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15 Agosto 2020

Pubblicato il

Economia, dalla Ue (di nuovo) soltanto parole, parole, parole…

di Mirko Ciminiello

La von der Leyen si scusa con l’Italia, e va bene, ma ora servono i fatti: perché,  per ora, fondo Bei, coronabond e anche il Mes light sono solo proposte

«È vero che molti erano assenti quando l’Italia ha avuto bisogno di aiuto all’inizio di questa pandemia. Ed è vero, l’Ue ora deve presentare una scusa sentita all’Italia, e lo fa. Ma le scuse valgono solo se si cambia comportamento».

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Testo e musica di Ursula von der Leyen, che in un colpo solo ha messo a nudo tutte le inadeguatezze di Bruxelles nella gestione dell’emergenza coronavirus. «C’è voluto molto tempo perché tutti capissero che dobbiamo proteggerci a vicenda» ha ammesso la presidente della Commissione Europea, e «sappiamo che dovrà essere fatto molto di più».

Fatti, appunto, non (più) parole. Perché l’ammenda di uno dei membri più rappresentativi dell’Europa è certamente una buona notizia, ma non può restare lettera morta: né, tantomeno, concretizzarsi in tempi astronomici.

Questo, naturalmente, vale anzitutto per le due misure di cui maggiormente si dibatte al momento, il Mes e i coronabond, ma anche per quelle “ancillari” (escluso, forse, il solo programma SURE per finanziare la cassa integrazione). Si sta dando per scontato, per esempio, l’uso dei 25 miliardi del fondo di garanzia Bei per far respirare le imprese, ma la realtà è che per ora quella della Banca Europea per gli Investimenti è soltanto una proposta, anche se va nella giusta direzione.

Peraltro, le obbligazioni della Bei sono attualmente quanto di più vicino si abbia agli eurobond, considerando che sono sovvenzionate da tutti i Paesi membri dell’Unione Europea e mirano a sostenere le attività comunitarie. In modo simile, quelli che il bi-Premier Giuseppe Conte preferisce chiamare European Recovery Bond e che in Francia hanno ribattezzato Recovery Fund servirebbero a fare debito pubblico comune europeo per il solo esborso legato alla crisi da Covid-19 – e a dimostrare, per eterogenesi dei fini, che l’eurocarrozzone ha anche un volto umano e solidale che finora ha tenuto accuratamente nascosto.

Un cambio di rotta, almeno nelle intenzioni, lo ha annunciato anche la presidente della Banca Centrale Europea Christine Lagarde, tornata attiva dopo la disastrosa conferenza stampa che a inizio marzo aveva mandato a picco le Borse di tutto il mondo e innalzato in modo inversamente proporzionale lo spread. «Il consiglio direttivo della Bce è impegnato a fare qualunque cosa necessaria, nel suo mandato, per aiutare l’Eurozona a uscire da questa crisi» ha assicurato la pupilla di Nicolas Sarkozy. Non sarà il whatever it takes del rimpiantissimo Mario Draghi, ma si spera possa avere effetti quantomeno analoghi.

Dulcis in fundo, c’è il Fondo salva-Stati che tante polemiche e tante divisioni sta creando tra le forze politiche nostrane. Sgomberando il campo da equivoci, chiariamo subito che non è stato attivato, né sarebbe potuto esserlo: l’Eurogruppo da cui è uscito tanto giubilante il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, infatti, non ha potere decisionale, ma solo di indirizzo: infatti in un secondo tempo il nostro Cancelliere dello Scacchiere ha corretto il tiro, vantandosi solo di aver messo sul tavolo i bond europei e tolte le condizionalità del Meccanismo Europeo di Stabilità.

In realtà, cosa avesse da autoincensarsi non si è ancora capito, considerato che il Mes light riguarderebbe solo le spese sanitarie (e non, per esempio, gli interventi a sostegno dell’economia, che resterebbero a rischio Troika); e, soprattutto, che l’eventuale scelta di adottare questo provvedimento spetta al Consiglio Europeo (possibilmente, nella prossima seduta del 23 aprile), che dovrebbe deliberare all’unanimità per poi aspettare la ratifica di tutti i Parlamenti di ogni singolo Stato membro. Dum herba crescit equus moritur.

Se queste sono le tempistiche, infatti, tanto varrebbe utilizzare direttamente il Bilancio settennale dell’Unione, come vorrebbe la von der Leyen che lo immagina come perno di una sorta di “Piano Marshall” comunitario «per investimenti massicci che servono per far ripartire la nostra economia e il mercato interno dopo il coronavirus». Il Mes, infatti, non sarebbe in ogni caso utilizzabile a breve. Però, di questo passo, magari sarà pronto per la prossima epidemia.

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