Gioia Costa arriva a Erano donne con una storia culturale che spiega molto della forza di questo libro. Traduttrice, studiosa di teatro, osservatrice profonda della scena contemporanea, ha lavorato nel tempo tra scrittura, drammaturgia, editoria e scambi culturali fra Italia e Francia.
Gioia Costa, una vita dentro la parola e il teatro
La sua attività di traduzione non è un semplice dato biografico: è una chiave per leggere la sua scrittura. Tradurre significa ascoltare una voce fino in fondo, restituirle respiro, ritmo, temperatura, senza tradirne il nucleo più intimo. In questo volume quella stessa sapienza diventa materia teatrale. Costa non racconta soltanto cinque donne celebri o dimenticate: le avvicina, le interroga, le libera dalla posa in cui la memoria collettiva le ha spesso imprigionate. Colette, Cristina di Belgiojoso, Paolina Borghese, Caterina da Genova e Giovanna d’Arco non sono qui come statue, simboli o figurine da manuale. Sono presenze vive, contraddittorie, vulnerabili, splendide, ferite, capaci di parlare ancora a chi legge.

Un libro che nasce per la scena e continua sulla pagina
Erano donne è un libro particolare perché non chiede soltanto di essere letto. Chiede di essere ascoltato. La sua natura più autentica è teatrale: ogni racconto sembra cercare un corpo, una voce, una luce, un silenzio. L’introduzione di Betti Pedrazzi coglie subito questo punto: il testo teatrale non resta fermo sulla carta, ma vive davvero quando qualcuno lo attraversa con il respiro. Ed è proprio qui che il libro trova la sua energia più profonda. Gioia Costa scrive pagine che hanno una doppia vita: funzionano come racconto letterario e, nello stesso tempo, conservano l’urgenza della scena. Non sono monologhi chiusi in una forma rigida, ma confessioni, apparizioni, ritorni. Ogni donna prende parola non per spiegarsi davanti a un tribunale, ma per riprendersi ciò che le è stato tolto: la complessità.
Il titolo, Erano donne, ha una semplicità quasi spiazzante. Non dice “erano eroine”, “erano sante”, “erano muse”, “erano vittime”. Dice donne. E in quella parola c’è il corpo, il desiderio, la paura, l’intelligenza, l’orgoglio, la caduta, la ribellione, la capacità di amare e di resistere. Il libro non costruisce un altare. Fa qualcosa di più difficile e più potente: restituisce umanità. La grandezza di queste figure non nasce dalla perfezione, ma dalla loro incapacità di farsi addomesticare del tutto.
Colette, Cristina, Paolina, Caterina e Giovanna: cinque modi di non arrendersi
Il percorso si apre con Colette, forse la figura più carnale, più mobile, più libera del libro. Costa la racconta come una creatura di scrittura e di sensi, una donna che attraversa il matrimonio, il tradimento, il teatro, l’amore, la fama, la solitudine e la letteratura senza mai smettere di appartenere a se stessa. In Colette la libertà non ha il tono solenne dei proclami, ma quello concreto dei gesti: firmare i propri libri, tagliare i capelli, salire in scena, desiderare senza chiedere permesso, guardare il mondo con una precisione quasi animale. La Colette di Gioia Costa è insieme gatta e tigre: accarezza e graffia, seduce e giudica, ricorda e brucia.
Cristina di Belgiojoso porta nel libro un’altra temperatura. La sua è la libertà politica, intellettuale, operosa. Non una libertà astratta, ma fatta di decisioni, rischi, denaro speso, esilio, sostegno concreto, visione. In lei Costa trova la donna che entra nella storia senza chiedere di essere autorizzata a farlo. Il Risorgimento, spesso raccontato attraverso volti e retoriche maschili, si apre qui a una presenza femminile capace di pensare, agire, organizzare, incidere. Cristina non è un ornamento della causa: è parte della sua sostanza.
Paolina Borghese è forse una delle figure più insidiose da raccontare, perché la tradizione l’ha spesso consegnata alla superficie: bellezza, capriccio, scandalo, posa. Costa invece cerca la frattura sotto il marmo. La Paolina che emerge da queste pagine non è soltanto la sorella di Napoleone o l’icona scolpita nell’immaginario. È una donna prigioniera di un destino familiare e politico più grande di lei, capace tuttavia di attraversarlo con dignità, intelligenza istintiva e fedeltà. La sua leggerezza non è vuoto: è una forma di difesa. La sua vanità non cancella la sua ferita. Il libro la sottrae al pettegolezzo e la restituisce alla pietà, nel senso più alto del termine: la capacità di vedere una persona intera dove prima c’era soltanto una maschera.
Con Caterina da Genova il registro cambia ancora. Qui la libertà passa attraverso la rinuncia, ma non ha nulla di remissivo. Caterina sceglie di uscire dal privilegio per entrare nel dolore degli altri. La sua spiritualità non appare come fuga dal mondo, ma come immersione radicale nella sofferenza concreta, nei malati, negli ospedali, nell’organizzazione della cura. Costa evita il santino e cerca la donna capace di trasformare la compassione in azione. Caterina non è debole perché si dedica agli ultimi. È fortissima perché rinuncia alla centralità di sé e trova una forma diversa di potere: servire senza sparire.
Giovanna d’Arco chiude idealmente il cerchio con la figura più esposta, più giovane, più tragica. La storia l’ha rivestita di corazza, santità, leggenda. Costa prova a far sentire la ragazza dentro il mito: una creatura giovanissima che ascolta voci, attraversa la guerra, affronta gli uomini, il processo, il fuoco. In Giovanna la libertà non è una conquista progressiva, ma un destino immediato e terribile. Non può arretrare perché arretrare significherebbe tradire la parte più vera di sé. La sua voce, in questo libro, non appartiene al passato remoto: arriva al presente con una forza quasi fisica, perché parla di fedeltà interiore, di solitudine, di coraggio pagato fino all’ultimo.
La forza del libro: dare voce senza trasformare le donne in slogan
Il valore più alto di Erano donne sta nel suo rifiuto della semplificazione. Sarebbe stato facile fare di queste cinque figure un manifesto lineare sulla libertà femminile. Gioia Costa sceglie una strada più ricca: non cancella le ambiguità, non sterilizza il desiderio, non addolcisce il dolore, non trasforma le protagoniste in esempi educativi. Le lascia vivere. Questo rende il libro emotivamente forte, perché ogni ritratto conserva una zona d’ombra, un nodo irrisolto, una ferita che non viene spiegata fino in fondo. Il lettore non è guidato verso una morale già pronta. È invitato ad ascoltare.
La scrittura ha un andamento elegante, sensibile, molto visivo. Si sente la mano di chi conosce il teatro e sa che una parola, per funzionare, deve poter essere detta. Ci sono passaggi in cui la pagina sembra già abitata da una figura in scena: una donna che si guarda allo specchio, una stanza, una musica, un oggetto, un ricordo che diventa presente. L’elemento biografico non resta cronaca. Diventa materia emotiva. La documentazione si scioglie nel ritmo del racconto e non appesantisce mai la lettura. Anche chi non conosce bene queste figure può entrare nel libro senza sentirsi escluso, perché Costa non scrive per specialisti: scrive per chi è disposto a prestare attenzione.
Un libro sulla memoria, ma soprattutto sulla scelta
Il prologo offre la chiave più limpida dell’intera opera: queste donne appartengono a epoche diverse, ma sono unite dal coraggio di accettare un destino chiamato libertà. È una frase che illumina il libro, perché qui la libertà non viene presentata come una condizione comoda o pacificata. È un prezzo, una tensione, una fedeltà a se stesse che spesso comporta perdita, isolamento, giudizio, sofferenza. Colette paga la libertà con lo scandalo e la solitudine. Cristina con l’esilio e l’esposizione politica. Paolina con una vita decisa da poteri familiari e imperiali. Caterina con l’abbandono del privilegio. Giovanna con il rogo.
Eppure Erano donne non è un libro cupo. È attraversato da una vitalità profonda. La sua commozione non nasce dal compianto, ma dalla restituzione. Queste donne non vengono piangute: vengono chiamate. E quando arrivano, portano con sé una domanda che riguarda anche noi: quanta parte della nostra voce siamo disposti a difendere? Quanto siamo capaci di riconoscere le vite che la storia ha messo ai margini? Quanto coraggio serve, ancora oggi, per essere interi?
Una recensione finale: Erano donne è un atto di giustizia poetica
Erano donne è un libro raffinato e accessibile, colto senza essere distante, teatrale senza risultare chiuso agli addetti ai lavori. La sua bellezza sta nella capacità di unire pensiero e sentimento, storia e presenza, memoria e carne. Gioia Costa non scrive cinque biografie in forma scenica. Compie un atto di giustizia poetica. Prende figure consumate dalla leggenda, dal giudizio, dalla devozione o dalla dimenticanza e le riporta dentro il luogo più umano che esista: la voce.
Il risultato è un’opera che emoziona perché non forza mai l’emozione. Colpisce perché non grida. Entra lentamente, come accade con i testi destinati a restare. Dopo la lettura, Colette, Cristina, Paolina, Caterina e Giovanna non sembrano più nomi lontani. Sembrano presenze incontrate in una stanza, donne che hanno parlato vicino a noi, con il loro respiro, la loro ferita, il loro fuoco.
La forza di Erano donne è tutta qui: ricordarci che la storia non è fatta solo da chi ha avuto il potere di scriverla, ma anche da chi ha continuato a vivere, amare, scegliere, curare, combattere e creare pur non avendo il diritto pieno di essere ascoltata. Gioia Costa offre a queste donne non una commemorazione, ma un ritorno. E nel farlo regala al lettore un libro necessario, intenso, limpido, capace di parlare al teatro, alla letteratura e alla parte più segreta della coscienza.

La nota dell’editore: VOCE libri e le librerie dove trovare i volumi
Erano donne è pubblicato da VOCE libri, piccola realtà editoriale nata nel maggio 2025 con l’idea di proporre libri scelti con cura, pensati prima di tutto per la carta e affidati a poche librerie di fiducia. La casa editrice rivendica un rapporto diretto con i librai, considerati parte essenziale della vita di un libro: non semplici intermediari, ma lettori competenti, capaci di conoscere, consigliare e accompagnare i titoli fino al pubblico.
Accanto ai volumi cartacei, VOCE libri pubblica anche edizioni digitali, pensate per rendere i testi disponibili in viaggio e in ogni luogo, senza rinunciare alla centralità del libro fisico. La linea editoriale nasce da una convinzione precisa: il libro non è un prodotto qualsiasi, ma un oggetto unico, frutto del lavoro dell’autore, della scelta dell’editore, della stampa e, soprattutto, dello sguardo del libraio che lo accoglie e lo propone.
I libri di VOCE sono distribuiti in alcune librerie selezionate. A Roma è possibile trovarli presso la Libreria ELI, in viale Somalia 50/A, telefono 06 86211712. Le altre librerie indicate dall’editore sono Libreria La Fenice a Carpi, Libreria Ubik a Modena e Libreria Ligabue a Correggio. Per informazioni è possibile consultare il sito www.voce.it/it/libri o scrivere a libri@voce.it.
