Prima pagina » Cultura » Asini che volano: Floris, i cinepanettoni e l’Italia che rideva (prima di smettere)

Asini che volano: Floris, i cinepanettoni e l’Italia che rideva (prima di smettere)

La parte più gustosa, per chi ama le curiosità, è il modo in cui Floris organizza gli italiani, come se fossero una galleria di caratteri

Giovanni Floris

Giovanni Floris

Se c’è una cosa che Roma sa fare, è riconoscersi nelle maschere: il furbo, il pavido, il mammone, quello che “se la cava”, quello che inciampa e poi — magari — ne esce con una battuta. Asini che volano è un libro che sembra scritto proprio con quel ritmo: una scena, una risata, e subito dopo una domanda che pizzica.

Floris parte da una provocazione divertente e attualissima: oggi, racconta, la commedia rischia di diventare documentario, perché la realtà ha imparato a scimmiottare i copioni. In apertura, ad esempio, mette a confronto una situazione surreale da cinepanettone (Natale sul Nilo) con un episodio che sembra “sceneggiatura” ambientata a Capodanno in provincia (Biella): il senso è chiaro, la distanza fra cinema e cronaca si è accorciata.

Il bello, per una testata giornalistica romana, è che il libro è pieno di dettagli che odorano di città: citazioni in romanesco, luoghi nominati, dinamiche da tavolata e da salotto. E c’è anche una confessione che vale da sola una recensione: Floris racconta di aver visto Natale sul Nilo due volte nello stesso giorno e poi di averlo rivisto ancora pochi giorni dopo, al cinema Universal di via Catania, con lo stesso gruppetto. Una piccola “liturgia” popolare che a Roma si capisce benissimo.

Dentro, però, non c’è solo nostalgia. Floris spiega perché quei film “mancano”: perché prima c’erano pochi personaggi di cui ridere e tanti spettatori pronti a farlo, mentre oggi i personaggi sono aumentati e la risata si è fatta amara. È in questa svolta che Asini che volano diventa più di un libro di cinema: diventa un modo per parlare del presente senza fare il comizio.

La parte più gustosa, per chi ama le curiosità, è il modo in cui l’autore organizza gli italiani come se fossero una galleria di caratteri: “Poveracci”, “Veraci”, “Mammoni”, “Sognatori”, “Volgari”, “Sessisti”, “Allupati”, “Paterni”… titoli che sembrano etichette appiccicate sulla porta di casa di qualcuno. E in mezzo, la grande intuizione: la “medietà” non è l’ombra della mediocrità, ma la chiave per restare umani e non diventare caricature.

E poi ci sono quei passaggi irresistibili che raccontano l’Italia delle “priorità” (sane o malsane), dove l’ipocrisia di famiglia è un lubrificante sociale e la furbizia spesso è istinto di sopravvivenza. Floris si diverte, ma non assolve tutto: quando il cinismo diventa stile di vita, il gioco si rompe e la commedia smette di consolarci.

Questo libro è come una chiacchierata fatta bene: ti fa ridere perché riconosci i pezzi, e poi ti lascia lì, con un pensiero in più. E forse è il suo merito più romano: usare la battuta per arrivare al punto, senza darsi arie e senza far finta che vada tutto bene.