Bergoglio non andrà a Kiev, il vaticanista Schiavazzi spiega “Il dramma del Papa”

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Il dramma interiore del Papa, perché, al momento, ha prevalso la scelta di non recarsi a Kiev.

Una scelta di cui gli storici riconosceranno il significato e le ragioni, ma per cui Francesco paga oggi, agli occhi degli ucraini e dell’opinione pubblica occidentale, per ogni giorno che passa, un caro prezzo.

Nello scenario del conflitto tra la Russia e l’Ucraina, perché il Papa non si recherà a Kiev? Dovrebbe farlo? Tutto il mondo se lo chiede. Noi lo abbiamo domandato al professor Piero Schiavazzi: giornalista, vaticanista di Huffington Post e Limes, collaboratore di Milano Finanza,  docente di Geopolitica Vaticana (primo insegnamento in Italia con tale denominazione) della Link Campus University. Ospite frequente di trasmissioni sulle reti nazionali ed estere. Le Monde scrive di lui che ha intervistato “en tête à tête” molti tra i volti più noti della storia contemporanea, da Madre Teresa a Nelson Mandela, da Michail Gorbaciov a Helmut Kohl, da Yitzhak Rabin a Yasser Arafat, da Gianni Agnelli a Shimon Peres.

Papa Francesco Bergoglio

Bergoglio a Kiev, l’intervista al vaticanista Schiavazzi

Professore, lei ha detto sin dall’inizio che il viaggio del Papa a Kiev si doveva fare, anche se sarebbe stato ininfluente o forse perfino controproducente. Perché?

Il dramma interiore e lacerante del Papa, in cui ha prevalso la scelta di non andare, si evince da questi due verbi, usati sull’aereo con i giornalisti: “Il viaggio è sul tavolo. Ma non so se si potrà fare, se conviene e devo farla”.

La convenienza di un gesto e il dovere di compierlo. La convenienza rimanda ovviamente alla diplomazia: cioè alla necessità di non compromettere i tentativi di mediazione in corso sottotraccia, sebbene fin qui vani, e non compiere azioni che, in superficie, premino in termini di visibilità personale ma urtino, proprio per questo, la suscettibilità del Cremlino e del Patriarcato di Mosca. 

Mentre il dovere risponde al punto di vista istintivo – a volte più veritiero del ragionamento stesso – dell’uomo della strada. La gente si aspetta che vada, il popolo attende che vada, perché il Vangelo di Pasqua ci racconta che Pietro mise piede nel sepolcro vuoto – in questo caso le fosse comuni di Bucha – per attestare al mondo che i morti non sono lì, ma sono risorti.

Vi sono dunque ragioni di Stato e ragioni pastorali, oltre che mediatiche, legate alla evangelizzazione e alla comunicazione di massa, tragicamente stridenti. La presenza del Papa costituirebbe anche uno scudo simbolico e un monito contro la barbarie, come nel caso di Attila e Leone Magno. Che quell’episodio, immortalato mille anni dopo da Raffaello nelle sacre stanze, si sia verificato o meno, sia cioè realtà o leggenda, resta che ha comunque nutrito e informato per secoli l’immaginario letterario e artistico dell’Occidente”.

Bergoglio tra diplomazia e aspettative dei fedeli

Se guardiamo invece alla logica del “tavolino”, cioè della Realpolitik, è prevedibile che a Mosca interpreterebbero il viaggio quale dimostrazione di vicinanza preferenziale a Kiev e ancoraggio consequenziale al blocco atlantico. Pericolo fondato: perché Bergoglio percepisce che questa sta diventando una guerra dell’Oriente, da Mosca a Delhi e Pechino, contro l’Occidente, da Bruxelles a Londra a Washington.

Alla domanda se, in termini di strategie, la scelta di recarsi in Ucraina sia utile o no a migliorare i rapporti con la Russia, il Patriarcato di Mosca e l’Est in generale rispondo pertanto di no, mentre alla domanda se il Papa debba o meno andare rispondo tuttavia sì, perché è questo che il popolo di Dio e la base dei fedeli si aspettano. Ed è altrettanto fondato il rischio di uno scollamento con il sentire della base, con particolare riguardo alla Chiesa cattolica ucraina e ai suoi cinque milioni di fedeli. Ecco perché ho parlato di un dramma interiore e lacerante, che traspare nel passaggio, e messaggio, più sofferto, e scoperto, dell’intervista alla Nación: “Non posso fare nulla che metta a rischio obiettivi più elevati, che siano la fine della guerra, una tregua o, almeno, un corridoio umanitario”.

Papa Francesco, Realpolitik o missione petrina?

Il Papa ha parlato di una “Pasqua di guerra”: mentre Cristo risorge sconfiggendo la morte l’uomo dà la morte e diffonde l’orrore e la tortura. Nella benedizione Urbi et Orbi Papa Francesco ha citato anche il manifesto antinucleare del 1955.

Il compito dei pontefici non è quello di sostituirsi ai governi e alle diplomazie – sebbene all’indomani del manifesto antinucleare sia maturata una dottrina per cui la guerra, ogni guerra, viene considerata distruttrice del creato, ergo sacrilega -, ma di arginare il male, se vuole lo chiami pure il maligno, tutte le volte in cui gli uomini aprono la botola dell’inferno. Fa parte della missione di un Papa, sin dagli albori, in quanto successore di Pietro, il compito di affacciarsi sui sepolcri vuoti, quali le fosse comuni di Mariupol, e offrire al mondo, da lì, ragioni di speranza e voglia di risorgere.

Dalla neutralità agli Angelus in cui Bergoglio si è rivolto a Putin

Bisogna inoltre dire che l’atteggiamento del Papa è mutato, non è più neutrale, lo è stato o è parso che lo fosse in un primo momento, finché ha creduto di avere un margine di mediazione, poi evidentemente questo margine è venuto a mancare o non c’è mai stato, da parte dell’interlocutore moscovita.

Il pontefice ha detto allora le tre cose che Putin non voleva in alcun modo sentirsi dire, tre cose che in Russia si qualificano addirittura come reati: nel primo Angelus di Quaresima, del 6 marzo, Bergoglio ha dichiarato che questa non è un’operazione militare speciale ma una guerra.

15 giorni dopo ha detto che non può essere considerata una guerra difensiva bensì un’aggressione tout court. E nel terzo Angelus, il 27 marzo, ha affermato che si tratta di una invasione di territorio altrui, di uno Stato sovrano. A Malta il 2 aprile ha infine indirizzato un attacco personale a Putin, senza farne il nome ma parlando in maniera inequivocabile di “qualche potente, tristemente rinchiuso nelle anacronistiche pretese”. 

Parole riprese, segnatamente, sempre senza far nomi, nell’intervista a La Nación: “Ogni guerra è anacronistica in questo mondo e a questo livello di civiltà. Ecco perché ho anche baciato pubblicamente la bandiera ucraina. E’ stato un gesto di solidarietà con i loro defunti, con le loro famiglie e con coloro che soffrono perché costretti a fuggire”.

La motivazione di questa scelta

Perché dunque ha deciso e annunciato di non recarsi a Kiev?

Io credo che Bergoglio si stesse già preparando a questo pellegrinaggio. La decisione di rendere protagoniste della Via Crucis le due donne, una ucraina e una russa, muoveva in tale direzione, così come l’incontro con il Patriarca Kirill, sospeso sine die a motivo della sopraggiunta impresentabilità e incompatibilità di quest’ultimo, con le dichiarazioni reiterate sulla guerra giusta, e perfino santa, diametralmente opposte a quelle del pontefice: che avrebbero ingenerato “confusione”, come ha sottolineato il Papa, per non dire contraddizione. Erano gesti che tendevano a riequilibrare, in termini di equidistanza, l’effetto di un viaggio a Kiev.

Alla fine ha prevalso però il carattere di guerra mondiale assunto dal conflitto, che sta saldando i tasselli di quella che fino a ieri era una guerra mondiale a pezzi e oggi è diventata guerra mondiale tout court: una guerra dove l’Ucraina si svela, fedele al proprio nome, “terra di confine” non più tra Europa e Russia. Nemmeno tra Est e Ovest, con richiamo al lessico della guerra fredda. Bensì tra Oriente e Occidente, cioè tra Cina – Russia, da un lato, e Stati – Uniti Europa dall’altro.

Un conflitto dove Bergoglio, leader di una istituzione universale come la Chiesa Cattolica, non può permettersi di passare per il cappellano dell’Occidente, anche a costo di una scelta di cui gli storici riconosceranno il significato e la ragioni, ma per cui paga oggi, agli occhi degli ucraini e in generale dell’opinione pubblica occidentale, per ogni giorno che passa, un caro prezzo.