici in pensione e svolgeva mansioni di investigatore privato nell’agenzia di famiglia, gestita dai figli. Pioveva quella domenica. Un uomo si avvicinò da dietro mentre aspettava il treno, estrasse una pistola silenziata e lo freddò con un colpo alla nuca. Nessuno lo vide. Probabilmente la pistola sarà stata nascosta sotto un cappotto. È quasi certo che l’assassino fosse un killer di professione, come forse negli altri tre casi del 2001 e del 2013.

Quando gli agenti della polizia ferroviaria, accorsero alla banchina del binario, erano da poco passate le 17 di domenica 12 febbraio 1995, una pioggia battente ostacolava l’identificazione, ma c’era poco da fare, quell’uomo era morto sul colpo.  Non compresero bene come. Nessuno aveva sentito sparare. Pensarono a una caduta, in seguito a un malore. Un ematoma sullo zigomo li trasse in inganno, forse aveva sbattuto la faccia su un palo. Il medico legale nel fare l’autopsia scoprì il foro del proiettile che aveva trapassato la testa dalla nuca, provocando l’ematoma sullo zigomo. Ma allora perché non è stato rinvenuto il proiettile nel cranio della vittima? Primo mistero.

Le indagini prendono in esame diverse ipotesi, anche l’usura

Si scatenano subito le indagini affidate al commissario Lentini della Squadra Mobile. Le piste erano tante: il lavoro da investigatore svolto negli ultimi tempi da Duilio per conto dell’agenzia dei figli, può aver spinto qualcuno ad avere un motivo per ucciderlo. Si aggiungono successivamente un movente legato ai prestiti che spesso concedeva, grazie anche al suo grande patrimonio bancario e immobiliare, e una pista legata alla criminalità organizzata. 

Venne ipotizzata anche la pista per la sua ossessione per i treni. Aveva acquistato ben tre immobili nello stesso stabile che si affacciava sulla stazione Ostiense e aveva adibito uno di questi a sala espositiva di plastici, binari e locomotive. Aveva una ex moglie con cui era in buoni rapporti e una compagna Tiziana Paoletti con cui conviveva. Fu lei ad avvisare i figli della telefonata che ricevette dalla Polizia, sul ritrovamento del compagno morto. Curioso che un appassionato di trenini elettrici venga ucciso in una stazione ferroviaria. Secondo mistero o semplice casualità?

Non viene ritrovato il proiettile

I figli Massimo e Fabio accorsero subito in stazione, l’agenzia investigativa aveva sede in via Benzoni, presso l’ex terminal della Stazione Ostiense, ma loro gestivano anche alcune giostre nel Parco Roma 70 (Eur). Il mondo dei giostrai fu un altro ambiente passato al setaccio. Sul momento nessuno si accorse del foro nella nuca. Sembrava un malore. Fu l’autopsia a svelare che trattavasi di omicidio.

Per quanto attiene il proiettile (il bossolo ovviamente era rimasto dentro il tamburo del revolver), non venne mai recuperato ma è probabile che si trattasse di cartucce scamiciate, non ricoperte di rame, che una volta colpita una superficie solida, si deformano, rallentando la propria corsa. 

Una caratteristica che spiegherebbe il livido sullo zigomo destro, provocato dalla pallottola dopo essere entrata dalla nuca. Il foro del proiettile, secondo il medico legale dr. Rossi, era compatibile con un calibro 38 revolver marca Astra, modello Cadix. Ma in altri articoli del tempo si parla di un calibro 9. Il figlio Massimo (più avanti lo cito) parlerà di un calibro 22. Tuttavia il proiettile non è stato mai trovato. Terzo mistero non chiarito: il calibro.

Cinque punti di contatto legano questi omicidi, ma non basta

Due omicidi e un tentato omicidio tra il quartiere Ostiense e Trastevere, presentano analogie. Oltre al caso del detective del binario 10 alla stazione, ci sono quelli di suor Piera, al secolo Lucia Sonetti, delle missionarie francescane del Verbo Incarnato, colpita al collo il 29 aprile 2001 in viale Trastevere, e di Daniele Lo Presti, il fotografo dei vip ucciso il 27 febbraio 2013 sotto Ponte Testaccio, sulla banchina del Tevere. Il figlio del detective, Massimo Saggia Civitelli, anche lui 007 privato, individua 5 punti di contatto: la dinamica pressoché identica: un colpo di pistola alla testa, da distanza ravvicinata, il calibro, in tutti e tre i casi il bossolo non è stato trovato e si è ipotizzato un calibro 22 (mentre prima si pensava 38 o addirittura 9).

Il killer solitario ha sempre agito di giorno, come per sfida. La mancanza di movente, quasi a voler emulare il delitto perfetto, compiuto da un omicida seriale innamorato della sua bravura e i luoghi ravvicinati, nello spazio alcune centinaia di metri tra Trastevere Testaccio e Ostiense, a parte quello di Tor Sapienza, che tuttavia ha caratteristiche diverse.

Nell’omicidio di Tor Sapienza rispunta il giro di soldi e la possibile usura

Qui però rispunta il giro di soldi con possibilità di prestiti a tassi di usura, che riguardano Claudio D’Andria, 62 anni, ucciso con un colpo in fronte sparato da pochi metri sotto la propria abitazione in via Morandi a Tor Sapienza, nel maggio 2013. Una delle piste che riguardavano l’ex usciere in pensione del Municipio IV di via Tiburtina, avvenuto poco prima delle 7 di mattina, è quella dell’usura oppure debiti di gioco.

Secondo gli investigatori anche questo è un omicidio premeditato. Il killer ha agito da solo ed è fuggito non visto. Unica traccia il bossolo del proiettile calibro 7,65. Diverso da quello della Stazione Ostiense. Da anni D’Andria viveva con la madre anziana, era separato da sua moglie con il quale aveva avuto una figlia. Tutti lo ricordavano come “un signore distinto, ammirato soprattutto dalle donne per il suo aspetto e i suoi modi, e un romanista sfegatato“. Per la gente del quartiere non sembrò neppure una gran sorpresa: “Qui ormai sembra terra di nessuno e la gente non ne può più“.

Nel puzzle degli omicidi restano molte zone d’ombra

Nel rimettere insieme i tasselli degli omicidi, partendo da quello dell’Ostiense, dunque non tutto torna. I proiettili non sono sempre della stessa arma. La pista dell’usura per esempio viene esclusa dal figlio di Duilio Saggia Civitelli, Massimo. I prestiti che il padre aveva concesso erano a tassi d’interesse basso e quasi tutti onorati. Tranne uno, di 25 milioni di vecchie lire (13.000 €) concesso a una donna e poi seguito da una denuncia e da relativo processo, che si sarebbe dovuto svolgere un mese dopo, il 20 marzo dello stesso anno della morte.

Anche secondo il figlio Fabio il denaro a non c’entrava nulla, perché il padre, diffidando di tutti, non avrebbe mai concesso prestiti a sconosciuti e, tanto meno, ad interessi usurai. Ma su questo punto gli investigatori potevano avere qualche ragionevole dubbio. Come facevano a saper i figli con certezza a quali condizioni il padre prestava denaro e a chi?

Analizzarono anche l’attività professionale dei figli, ma anche qui nulla di nulla. Il delitto dunque rimase insoluto e il sostituto procuratore Giuseppe Saieva (poi procuratore capo a Rieti e di seguito magistrato ausiliario presso la sezione tributaria della Corte di Cassazione) chiese l’archiviazione dell’inchiesta circa due anni dopo.

Resta non chiaro perché Duilio incontrasse nella casa di Torvajanica, che aveva regalato alla ex moglie, persone con macchine di lusso targate Caserta e Latina. Che scopo avevano questi incontri? Chi erano quelle persone? Non s’è mai saputo.

Spunta la testimonianza di un taxista in pensione

Il figlio Massimo in questi anni non si è dato per vinto e nel luglio del 2000 spuntò una nuova interessante pista, che fece sperare in una riapertura di un caso, chiuso per insufficienza di prove. Grazie all’insistenza del giornalista del Corriere della Sera, Fabrizio Peronaci, con la passione per i Cold Case romani, viene alla luce la testimonianza di un taxista che quel 12 febbraio 1995 prese un cliente che aveva molta fretta, fuori dalla Stazione Ostiense. Il taxista indicato con le iniziali G.F., ormai in pensione ad Avellino, aveva -nel 2000 -71 anni. Oggi, se è ancora vivo, ne avrebbe 95. Comunque riuscì a tracciare un identikit dell’uomo: viso regolare, 45 anni, alto 1,75, robusto, carnagione olivastra, brizzolato.

L’itinerario del taxi verso via Bertoloni angolo via Boscovich

Peronaci va oltre. Attraverso la testimonianza del tassista, riesce a tracciare una mappa della fuga. La meta finale è via Mercalli, nel quartiere Parioli. È il tassista che parla: “Il passeggero, all’altezza dell’Aventino, mi ha soltanto detto che via Mercalli avrei dovuto imboccarla da via Bertoloni, percorrendo poi via Boscovich, al cui angolo con via Mercalli sarebbe sceso. Quindi io ho fatto via Veneto, via Paisiello, per giungere in via Bertoloni. Appena giunto  tra via Boscovich in via Mercalli, prima che io girarsi per quest’ultima strada, lo stesso mi ha chiesto di fermarmi all’angolo”.

L’uomo è agitato. “Durante il viaggio controllò spesso la borsa di tela rossa con la scritta Q8 che salendo sul sedile di dietro avevo notato che portava a tracolla. Se l’era messa sotto braccio, tenendola stretta, come se ci tenesse. E spesso ci sbirciava dentro, come per controllare che tutto fosse a posto”.

La corsa costa 14.400 lire. Il sospettato paga con una banconota da 10.000 e una da 5.000. Senza chiedere il resto. Evidentemente, andava di fretta. Come fa il tassista a ricordare tutti questi dettagli nel 2000, 5 anni dopo il fatto? Anche questo suona strano.

Un possibile mandante attendeva il killer?

Secondo Peronaci il cliente, scendendo a via Mercalli e imboccando la scalinata di via Boscovich avrebbe potuto raggiungere a piedi via Antonelli dove un’altra persona poteva attenderlo, magari su un’auto per poi fuggire via. Un possibile mandante del killer? Chi abitava a Parioli che poteva avere interesse all’uccisione di Duilio Saggia Civitelli? Fare dei riscontri a distanza di tanto tempo non è facile e anche un identikit, che non è una fotografia, di un volto del 1995 difficile possa combaciare con quello di una persona quasi 30 anni dopo!  Anche questa pista non ha risolto il caso. È infatti una supposizione che il cliente del taxi fosse l’assassino. Nessun dato lo può sostenere con certezza. Bisognerebbe saper se quella borsa, per esempio, avesse contenuto una pistola compatibile con il calibro dell’omicidio.

Le indagini sul primo assassinio forse partirono con il piede sbagliato e quegli errori iniziali e i dubbi che restano ne condizionarono il buon esito finale. Infatti, dopo varie ipotesi investigative, gli agenti della sezione omicidi della squadra mobile coordinati dal sostituto procuratore Giuseppe Saieva, della Procura di Roma, non approdarono a nulla. Così tutti questi casi ancora aspettano una soluzione, che tuttavia, più passano gli anni e più pare impossibile.