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29 Settembre 2020

Pubblicato il

Covid-19. Erario in pericolo, per la maledetta mancanza di sovranità monetaria

di Federico Zamboni

Maggiori uscite per sostenere imprese e cittadini. Mancati introiti fiscali. Una doppia falla in una nave già semi affondata

L’emergenza sanitaria sta coprendo tutto. E quindi sta anche nascondendo una miriade di questioni: che non sono affatto cancellate e che, al contrario, si stanno aggravando.

Come in una micidiale contropartita. Per guarire i malati della super influenza, e per evitare che si infettino in troppi e che non pochi di essi possano morire perché i posti in ospedale scarseggiano, si è deciso di fermare gran parte dell’Italia: bloccando molti settori produttivi e mettendo ancora di più sotto pressione i conti pubblici. Di qua i fondi erogati a chi non può lavorare come al solito, siano essi aziende o lavoratori autonomi o cittadini da supportare in vario modo. Di là la mancata riscossione di una fetta più o meno cospicua delle entrate tributarie.

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Già. Ma quanto cospicua?

Ieri, sia pure senza analizzarlo a fondo, il Messaggero segnalava il problema: “Sospendere tutti i versamenti di imposte e contributi, come avviene in caso di terremoto, non sarà possibile. Anche perché sarebbe lo Stato stesso a rischiare una crisi di liquidità. Dunque il congelamento delle scadenze dovrà necessariamente riguardare platee ristrette di contribuenti”.

Questo inedito coprifuoco produttivo e sociale è una decisione obbligata, forse. Una decisione che di sicuro, però, dovrebbe indurci a riflettere sulle regole alle quali sottostiamo nell’ambito della UE. E dalle quali continueremo a dipendere anche dopo che ci saremo lasciati alle spalle l’attuale bufera e si sarà ripristinata la normalità. La cosiddetta “normalità”.

Uno degli aspetti peggiori, d’altronde, è proprio questo. È che moltissime persone continuano a dare per scontato l’assetto dominante. Senza comprendere che esso è stato accuratamente predisposto, con un’infinita serie di modifiche successive, per favorire gli interessi di alcuni a danno di tutti gli altri. Senza nemmeno prendere in considerazione l’ipotesi che possa essere così.

Le cessioni di sovranità delle quali si parla quasi sempre al positivo, celebrandole come fattori di provvidenziale stabilità, sono l’architrave dell’intera operazione. Prima si è affossata deliberatamente la pubblica amministrazione nazionale, foraggiando la voracità dei partiti e delle loro vaste clientele. Poi si è raccontato che il solo antidoto alla corruzione e all’incompetenza nostrane fosse delegare le scelte strategiche alle autorità della UE.

Voilà: gli stessi che avevano determinato il disastro – o i loro degni successori, in quella colossale messinscena e falsa palingenesi che è stato il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica – sono stati anche quelli che hanno tirato fuori la pseudo cura. Al laccio dell’Unione Europea, visto che da soli facciamo casino. Ai piedi della BCE, che ha dirigenti così accorti e qualificati.

Il disastro 2.0. O 4.0.

Dove lo zero, dove gli zeri, siamo noi cittadini. Noi fittizi depositari della sovranità democratica.

Noi sudditi.

La benedetta libertà del battere moneta

Da un lato è una questione prettamente tecnica, l’emissione del denaro. Dall’altro nessuno, se appena dotato di un po’ di intelligenza e di cultura, dovrebbe rinunciare a capirne il funzionamento. O quantomeno ad afferrare il principio fondamentale su cui si basa attualmente: che è quello della “moneta debito”. E quindi della necessità di ricorrere a dei finanziatori terzi quando l’erario abbia bisogno di maggiori risorse. Vedi alla voce “spread”, per esempio.

In realtà, invece, non dovrebbe affatto essere così.

In realtà la condizione naturale, venuto meno l’aggancio alle riserve auree, è che ogni Stato decida da sé quanto denaro generare, conscio del fatto che una sovrapproduzione tende ad accelerare l’inflazione interna e a rendere più oneroso il rapporto di cambio con le valute altrui. Anche se poi non è detto che quest’ultima ripercussione sia necessariamente negativa, visto che la si deve soppesare di volta in volta alla luce della bilancia delle importazioni e delle esportazioni: se esporti più di quello che importi, e se come qui in Italia punti molto sul turismo, il danno apparente può risolversi in un beneficio. In ciò che si chiama “vantaggio competitivo”.

Ovvio: così come in ogni altro ambito di rilievo, la libertà di agire deve comportare una simmetrica e rigorosa attenzione per gli effetti che ne derivano. Maggiore l’autonomia, maggiori le responsabilità. Ma un popolo degno di tal nome non dovrebbe rinunciarvi a priori, solo perché in precedenza se ne è fatto un cattivo uso. Un pessimo uso. Un pessimo uso per nulla casuale.

Di fronte all’emergenza del Covid-19, ci stiamo trovando per l’ennesima volta a dover chiedere alla UE di venirci incontro e di allentare i vincoli consueti. La supplica verrà accolta, a quanto sembra, ma rimarrà una concessione. Di cui in seguito non mancheremo di pagare il prezzo, in un modo o nell’altro.

«Siamo tutti italiani», ha declamato la presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen.

Uno slogan ultra collaudato.

Per una merce super taroccata.

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