15 Giugno 2021

Pubblicato il

La vetrata, diletta ancella della luce

di Redazione

Paolo Antonio Paschetto presso il Casino dei Principi a Villa Torlonia fino al 28 settembre

"Della bellezza terrificante e commestibile dell’architettura Modern Style", così Dalì intitolava il suo articolo sul Liberty e sulla corrente dell’Art Noveau che tanto piacque all’Europa tra fine XIX e inizio XX secolo.

Seppur apparentemente identificabile con tale corrente, eclettico e dalle molteplici sfaccettature è Paolo Antonio Paschetto, il cui lavoro è in mostra dal 26 febbraio al 28 settembre presso il Casino dei Principi a Villa Torlonia. Purtroppo sconosciuto al vasto pubblico, se non per il celebre Emblema identificativo ufficiale della Repubblica Italiana del ’46, le curatrici Alberta Campitelli e Daniela Fonti ci permettono di conoscerlo tramite la testimonianza di circa duecento pezzi.

La prima immagine del pittore ce la offre un vecchio catalogo del 1983: eccolo il giovane pittore valdese, allora studente in Via di Ripetta, in veste bohémien che passeggia nella verde campagna romana. Eppure, già qualche anno dopo, lo troviamo completamente rinnovato: è grafico, pittore, progettista ed arredatore d’interni. Sarà proprio questa svolta, forse dovuta alla precoce morte del padre, a portarlo nelle case delle ricche famiglie borghesi romane.

Forse influenzato dall’esposizione del 1911, che riportava al centro del dibattito contemporaneo temi come l’estraneità all’esterofilia e la necessità di riportare centrali figure come quelle dell’artigiano, dei maestri di maiolica, finanche le ricamatrici; la sua precoce evoluzione lo porterà dalle vetrate per gli edifici di culto a quelle per gli edifici civili, fino all’attività per il Principe di Torlonia ed il culmine nella decorazione della propria abitazione di Via Pimentel.

Infatti, come ci descrive la Alfredo Melani nel 1902, "l'arte nuova non è un fatto isolato sul campo della vita, ma un prodotto di momento sociale che tende a spostare ogni centro dell'attività umana". In Italia lo stile viene accolto in maniera puramente decorativa, e, a palesare la poliedricità del Belpaese, in maniere molteplici, contaminate dal gusto etnico o dalle correnti coesistenti.

Ideatore della grande mostra del 1911 sarà Piacentini e proprio lui ne farà partecipe il Paschetto, di cui ci resta un raffinato progetto decorativo. Già in queste fase possiamo notare come in lui convergano anche affluenze preraffaelite, che il nostro artista esplicherà nel tradurre queste soluzioni grafiche con schemi geometrici complessi ed un  progetto grafico che non solo potesse essere usato all'interno della decorazione a pentagramma, ma estendersi agli esterni in maiolica. Un esempio ne è il bozzetto, in seguito impiegato per la decorazione del ristorante del Consiglio alla Farnesina.

Grazie alla sua costante collaborazione dallo stesso anno, con la rivista 'Per l’arte', ci è possibile vedere numerosi progetti grafici. A colpire maggiormente, senza dubbio, è l’approccio al ritratto femminile. Egli di discosta dai contemporanei, propensi ad una raffigurazione più erotica, o comunque sensuale, dipingendo caste figure femminili che si differenziano dalle altre per una certa castigatezza formale e vicine all'iconografia classica. In generale, sia le figure maschili che quelle femminili, sono esplicitamente romantiche, contestualizzate in ambienti  quasi fiabeschi, senza tempo, sicuramente influenzati sia da l'arte giapponese che dall'illustrazione inglese.

Figlio del vecchio un pastore battista della Chiesa Evangelica di Via Della Valle, quest’ultima sarà soltanto il primo dei cinque edifici di culto decorati dal Paschetto. I soggetti sono quelli biblici e diventeranno classici del suo repertorio: l'agnello, la navicella, il pesce. Il più significativo, il pavone: antico simbolo di redenzione, giustificazione nonché di vita eterna. La grandiosità di quello che oggi potremmo definire designer, è il definire ogni particolare grafico, fornendo al maestro vetraio ogni particolare minimo su cui costruire le proprie vetrate.  Il maestro vetraio con cui instaurerà una ferrea e duratura collaborazione sarà il Picchiarini. Sarà quest’ultimo ad introdurre quella tecnica innovativa rispetto alla produzione del secolo precedente, per cui eviterà l'uso del colore sul vetro a favore degli effetti cromatici ottenuti con le sfumature dirette dell'impasto vitreo,  mentre la trafilatura plumbea  prenderà la sembianza della linea disegnata. Nel 1921, tale collaborazione porterà a decorare le vetrate della limitrofa Aula Magna di Teologia dove troviamo motivi sobri ed essenziali, con disegni vegetali  schematici e un insieme privo di sovraccarichi decorativi. 

Da qui, il Paschetto svela tutto la sua ecletticità: dalla pubblicità, alla decorazione parietale, dai mobili alla pittura di paesaggio. Ma ciò che lo renderà celebre, sarà quando verrà chiamato dal Principe Giovanni Torlonia junior, per contribuire alla trasformazione, nel parco della villa Torlonia di via Nomentana, della Capanna Svizzera nella Casina delle Civette che, dal 1997, è divenuto  proprio museo della vetrata. Paschetto progetterà le imponenti vetrate del Balcone delle rose. La composizione di nove pareti dà sfogo a tutta la fantasia e agli elementi decorativi finora vissuti nella mente dell’artista. Non c'è un tema portante dell'ideazione, qui Paschetto si permette di spaziare. Così tra castani, ocra, amaranto, arancio, blu e viola, si libreranno in volo meravigliose farfalle, al cui cospetto si arrampicano fitti tralci di rose. Rose stilizzate con un disegno fluido, lineare, quasi abbozzato; sicuramente provenienti dall'ambiente scozzese, dal quale vi si differenziano soprattutto per il  tipo di vetri utilizzati. Lo stile decorativo, però, arriverà al culmine solo nel 1926, quando il Paschetto decorerà le vetrate della propria residenza: inseriti in una griglia dal semplice disegno mistilineo troviamo fiamme, calici, colombe, calici, pesci, fiori e spighe; tutti elementi abilmente calibrati ai fini di un insieme armonico, elegante e, senza dubbio, innovativo, che porta la vetrata protagonista della villa romana e della sacralità. Per dirla con le parole dell’artista, rende “la vetrata, diletta ancella della luce”.

 
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