05 Maggio 2021

Pubblicato il

Quelli che “In Umbria il PD ha tenuto”. Senza capire che è un partito in agonia

di Federico Zamboni

Le cifre appaiono oggettive, ma vanno interpretate. Il 22 per cento può sembrare un discreto risultato: quando invece è ciò che resta di un patrimonio in dissoluzione

Parliamo del PD. In modo specifico. Come di solito non facciamo perché ci sembra quasi superfluo: appiattito com’è sui dettami della Commissione UE, e quindi sul modello globalista in cui la finanza comanda e i governi ubbidiscono, si è talmente inaridito da essere poco più di un guscio vuoto. Benché di proporzioni tuttora cospicue: la carcassa ingombrante di un organismo in balìa di un virus mortale che per il momento lo sta portando a una paralisi progressiva. E che col tempo lo ucciderà.

Se non ne siete convinti seguiteci. Vedremo se continuerete a pensarla allo stesso modo, alla fine.

Partiamo dall’Umbria. Dalle elezioni regionali che si sono svolte domenica scorsa e che hanno attribuito al PD il 22,33 per cento dei voti (a proposito: dei voti, non dei cittadini; l’affluenza si è fermata a ridosso del 65%).

Fermatevi alle cifre e sarete fuorviati: a prima vista può sembrare un risultato non disprezzabile. Come si dice in gergo, il partito “ha tenuto”. Specialmente se lo si paragona al crollo verticale del M5S, che invece si è accartocciato su sé stesso e ha perduto (per sempre?) grandissima parte del consenso ottenuto in precedenza.

I dati sono oggettivi. Ma i dati vanno interpretati. Anche sorvolando sul fatto che in questa competizione non era presente una lista specifica di Matteo Renzi, che in futuro raccoglierà sicuramente una sua fetta o fettina di elettorato, la domanda da porsi è quale forza attrattiva sia rimasta nel PD.

In termini più espliciti: che cosa ha da offrire alla popolazione nel suo insieme? Quali obiettivi sociali ed economici che non siano una risicata sopravvivenza all’ombra dei potentati neoliberisti internazionali? Quali grandi battaglie ideali, capaci di far vibrare gli animi e mobilitare assiduamente i suoi sostenitori? Assiduamente: cioè ben al di là della occasionale messinscena delle primarie, con i loro gazebo “monta-e-smonta” a fare da futile surrogato delle vecchie sezioni dove bene o male si discuteva davvero e continuamente e su qualsiasi tema.

La risposta è, o dovrebbe essere, di tutta evidenza: una pagina vuota. Una pagina ingrigita. Una pagina piena di macchie, dall’aspetto più o meno ributtante.

E da Zingaretti in giù (in giù, si intende, nel senso dell’attuale organigramma…) non si vede neanche l’ombra di chi potrebbe riempirla. Sino a farne di nuovo il punto di riferimento dell’entusiasmo popolare. Quell’entusiasmo che, a differenza della vulgata spocchiosa che è appunto tipica della sinistra-cachemire, non ha sempre e soltanto a che vedere con la “pancia” dei cittadini. Ma con il cuore.

Con il Cuore.  

Il PD: nato male e cresciuto peggio

“Il potere logora chi non ce l’ha”.

La frase di Giulio Andreotti è notissima e ormai è diventata proverbiale. Ma il guaio, come accade spesso con i proverbi, è che viene ripetuta a pappagallo: come se fosse un’osservazione conclusiva che non richiede nessun altro approfondimento. Anzi, che lo esclude.

Non è così.

L’aforisma, infatti, ha sicuramente molto di vero. Ma a patto che non si espanda un granché la prospettiva. A patto che si resti all’interno di un orizzonte temporale relativamente limitato. Nell’ordine dei decenni, diciamo. Un orizzonte diverso da quello della Storia: dove i processi sono certamente meno rapidi, ma sono anche più complessi. E o prima o dopo presentano il conto, alle classi dirigenti, degli inganni perpetrati. Delle sopraffazioni compiute. Dell’essersi preoccupate solo dei loro privilegi e dell’aver reciso i legami, anche psicologici, anche emotivi, con il popolo che hanno governato.

Quando invece la prospettiva si sia ampliata, allora l’aforisma andreottiano va modificato. Trasformandolo in questo: il potere, mal esercitato e detenuto troppo a lungo, avvelena chi ce l’ha.

Per due motivi, principalmente. Il primo è che induce a credere che quella supremazia sia destinata a durare all’infinito, tanto più se è allineata a un establishment di portata planetaria. Il secondo è che disabitua a riflettere davvero sui problemi, e sul modo in cui la popolazione li percepisce: convinti di aver capito tutto, e che i cittadini non abbiano nessun’altra possibilità che non sia adeguarsi ai Comandamenti degli Esperti (se possibile di buon grado, altrimenti rassegnandosi all’inevitabile), perdono la voglia e la capacità di prendere in considerazione altri punti di vista.

L’egemonia si sclerotizza. La classe dirigente diventa autorefenziale.

Detto in forma spiccia: si instupidisce. A maggior ragione perché, al contrario, si ritiene lucidissima, pragmatica al sommo grado, furba all’ennesima potenza.

Il PD è nato male, da una maldestra e cinica mescolanza di rimasugli post DC e di apparati post PCI, e ha proseguito peggio. Ha rimosso la politica con la P maiuscola, che è immaginazione di un futuro diverso e migliore, riducendola alla meschina amministrazione dell’esistente. Buon senso di facciata a mascherare il pantano degli egoismi sottobanco.

Alla lunga, tantissimi italiani lo hanno capito. Magari in maniera più istintiva che consapevole, ma lo hanno capito: il PD non è portatore di interessi e di istanze autenticamente popolari. Non lo è mai stato.

Di “democratico”, il PD ha soltanto il nome.  

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