Libri, “Il tempo di Satana sta finendo”: la ferita della perfezione e l’abisso del doppio
Un thriller psicologico con un cuore religioso e una mente in fiamme, dove Londra non è soltanto uno sfondo ma una cassa di risonanza
Londra, Big Ben
C’è un tipo di romanzo che non si limita a raccontare: ti prende per la gola, ti costringe a guardare dove di solito distogli lo sguardo. Il tempo di Satana sta finendo, di Abiel Mingarelli, è questo genere di libro. Un thriller psicologico con un cuore religioso e una mente in fiamme, dove Londra non è soltanto uno sfondo ma una cassa di risonanza: un luogo enorme, indifferente, perfetto per far risaltare l’isolamento di chi si sente “sbagliato”.
La storia ruota intorno a due gemelli, Jimmy e Thomas Lex, e a una domanda che si fa ossessione: che cosa succede quando l’idea di purezza diventa un’arma, e la perfezione non è più un desiderio ma una condanna? Jimmy è l’elemento fragile e bruciante, quello che rifiuta le etichette cliniche e rivendica una sensibilità “fuori dal comune”; Thomas, al contrario, è il volto accettato, amato, riuscito. Eppure, pagina dopo pagina, questa geometria apparente si incrina: nessuno dei due è davvero al sicuro, perché il vero campo di battaglia non è la città, non è la famiglia, non è neppure la coppia di gemelli. È la mente.
Mingarelli costruisce il romanzo come una lenta pressione sul petto. Il lettore entra nello studio della psicoterapeuta Susan Burt e percepisce subito un ritmo che torna, insistente, come un segnale: l’orologio a pendolo. Non è un semplice dettaglio d’arredo, è un metronomo morale. Il ticchettio diventa l’eco del “progetto” di Jimmy: un programma di purificazione, una resistenza alle tentazioni, un’idea assoluta di ordine che pretende di riparare il mondo ripartendo dal corpo, dalla famiglia, dalla sessualità, dai valori traditi. Qui il romanzo è coraggioso e scomodo: non blandisce, non addolcisce. Ti mette davanti al fascino pericoloso delle idee totali, quelle che promettono salvezza e finiscono per pretendere sacrifici.
La parte emotivamente più dura non è la violenza, pur presente, né l’ombra noir che avvolge alcune scene. È l’origine del dolore: l’infanzia emotivamente desertificata, l’affetto genitoriale sbilanciato, l’umiliazione quotidiana che scava una persona fino a farle desiderare di diventare invulnerabile. Jimmy, in questo senso, è una creatura tragica: cerca Dio come si cerca aria in una stanza chiusa. E lo cerca con una radicalità che fa paura, perché nasce da una ferita autentica. In lui la fede non è “consolazione”: è una lama, un confine netto fra puro e impuro, luce e contaminazione. Il romanzo ti chiede, senza dirlo apertamente, quanto spesso l’ossessione per l’ordine sia solo un modo disperato per non crollare.
Lo stile alterna introspezione e accelerazione, con dialoghi che sembrano confessioni e monologhi che somigliano a processi interiori. Il gioco del doppio — Jimmy/Thomas — non resta un espediente narrativo: diventa una domanda sul male come parte dell’umano. Non “fuori”, non “altrove”, ma dentro. Ed è qui che il libro trova la sua forza più disturbante: quando capisci che la lotta non è fra un santo e un demone, ma fra due pulsioni che possono abitare la stessa carne.
Senza rovinare la lettura a chi vuole arrivare al finale con il cuore integro, basta dire questo: Mingarelli chiude il cerchio con una scelta che non cerca la comodità. Il finale è coerente con l’impianto simbolico dell’orologio, con l’idea del tempo come giudizio, e con la domanda insistente che attraversa tutto: chi è davvero il “prescelto”? E soprattutto, che prezzo ha una salvezza immaginata come annientamento dell’ombra?
Da non ignorare anche la cornice: la prefazione di Roberto Vannacci e la postfazione di Simone Pillon chiariscono il posizionamento tematico del libro e ne accentuano la lettura come confronto fra decadenza e ritorno a un ordine “originario”. Si può essere d’accordo o no con questa impostazione, ma è parte del progetto complessivo: Il tempo di Satana sta finendo non vuole restare neutro. Vuole dividere, inquietare, provocare reazioni.
Questo romanzo non si legge “solo” per la trama: si attraversa. È un libro che parla di schizzi d’ombra dentro le stanze pulite, di dolore travestito da missione, di amore negato che diventa ideologia, di fede che può essere cura o febbre. E, soprattutto, parla di quella tentazione antichissima: credere che la perfezione sia possibile, e che per ottenerla basti eliminare ciò che non combacia. Abiel Mingarelli, nel bene e nel male, ti porta fin lì. E quando richiudi l’ultima pagina, resta addosso una sensazione rara: non tanto di aver capito tutto, ma di essere stato guardato da un abisso che assomiglia troppo a noi.

