28 Luglio 2021

Pubblicato il

“Yerma” di Federico Garcia Lorca, madre come tutte le altre

di Redazione

La sua tragedia è anticipata dal suo nome che in spagnolo significa “deserto” ma anche “sterile”. Juan, suo marito, non può né vuole avere figli

Dal 29 marzo al 3 aprile 2016 al Teatro Vascello di Roma è andato in scena lo spettacolo "Yerma", tratto dall'omonima e poco rappresentata opera teatrale di Federico Garcia Lorca, con la regia di Gianluca Merolli e la traduzione e l'adattamento di Roberto Scarpetti.

Yerma, la protagonista dell’opera di Garcia Lorca del 1937, è interpretata da Elena Arvigo, e affronta tematiche di grande attualità e assolutamente moderne per l’epoca.

È una donna sposata che per realizzarsi a pieno vuole a tutti i costi diventare madre “come tutte le altre”. La sua tragedia è anticipata dal suo nome che in spagnolo significa “deserto” ma anche “sterile”. Juan, suo marito, non può né vuole avere figli. Sarà proprio questo il lacerante dolore di che insieme al senso dell’onore di tenere fede ai voti matrimoniali, la costringerà a vivere con un uomo che non ama più. Il dramma finale la vedrà rilegata in un mondo di solitudine vedova non solo del marito ma anche del suo disperato desiderio di maternità.

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Note di regia. Più che un testo teatrale, sembra una favola nera, una storia torbida di vittime e sciacalli, dove le vittime e gli sciacalli si scambiano i ruoli regolarmente.

Yerma. Un equilibrio perfetto basato sull'autosufficienza degli archetipi umani, che si stagliano nella storia come presenze necessarie, che si alternano nella trama a volte da protagonisti, a volte da semplici messaggeri. Qui non abbiamo di fronte Maria, Juan o Victor, ma lo Sposo, la Sposa, l'Amante, la Vecchia… E non dialogano, ciascuno immerso nella propria solitudine, nella propria aridità. Non solo una presunta sterile, Yerma, che ha fatto del desiderio d'avere un figlio la sua ossessione, ma un mondo di persone che non sanno più toccarsi, arsi e infecondi.

Questo ha reso ai miei occhi il testo così interessante. Mi sembra che il decadentismo e il senso di sconfitta dell'autore sia diventato quello dei personaggi, e che questo ripiegarsi in se stessi dei personaggi, la loro urgenza di darsi un senso, sia facilmente riconducibile al mio, al nostro. E già, viene il giorno in cui si fanno i conti con cosa resterà di noi, con quello che abbiamo saputo costruire, per poi poterlo donare e abbandonare. Inevitabilmente si omaggia il materno e la sua eredità.

La madre, l’attesa, l’autorità. Cosa resta della madre quando si diventa madri? O perché non lo si diventa mai? Perché spesso resta sopito quel desiderio che pure sembra lecito, obbligato e che invece a volte fa paura? Quell’istinto di generare così diverso nell’uomo e nella donna, forse semplicemente non esiste? Qui si scontrano la possibilità recente

di autodeterminazione, con l’antica dipendenza tra uomo e donna. L’autore sembra anticipare le domande più recenti sulla bioetica e sulla procreazione, con una posizione assolutamente laica.

Il testo, uno dei meno praticati di Lorca, vola altissimo facendosi forte di una stretta dicotomia tra verso e prosa, in una lingua asciutta, viva, concreta. C'è qualcosa di ieratico nel testo, qualcosa che ricorda lo

"E' così." Come se si aspettasse il figlio di Dio, un figlio che porti grazia e speranza, che ci riconcili con l'assoluto, che ci renda immortali perché dia continuità alla nostra discendenza.

Senza considerare che il solo amare fino in fondo sarebbe già sufficiente.

E tutto intorno l’ignoranza e il pensiero comune che bloccano la conoscenza, il dialogo e la vita stessa; quel pensiero comune che accontenta tutti, tranne Yerma.

Quanto dolore nelle pagine di Lorca?

La forza ci vorrebbe, per gridare ciò che non si vuole essere, dire, agire. Per gridare chi si vuole seguire, dove si vuole fuggire. Il volere. Questo bisogno disperato di entrare nel corpo di un altro, di dare vita, di riceverne. In questo mondo prosciugato di desiderio, di calore umano, ci siamo bevuti tutto ed ora non si beve più. Non si piscia più, non si eiacula più. Non c'è rimasto che il nostro corpo e un posto nel mondo da occupare e rivendicare. Pochi i fortunati, mai a vista. Tanti i disperati, tutti esposti al pubblico ludibrio.

Alla mamma e alla madre. La madre dei bambini, dei non nati, dei bastardi e degli stranieri.

Alla mamma dei silenzi.

Alla madre dei padri. I padri che non vogliono esserlo e di quelli che non

l'hanno avuto e di quelli che l’avrebbero voluto diverso.

Alla madre che verrà.

A mia madre. Gianluca Merolli.

 
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