Prima pagina » Rubriche » Lo Spleen di Parigi, Charles Baudelaire

Lo Spleen di Parigi, Charles Baudelaire

Il Sabato Lib(e)ro di Livia Filippi

Dopo i Fiori del male, il più grande libro di poesia del XIX secolo, che anche i più smemorati ricorderanno di aver studiato a scuola, Baudelaire elabora una nuova raccolta di piccoli poemi e afferma a tal proposito: "Questi sono i nuovi fiori del male, ma con più libertà, molti più dettagli, e molta più satira".

Crea un’opera paradossale, che inaugura un genere, il cui autore rimarrà sostanzialmente l’unico esempio.

Lo Spleen di Parigi è la raccolta che rappresenta il passaggio dalla poesia alla prosa, e gode di un successo molto meno sfacciato rispetto alla prima; scritta con una molteplicità di toni da quello ragionativo a quello umoristico e di sfumature di linguaggio, tra la metà degli anni ’50 e la fine degli anni ’60.

Ci sono giorni in cui il cielo plumbeo getta una luce fredda senza ombre, in cui qualcosa – che non è solo il freddo o l’umidità – vi fa scorrere un brivido lungo la schiena. In cui la massa informe dei passeggeri della metropolitana diventa un muro d’indifferenza, sordo al vostro disagio. In quei giorni Baudelaire si trascina come un fantasma vivo che cammina il lungofiume di Parigi e gira tra squallidi vicoli e caffè fumosi, i posti di ubriachi, giocatori e sgualdrine, spiando con gli occhi gli sguardi dell’Eterno.

Platone diceva che “I più, infatti, ignorano che, senza questo procedere peregrinando attraverso tutte le vie, è impossibile imbattersi nella verità, averne intendimento.”

Baudelaire non è un cattivo o un immorale, è una coscienza che si aggira nei viottoli cittadini svelando i miti moderni, democrazia uguaglianza profitto e umanità: il mendicante del penultimo poema è picchiato “con l’energia ostinata dei cucinieri che vogliono intenerire una bistecca”, è preso a calci sul dorso mentre rantola per terra; solo quando “il decrepito malandrino” si alza orgoglioso per colpirlo, Baudelaire lo riconosce suo pari e divide con lui la sua ricchezza.

Egli è un uomo maturato con l’esperienza del Tempo, diventato cosciente e per questo in perenne disagio con il mondo negligente e indifferente, che ha capito il trucco e si ribella. Sospeso tra Spleen e Ideale, tra l’ansia d’Infinito e la consapevolezza della caducità degli eventi, votato alla solitudine ma vertiginosamente immerso nella folla metropolitana, è cantore moderno della terribile Bellezza, che scopre affondando nel male. Quella bellezza che accoglie la dissonanza della vita, rivelatrice dell’imperfezione del mondo, che sta al di là del visibile, e che nel visibile si manifesta come un annuncio.

E’ tanto un libro quanto un viaggio in una Parigi che non si conosce, un’immersione nella natura umana insieme ad un uomo che vuole distinguersi dalla massa dei mediocri e degli uguali e che nel silenzio e nella solitudine della notte si riscatta creando degli splendidi versi come questi:

XII. Le folle

“ Non a tutti è dato di prendere un bagno di moltitudine: godere della folla è un’arte; e può concedersi un’orgia di vitalità a spese del genere umano soltanto quello a cui una fata abbia insufflato fin dalla culla il gusto del travestimento e della maschera, l’odio del domicilio e la passione del viaggio.

Moltitudine, solitudine: termini uguali e convertibili per il poeta attivo e fecondo. Chi non sa popolare la sua solitudine, non sa nemmeno essere solo in una folla indaffarata.

Il poeta gode di questo incomparabile privilegio, di poter essere, a suo piacere, se stesso o un altro. Come quelle anime errabonde alla ricerca di un corpo, egli entra, quando vuole, nel personaggio di un altro. Per lui solo, tutto è vacante. E se certi luoghi sembrano essergli preclusi, è perché ai suoi occhi non valgono la pena di essere visitati.

Il passeggiatore solitario e pensoso trae una singolare ebbrezza da quest’universale comunione. Chi sposa facilmente la folla conosce godimenti febbrili, di cui saranno sempre privati l’egoista, chiuso in sé come una cassaforte, e il pigro, prigioniero come un mollusco. Egli fa sue tutte le professioni, tutte le gioie e le miserie che il caso gli presenta.

Ciò che gli uomini chiamano amore è ben piccolo, angusto e debole, paragonato a quell’ineffabile orgia, a quella sacra prostituzione dell’anima che si dà tutta intera, poesia e carità, all’imprevisto che si mostra all’improvviso, allo sconosciuto che passa.

È bene insegnare qualche volta ai felici di questo mondo, non fosse altro che per umiliare per un istante il loro stupido orgoglio, che ci sono felicità superiori alle loro, più vaste, più raffinate. I fondatori di colonie, i pastori di popoli, i preti missionari esiliati ai limiti del mondo, conoscono di certo qualcosa di queste misteriose ebbrezze; e, in seno alla vasta famiglia che il loro genio si è fatta, qualche volta devono ridere di quelli che li compiangono per la loro sorte così tormentata, e per la loro vita così casta. "

 

Lascia un commento