Gemelli, dimesso con stenosi aortica severa: ospedale condannato a risarcire quasi un milione
Roma dimesso dal Gemelli con stenosi aortica severa: muore dopo due settimane. Il Tribunale condanna l’ospedale a 950 mila euro
Policlinico Gemelli di Roma
Un ricovero, una diagnosi pesantissima, poi una dimissione che secondo i giudici non doveva avvenire: a distanza di circa due settimane il paziente muore e ora il Policlinico Gemelli di Roma dovrà risarcire i familiari con una somma vicina al milione di euro, considerando danni, spese legali e interessi. È quanto stabilito dal Tribunale civile di Roma in primo grado, con una sentenza pubblicata nei giorni scorsi, che ricostruisce passaggi clinici e decisioni sanitarie alla base di una vicenda destinata a far discutere anche oltre l’aula di giustizia.
Gemelli e diagnosi severa: perché la dimissione è finita sotto accusa
Secondo quanto ricostruito nel procedimento, l’uomo, 70 anni, arrivò in ospedale nel maggio 2018 dopo giorni di difficoltà respiratoria, affanno e stanchezza persistente. Gli accertamenti condotti durante il ricovero portarono a una diagnosi netta: stenosi aortica severa, una condizione che, in presenza di sintomi, impone la valutazione di un intervento di sostituzione valvolare in tempi rapidi. Eppure, il 24 maggio, il paziente venne dimesso con terapia farmacologica e con l’indicazione che sarebbe stato ricontattato per l’intervento cardiochirurgico.
Per il Tribunale, questa scelta ha rappresentato un errore determinante. Nella sentenza si evidenzia che, in casi simili, non è prevista una “gestione domiciliare” perché l’evoluzione può diventare rapidamente infausta, con rischio letale nel periodo di attesa. Una frase, in particolare, pesa come un macigno nel dispositivo e nelle motivazioni: “un tempestivo intervento cardiochirurgico avrebbe consentito la sopravvivenza del paziente”.
La sentenza sul Gemelli: “intervento non differibile” e rischio morte improvvisa
Il giudizio civile ha poggiato su più elementi: acquisizione della cartella clinica, esame della documentazione sanitaria, una perizia medico-legale disposta dal Tribunale e l’ascolto di testimoni. Da questo quadro, per il giudice è emerso un punto centrale: individuare il momento in cui la stenosi aortica diventa sintomatica è decisivo, perché da quel momento la prognosi, senza sostituzione valvolare, peggiora rapidamente fino a poter portare al decesso.
I giudici parlano di negligenza, contestando ai sanitari una dimissione “imprudente” di un paziente che necessitava di un trattamento chirurgico non rinviabile. Non solo: nella ricostruzione del Tribunale, le condizioni cliniche dell’uomo avrebbero consentito un approccio chirurgico già durante il primo ricovero, perché il paziente risultava stabilizzato sotto il profilo emodinamico, pur nella gravità del quadro cardiaco.
Risarcimento vicino al milione: cosa include e perché pesa sul sistema
Il risarcimento riconosciuto ai familiari si aggira sui 950 mila euro, cifra che comprende danni e spese legali, a cui si sommano gli interessi. Un importo rilevante non solo per il suo valore economico, ma anche per il messaggio che porta con sé: la responsabilità sanitaria viene letta, in questa fase del giudizio, come collegata a una decisione organizzativa e clinica insieme, cioè alla gestione del tempo in ospedale e alla scelta di rinviare un intervento ritenuto urgente.
In un contesto in cui la sanità italiana è chiamata a conciliare liste d’attesa, pressione sui reparti e qualità delle cure, la pronuncia del Tribunale capitolino riaccende l’attenzione su un nodo spesso sottovalutato: quando una patologia grave diventa sintomatica, l’attesa non è un dettaglio amministrativo, ma parte integrante della terapia.
Reazioni e prospettive dopo la condanna: il peso del primo grado e i passaggi futuri
La sentenza è di primo grado e, come accade in casi del genere, non è escluso che la vicenda prosegua nei successivi livelli di giudizio. Resta però la forza del ragionamento messo nero su bianco: l’invio a casa di un paziente con cardio-valvulopatia grave e rischio di morte improvvisa è indicato come condotta sanitaria errata, con particolare riferimento alle competenze cardiologiche chiamate a valutare urgenza e percorso.
Per i familiari, la decisione del Tribunale rappresenta un riconoscimento doloroso: non restituisce la persona perduta, ma certifica che, secondo la ricostruzione giudiziaria, un diverso comportamento clinico avrebbe potuto cambiare l’esito. Per il sistema sanitario, invece, il caso richiama la necessità di procedure chiare e condivise quando una diagnosi non lascia margini e impone scelte tempestive.
