20 Settembre 2021

Pubblicato il

A rischio degrado oltre 3mila monumenti di Roma

di Redazione
Inquinamento ambientale e dissesto idrogeologico mettono a rischio i Beni Culturali di Roma: i dati di Ispra e Iscr

Monumenti italiani messi a rischio dai mutamenti climatici e dal dissesto idrogeologico. Lanciano l’allarme i due istituti Ispra e Iscr: “Oltre i tre quarti dei siti patrimonio mondiale dell’umanità sono esposti a rischi naturali”, segnalano Iscr, dell’Istituto superiore per la conservazione e il restauro, e Ispra, Istituto superiore protezione e ricerca ambientale.

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Sono 2, a oggi, i filoni di ricerca sviluppati all’interno del Protocollo d’intesa tra i due istituti: la valutazione degli effetti dell’inquinamento atmosferico e di altri fattori di pressioni antropici sui monumenti e il dissesto idrogeologico e Beni Culturali. Negli ultimi anni, è stato anche affrontato il problema dell’impatto dei cambiamenti climatici sul patrimonio culturale, identificando i parametri ambientali prioritari che ne determinano il degrado, sviluppando un primo caso di studio per la città di Ancona (nell’ambito del progetto europeo Life Act).

I BENI CULTURALI DI ROMA. I beni culturali di composizione calcarea a Roma (architettonici, archeologici, statue e fontane) al momento riportati nella Carta del rischio del patrimonio culturale dell’Iscr “sono circa 3.600, mentre quelli con composizione bronzea sono 60”. Entrambe le tipologie sono principalmente collocate nel centro della Capitale. Nonostante “la potenziale aggressività territoriale di Roma sia risultata relativamente bassa, la perdita di superficie – quantificata attraverso la realizzazione di ‘mappe di danno’ – è risultata essere compresa tra 5,2 e 5,9 micron l’anno per il marmo e 0,30 e 0,35 micron l’anno per il bronzo”. 

L’INQUINAMENTO ATMOSFERICO. Negli ultimi decenni, “il degrado dei materiali esposti all’aperto ha subito un’accelerazione e in generale è stato registrato un incremento della velocità con cui alcuni processi, coinvolti nel degrado, evolvono nel tempo”, avvertono Iscr e Ispra. L’inquinamento atmosferico “è risultato un fattore di pressione determinante per le superfici dei monumenti esposti all’aperto – segnalano gli esperti – L’impatto delle sostanze inquinanti emesse in atmosfera sui materiali costitutivi dei monumenti è ingente ed irreversibile a causa della mancanza di sistemi di autorigenerazione, che sono invece presenti negli esseri viventi”.

Smog sul banco degli imputati quindi, ma “non esistono, al momento, valori limite specifici per gli effetti dell’inquinamento atmosferico sui beni di interesse storico-artistico”, denunciano ancora Iscr e Ispra. Sola eccezione, in Italia, sono le opere d’arte esposte all’interno dei musei. Alla luce di tutto ciò “è evidente come sia necessario monitorare le condizioni ambientali del territorio in situ”: per questo, Ispra e Iscr hanno avviato nel 2013 una campagna sperimentale, con la collaborazione di Arpa Lazio, condotta presso 7 siti selezionati a Roma, all’interno del Grande raccordo anulare (in corrispondenza di altrettante stazioni della rete di monitoraggio della qualità dell’aria), per individuare una correlazione tra la “dose” (le concentrazioni di inquinanti presenti in atmosfera e l’intensità dei fattori climatici) e la “risposta” (il danno subito dai materiali esposti espresso come perdita di materiale e sporcamento).

In particolare, spiegano Ispra e Iscr, “mentre i provini di marmo mostrano una leggero sporcamento nel tempo, che risulta più evidente nei siti caratterizzati da concentrazioni più alte di particolato atmosferico, per il vetro ed il rame invece lo sporcamento ha mostrato un significativo aumento nel tempo in tutti i siti”. E ancora: la perdita di materiale (erosione) calcolata sperimentalmente sul campione in situ, si è attestata su 3-4 micron all’anno.

DISSESTO IDROGEOLOGICO. Per ciò che riguarda questo secondo filone di studio, relativo al rischio idrogeologico, proseguono Iscr e Ispra, sono quasi 14.000 i Beni Culturali archeologici ed architettonici esposti a rischio da frana, 28.483 i beni esposti ad alluvioni con tempo di ritorno fino a 200 anni e 39.025 quelli esposti ad alluvioni rare ma di estrema intensità con tempo di ritorno fino a 500 anni. Tali dati derivano dall’elaborazione delle banche dati Beni culturali vincoli in rete (Vir), curata dall’Iscr; Inventario dei Fenomeni franosi in Italia (Progetto Iffi) realizzato dall’Ispra e dalle Regioni e Province Autonome; mosaicatura delle aree a pericolosità idraulica (D. Lgs. 49/2010 di recepimento della Direttiva Alluvioni) redatte dalle Autorità di Bacino, Regioni e Province Autonome.

Dalle elaborazioni di Iscr e Ispra emerge inoltre che, “relativamente alle alluvioni, nel comune di Roma i Beni Culturali immobili esposti a rischio idraulico con tempo di ritorno fino a 500 anni sono 2.204 e l’area inondata comprenderebbe anche il centro storico (Piazza Navona, Piazza del Popolo, Pantheon)”.

GLI STUDI DEI DUE ISTITUTI. Iscr e Ispra hanno illustrato al Complesso monumentale di San Michele a Ripa i loro 15 anni di attività congiunta nei quali hanno messo in comune conoscenze e dati per migliorare le informazioni relative all’impatto dell’ambiente sui beni culturali e per implementare quelle sull’interazione tra le opere d’arte e il territorio in cui esse sono collocate, al fine di programmare le attività di manutenzione di un bene e gli eventuali interventi di restauro. Numerose, in questi anni, le esperienze internazionali nell’ambito della conservazione e protezione del patrimonio mondiale svolte sia da Ispra in collaborazione con l’Unesco (tra tutte l’ultima il sito di Lumbini in Nepal, città natale di Buddha) sia da Iscr.

Dalle prime esperienze, il rapporto di collaborazione tra i due Istituti si è evoluto, tenendo presente la banca dati Carta del Rischio, fino al nuovo prodotto ‘Vincoli In Rete’; implementando e migliorando i dati di pericolosità, anche considerando il rischio legato alla presenza sul territorio di impianti “a rischio di incidente rilevante”. La giornata di ieri, in cui Iscr e Ispra hanno illustrato i loro dati, è quindi “l’occasione per dimostrare come le attività di studio e monitoraggio delle pressioni antropiche e naturali sul patrimonio culturale ed artistico nazionale necessitino di un approccio interdisciplinare e debbano essere svolte in modo sinergico e costruttivo, condividendo risorse umane e tecnologiche ma soprattutto mettendo a fattor comune dati e esperienze accumulate durante le specifiche attività”.

 
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