Trapianti, la paura dopo il caso del bimbo: a Roma chi aspetta un organo chiede di non fermarsi
Dopo il caso del bimbo a Napoli, cresce la paura di un calo donazioni. Come funziona la rete trapianti e quali sono i centri a Roma
A Roma le storie dei trapianti spesso non fanno rumore finché non diventano emergenza. Eppure, in corsia e nelle sale d’attesa, c’è un’Italia intera che vive di telefonate, controlli, speranze misurate in esami e in ore. Dopo la vicenda del piccolo Domenico e il clima di sospetto che si è acceso, le famiglie che aspettano un organo hanno un timore netto: che la rabbia e la paura portino qualcuno a dire “no” alla donazione, proprio adesso.
Donare organi non è un gesto astratto: cambia il destino di chi è in lista
Le famiglie lo ripetono senza giri di parole: se le donazioni calano, chi è in lista rischia di peggiorare, e nei casi più gravi di non arrivare in tempo. Non è un’idea, è una conseguenza pratica. Per questo chiedono che un caso di presunta malasanità venga chiarito fino in fondo, ma senza buttare via fiducia e lavoro di medici, infermieri, coordinatori e rianimatori che tengono in piedi una rete considerata un’eccellenza nazionale.
Come funziona davvero la rete trapianti: dalla rianimazione alla sala operatoria
Il sistema italiano è organizzato come una filiera pubblica: il Centro Nazionale Trapianti coordina, il Sistema Informativo Trapianti registra e controlla, le Regioni governano i percorsi territoriali. Quando c’è un potenziale donatore, scattano valutazioni cliniche e verifiche di sicurezza, si attivano équipe per il prelievo, e l’organo viene assegnato secondo compatibilità e priorità cliniche. Non è “a chiamata”, non è discrezionale: è un incastro di procedure pensate per funzionare anche nei momenti peggiori.
Il ministro Schillaci ha parlato apertamente del rischio di “effetto rebound”, un rimbalzo negativo sulla fiducia nel sistema, e ha chiesto di togliere ogni dubbio: chi dona deve sapere che l’organo è usato al meglio. È un messaggio che, letto dal basso, significa una cosa: chiarezza subito, per non bloccare la catena della solidarietà.
I numeri che raccontano un Paese intero: trapianti e attese
Nel 2024 la rete ha registrato 4.692 trapianti di organi complessivi e 2.110 donatori, con migliaia di persone che vivono grazie a un organo ricevuto e altre migliaia che aspettano. Nel 2025, già ad aprile, il CNT parlava di oltre 1.100 trapianti realizzati dall’inizio dell’anno e di oltre 8.200 pazienti in lista, con la parte maggiore concentrata sul rene.
Sono numeri che, visti da Roma, diventano volti: bambini seguiti da équipe pediatriche, adulti che alternano dialisi e visite, famiglie che imparano parole tecniche per necessità. E ogni singola donazione, nel concreto, vale tempo guadagnato.
Roma, i cinque centri e la mappa dei percorsi: dove si curano i pazienti del Lazio
La Capitale ospita cinque centri trapianto indicati nelle ricostruzioni regionali e di settore: San Camillo Forlanini, Policlinico Umberto I, Policlinico Gemelli, Policlinico Tor Vergata, Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Ognuno ha la propria specializzazione e la propria storia, e insieme compongono l’offerta trapiantologica del Lazio.
Il San Camillo viene citato dalla Regione Lazio come unico ospedale regionale che effettua trapianto di cuore nell’adulto, oltre ai programmi su rene e pancreas.
Sul fronte pediatrico, il Bambino Gesù ha comunicato nel 2023 un aumento significativo dei trapianti di fegato e rene, parlando di volumi mai raggiunti prima nell’ospedale.
I grandi poli nazionali: dove si concentra la maggiore esperienza
Quando si cercano “i centri con più risultati”, la prima fotografia disponibile e comparabile è quella dell’attività: nel 2024, fra i poli più attivi vengono citati Torino (Città della Salute), Padova e ISMETT Palermo, con primati per singoli organi.
A livello di sistema, Agenas con il Programma Nazionale Esiti include indicatori su volumi per trapianti, utili per leggere dove l’esperienza chirurgica è più concentrata.
La domanda che resta: come si protegge la fiducia senza coprire le responsabilità
Il punto non è scegliere fra due verità. Si può pretendere accertamento pieno e, nello stesso tempo, difendere la cultura della donazione. Le famiglie che aspettano non chiedono silenzio: chiedono informazione corretta e una narrazione che non trasformi la paura in rinuncia. Perché, per chi è in lista, ogni “sì” firmato e confermato è una possibilità in più di tornare a vivere.
