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Caso Marrazzo: condanne pesanti per i quattro carabinieri-criminali

Il Tribunale di Roma mette il primo punto fermo alla vicenda giudiziaria, con pene da tre a dieci anni

C’è voluto poco meno di un decennio ed è solo la sentenza di primo grado, ma le conclusioni sembrano essere a prova di appello.

I quattro carabinieri finiti sul banco degli imputati, per una serie di attività criminose culminate nel ricatto dell’allora presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, sono stati riconosciuti colpevoli e condannati di conseguenza: Nicola Testini e Carlo Tagliente a 10 anni di reclusione e a 50 mila euro di multa; Luciano Simeone a 6 anni e mezzo e 4 mila euro di multa; Antonio Tamburrino, infine, a 3 anni e 2mila euro di multa. Per i primi tre, inoltre, è stata disposta l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, che ovviamente comporta anche l'estinzione del precedente rapporto di lavoro con la pubblica amministrazione, mentre il quarto se l’è cavata con lo stesso tipo di sanzione ma per soli 5 anni.

Come molti ricorderanno, lo scandalo esplose nell’autunno del 2009. Più precisamente il 23 ottobre. Un autentico vespaio, stante il ruolo politico di Marrazzo e la sua notorietà di giornalista televisivo. Un pasticciaccio pruriginoso in cui gli aspetti giudiziari e quelli etici si mescolavano in un quadro dai contorni quanto mai incerti. Marrazzo era solo una vittima o aveva delle responsabilità precise? Si era limitato a vivere in maniera incauta le proprie preferenze sessuali, o aveva compiuto degli abusi connessi alla sua carica di governatore della Regione? Aveva consumato soltanto rapporti carnali a pagamento, oppure li aveva conditi con la cocaina? E ancora: che soldi aveva utilizzato, per concedersi questi capricci (quelli indubbi e quelli presunti) e per tacitare, almeno per un po’, le minacce dei suoi ricattatori?

Marrazzo: parte lesa, ma disonorato

Lui cercò di resistere, all’inizio. Rifugiandosi nel convincimento che essendo la parte lesa e non avendo commesso alcun reato, come in effetti è stato confermato dalle indagini, la sua posizione non fosse ormai compromessa. Ma era un’ulteriore debolezza, naturalmente. La sfera politica – come i politici di professione tendono troppo spesso a dimenticare, anzi a rimuovere – è molto più ampia di quella prettamente giudiziaria. Da un’inchiesta della magistratura si può uscire assolti perché ciò che si è fatto non viola le leggi esistenti. Dal discredito popolare, giusto o sbagliato che sia, non c’è scampo.

Marrazzo tentò una mossa interlocutoria auto sospendendosi dai propri incarichi amministrativi: in mancanza di meglio si sarà detto che magari, prendendo tempo, la situazione si sarebbe sgonfiata, raffreddata, ridimensionata. Siamo pur sempre un Paese che ne ha viste tante e che è a dir poco smaliziato. E qui a Roma, figurati, ancora di più: secoli e secoli di Chiesa cattolica che a parole predicava il Vangelo e nei fatti lo tradiva in lungo e in largo.

Si sbagliava anche su questo, Marrazzo.

Aprì gli occhi, rassegnò le dimissioni, si ritirò – non solo metaforicamente – in convento. Quale che fosse il futuro che lo attendeva, non sarebbe stato mai più nel campo della politica.

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