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Roma, #maiconsalvini e #consalvini, “Le allettanti promesse”

Pensando alle piazze contrapposte di sabato, mi viene in mente la canzone di Lucio Battisti, “Le allettanti promesse”

Pensando alle piazze contrapposte di sabato (i #maiconsalvini e i #consalvini), mi viene in mente la canzone di Lucio Battisti, "Le allettanti promesse". Il cui senso è: non posso perdere tempo a parlare di cose che non hanno senso (la politica del curato contro quella della giunta, tutti lì a vedere chi la spunta, non posso parlare solo di calcio e di donne, di membri lunghi tre spanne non posso parlare…) e che pure costituiscono il contesto rassicurante in cui adagiarsi per andare avanti. Pensiamoci un attimo: gli antifa che pensano di fare la nuova Resistenza, i fascistelli che pensano di emulare le gesta dei camerati eroici degli anni Settanta. Tutto per far tenere un comizio a Matteo Salvini, un propagandista di livello mediocre, che dice cose prevedibili, appena appena dignificate dai consigli di un intellettuale oscillante tra anticonformismo da salotto e neofascismo all'acqua di rose. Intendiamoci: è legittimo che Salvini tenga il suo comizio (e in questo, dinanzi all'incredibile sceneggiata violenta degli eredi dell'antifascismo militante ha non solo la mia solidarietà, ma avrebbe dovuto avere la solidarietà di tutte le forze politiche). 

Ma occorre fare un passo indietro e guardare la giornata di sabato da una distanza di sicurezza che impedisca coinvolgimenti emotivi. Occorre pensare a quanto le piazze contrapposte siano funzionali a ciò che sta accadendo oggi in Italia e cioè la formazione di un'area di potere post-ideologica, simile ma non uguale alla vecchia Dc (perché non ne possiede la cultura politica), frutto maturo di una finanziariazzazione della politica che lascia mani libere al mercato inserendo nei parlamenti e nelle assemblee elettive personaggi che sono costruiti sulla pura immagine. Per rafforzarsi questo progetto necessita di un'estrema destra lepenista e di un'estrema sinistra radicalizzata i cui leader saranno da un lato Salvini e dall'altro Landini. Salvini, al contrario di un Beppe Grillo (che ha ormai esaurito le sue potenzialità) è molto più controllabile e prevedibile e si adatta allo schema alla perfezione.

Le contrapposte mobilitazioni odierne, con le passioni e le emotività che le percorrono, sono anch'esse utilissime al clima di restaurazione neocentrista in atto (non dimentichiamo che il ministro degli Interni è Alfano, legato a Renzi e all'immarcescibile Casini). Uno schema simile agli anni Settanta che potrebbe produrre anche le stesse violenze di quegli anni, magari con un'intensità diversa ma con identico impatto psicologico sull'elettorato moderato. 

Ciò che accade è il frutto di due fallimenti: quello di Berlusconi e quello di Gianfranco Fini. Il primo aveva portato il vento nuovo del bipolarismo e dell'alternanza. C'erano due poli, c'erano due opzioni che però, anziché proporre una visione per il Paese, hanno prodotto un berlusconismo irrazionale e incapacitante e un antiberlusconismo odioso e infantile. Le potenzialità di un assetto politico nuovo (tra cui il superamento delle logica del nemico, l'abbandono dell'antifascismo viscerale, l'archiviazione dell'anticomunismo) sono evaporate in una serie di errori, di immobilismi, di interessi personali che hanno interagito con l'attività politica e di governo. E tuttavia quello scenario è addirittura da rimpiangere dinanzi a quello, tristissimo e plumbeo, che si profila oggi all'orizzonte.

Quanto a Gianfranco Fini, la sua operazione di trasformare la destra nostalgica in una forza matura e di governo è stata supportata (anche grazie alle scelte da lui stesso fatte sui dirigenti chiamati a interpretare tali istanze) solo da slogan e asfittici documenti. Alla prova dei fatti la destra di governo è apparsa meno credibile di quanto ci si aspettava, né ha saputo abbandonare il vizio antico della subalternità (prima a Berlusconi e oggi a Salvini) che nasconde un mero interesse elettorale. E tutto ciò a discapito di comunità (che sono cosa distinta dall'elettorato) che pure con dedizione, onestà e corretto spirito militante hanno cercato di fornire un contributo disinteressato a questo progetto.

La destra oggi deve tornare dunque nel suo recinto ghettizzante di forza estremista, protestataria, in ultima analisi inservibile. E meglio se ogni tanto si arriva a qualche scontro fisico con gli avversari. Il renzismo gliene sarà grato.

 

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