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Chissà...

Ce la faremo. Uno slogan senza senso, ce la faremo a fare cosa?

“Ce la faremo!” Questa frase, ripetuta come un mantra, ci ha fatto affrontare speranzosi la clausura obbligata del Covid-19

“Ce la faremo!” Questa frase, ripetuta come un mantra, ci ha fatto affrontare speranzosi la clausura obbligata del Covid-19. Ma, se ci pensate, la frase è incompleta, quindi priva di senso. Ce la faremo a fare cosa? So bene che essa contiene un sottinteso, ma anche quel sottinteso appare scialbo e banale. Ce la faremo a sopravvivere? Ovviamente sì. Molti, fortunatamente, sono sopravvissuti. Ce la faremo a sconfiggere il virus? Probabilmente sì e male che vada ci difenderemo. Ce la faremo a riprendere una vita normale? L’essere umano ha quella straordinaria capacità di adattarsi, si chiama resilienza, che gli ha consentito di sopravvivere a tutto e di dominare il pianeta. Andrà così anche stavolta. Ce l’abbiamo fatta persino a non litigare nelle lunghe file al supermercato e a resistere chiusi in casa, più di quanto avremmo immaginato.

Ce la faremo ma adesso viene la parte difficile

Adesso inizia la parte difficile, quella nella quale dovremmo ripartire e ci ripetiamo ancora che “ce la faremo”. Stavolta però l’affermazione è meno vigorosa, direi meno convinta e il motivo è chiaro: stavolta non si tratta di trattenere un po’ il fiato per galleggiare, stavolta bisogna nuotare e velocemente per non essere preda degli squali e raggiungere la terra promessa della ripresa economica. Ce la faremo a fare ripartire l’Italia? La risposta è scontata, anzi obbligata: si! Nessuno di noi credo pensi seriamente che l’Italia possa affondare nei debiti, nella disoccupazione, nella povertà e nel disordine sociale che ne conseguirebbe. Quindi, la domanda non è se ce la faremo a ripartire, ma come ripartiremo e con che tipo di sistema Paese.

Ce la faremo… Come eravamo prima del virus?

Torneremo a come eravamo? “The way we were”, la bellissima canzone di Barbra Streisand, colonna sonora dell’omonimo film, è diventata, nonostante il diverso senso del film, sinonimo di nostalgia, rimpianto malinconico di un tempo passato, bello come la gioventù. Ma se c’è una cosa della quale non dovremmo avere nostalgia è proprio di quello che noi italiani eravamo prima del virus. Stavamo meglio di adesso, certamente, ma non stavamo bene.
Tornare a come eravamo prima della Pandemia significa non farcela, perché la nostra linea di galleggiamento era pericolosamente vicina al pelo dell’acqua, navigavamo a fatica, col rischio di essere sommersi al solo incresparsi delle onde della speculazione finanziaria. Pensiamo davvero di tornare a navigare con gli stessi strumenti con i quali a mala pena galleggiavamo, ora che siamo affondati in quel 9% di PIL in meno che ci ha portato il lockdown?

Tornare come prima non basterà

Per riemergere bisogna intervenire con urgenza e senza esitazioni, sui mali endemici del nostro “sistema paese”, conseguenza della nostra incultura civile ma anche della nostra proverbiale disorganizzazione, che hanno prodotto pressappochismo, incompetenza, irresponsabilità, leggi e procedure farraginose. Tanto per citare i difetti più evidenti.
Alcuni di quei difetti trovano sintesi nella parola “burocrazia” alla quale, per il rispetto dovuto a chi invece lavora seriamente, dobbiamo aggiungere “ottusa”. La burocrazia ottusa, tuttavia, avrebbe vita breve se non fosse alimentata da leggi farraginose e incomprensibili persino agli esperti. Negli anni in cui ho diretto un importante Dipartimento capitolino, organizzavo spesso riunioni per esaminare il contenuto delle nuove normative che venivano emanate. Incredibilmente ognuno di noi interpretava – badate bene in perfetta buona fede – la stessa norma in modi profondamente diversi. L’interpretazione è quello strumento che rende accessibile a tutti la ricchezza della norma. Come la chiave che apre la cassaforte. Ma se la chiave cade nelle mani sbagliate sapete tutti come va a finire.

Leggi che aiutano chi le vìola

Abbiamo leggi, normative di settore, regolamenti, procedure e circolari che ostacolano e complicano la vita alle persone oneste, ma non ai furbi, che delle regole se ne buggerano. Se ti metti in fila per ottenere un permesso, attendi mesi; se lo fai abusivamente non succede nulla. Intendo nulla di concreto, perché di sanzioni se ne emettono a iosa, ma senza effetti concreti. Perché? Semplice, nella norma astrusa c’è sempre il cavillo grazie al quale un bravo avvocato riesce a farti assolvere. E così finisce che anche gli onesti sono tentati di imboccare pericolose scorciatoie. Volete un esempio? I condoni, edilizi o fiscali che siano. Danneggiano gli onesti due volte: la prima volta quando gli onesti fanno la fatica di stare dentro la legge, mentre i furbi la aggirano; la seconda quando la sanatoria offre ai furbi gli stessi diritti degli onesti, ma a costo dimezzato. Non male eh? Il condono edilizio del 1985 ha poi introdotto la discriminazione persino tra i furbi che hanno condonato gli abusi edilizi. Molti cittadini, dopo quarant’anni, aspettano ancora la concessione in sanatoria. Mentre i furbi, come ci dicono le cronache giudiziarie, le hanno ottenute persino alterando il contenuto dei fascicoli. Ecco il Belpaese che non dovremmo più volere.

Ce la faremo… Non è così che si riparte

Oggi abbiamo proprio sotto gli occhi due esempi mostruosi di questo nostro modo di essere. Il ritardo con il quale arrivano, anzi non arrivano, ai cittadini e alle imprese gli aiuti eccezionali deliberati dal Governo per l’emergenza. Somme che restano ferme nelle banche, perché la normativa vigente, che andava temporaneamente abrogata, è rimasta quella di “prima del Covid-19”, quindi non funziona per l’emergenza. Il funzionario bancario, per non sbagliare, si trincera dietro la legge e i soldi restano fermi in banca. Non è incredibile? Per non parlare della cassa integrazione che ancora non parte mettendo in difficoltà sia i lavoratori che le imprese.
Ma quella più scandalosa ed emblematica è la vicenda dei mafiosi in regime di art. 41bis, scarcerati e mandati a casa, senza alcuna logica. La decisione non è stata del Governo, ma sarà il Governo a farne le spese.

Dap e magistrati

Il Dipartimento dell’Amministrazione Carceraria, senza fornire indicazioni sulle cautele da adottare o sulle verifiche necessarie, ha lasciato ai magistrati di sorveglianza il compito di decidere se mandare a casa i mafiosi o rischiare che contraessero il virus in carcere. La logica farebbe pensare che, essendo in rigoroso isolamento carcerario, le probabilità che i mafiosi potessero contagiare o essere contagiati fossero nulle. Eppure, il magistrato di sorveglianza, sempre cauto se deve scarcerare un povero cristo in attesa di giudizio, nel dubbio, ha liberato il mafioso. Adesso inizia lo stucchevole dibattito sulle responsabilità. Ma a monte sarebbe bastato il buonsenso, che avrebbe consigliato di adottare qualche maggiore cautela. Siamo persone semplici e non possiamo non pensare alla rabbia dei poliziotti che hanno rischiato la vita per arrestare quei pericolosi criminali. E mi tornano in mente le parole dell’indimenticabile “minchia signor tenente” cantato da Giorgio Faletti al festival di Sanremo del ‘94. Ma mi domando anche: che fretta c’era “maledetta primavera”?

Governo di unità nazionale e buonsenso

Navigare a vele spiegate diventa difficile se una parte degli italiani cerca di svuotare l’acqua entrata nella stiva della nave Italia e un’altra parte continua a fare buchi nella chiglia. Non è così che potremo ripartire. La ripresa italiana, se ci sarà, dovrà correre su due gambe: scelte coraggiose e consenso dei cittadini. Per le scelte coraggiose sono convinto che servirebbe un governo di unità nazionale, come quello dell’immediato dopoguerra. Servirebbe cioè che i tanti galletti del nostro pollaio politico dimostrassero di avere davvero a cuore le sorti dell’Italia. Accantonando i loro meschini interessi di bottega per sostituirli con il comune denominatore, possibilmente massimo, di un corposo e unitario programma emergenziale. Per la fiducia dei cittadini basterebbe essere credibili, amministrando il Paese con lo stile del “buon padre di famiglia” cioè con il buon senso, che è molto diverso dal senso comune.

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