23 Ottobre 2021

Pubblicato il

L’Europa tra passato e futuro: Lezione di navigazione

di Daniele Lorusso
"Scavando nel materiale umano è possibile trovare due personaggi paralleli, gemelli, legati da incredibili ed insospettabili affinità"

Sotto il profilo estetico, accade spesso che i personaggi che incarnano il ruolo dei cattivi siano più interessanti di quelli che rivestono il ruolo dei buoni. Ciò accade per i personaggi di “Gomorra” e “Romanzo criminale”, così come era accaduto con quelli di “Pulp Fiction” e “Le iene” di Tarantino, con “Quei bravi ragazzi” di Scorsese o con “Assassini nati” di O. Stone.

Il problema è se questo tipo di narrazioni vengono assunte, soprattutto dai giovanissimi, a modelli generali di comportamento. Ma fatta questa premessa, ribadita la separazione di etica ed estetica sotto questo profilo, è possibile lasciarsi andare al piacere della contemplazione.

Se si passa dalla fiction alla storia, gli esempi relativi al fascino estetico dei cattivi, si fanno ancora più succosi. Basti pensare a Giulio Cesare per l’età antica, a Cesare Borgia per il Rinascimento – che tanto colpì la mente di Niccolò Machiavelli, che volle dedicargli il VII capitolo del “Principe” – a Napoleone per l’età moderna (su cui merita di essere ricordato “N.” di Ernesto Ferrero).

Ma, scavando un po’ di più nel materiale umano che la storia occidentale ci offre, è possibile trovare due personaggi paralleli, gemelli, legati da incredibili ed insospettabili affinità, Talleyrand e Andreotti.

Maestri di stile, essi attraversarono le loro rispettive epoche, dominandole con facilità. Protagonisti assoluti, a prescindere dal clima del momento o dal rovesciamento dei fronti, entrambi possedettero doti di fluidità acquatica. Da qui la loro ripugnanza sul piano etico. Da qui la loro affinità con il Potere, di cui seppero scrutare a fondo il cuore ed il meccanismo segreto, fino al punto di identificarsi completamente con esso.

“La rovina di Kasch” (Adelphi 1983) di Calasso, libro che Italo Calvino apprezzò, ruota intorno alla figura di Talleyrand, come al suo perno centrale. Il principe è l’antitesi di Napoleone. Da un lato la metamorfosi, dall’altra il controllo. Ed è la prima, non il secondo, a risultare vincente. Viceversa, su Andreotti, possediamo un film splendido come “Il divo. La spettacolare vita di Giulio Andreotti” (2008) di Sorrentino, con Toni Servillo nelle vesti del protagonista.

Al contrario di Moro, Andreotti si muove con libertà e spregiudicatezza in uno scenario di lotte di potere feroci, giocate sul cadavere dell’Italia, in nome della lotta tra americanismo e comunismo.

Se non si tratta di personaggi che possono essere considerati come un esempio, Talleyrand e Andreotti sono in grado, in ogni caso, di insegnarci molto, innanzitutto sulla logica del Potere, sulla sua efferatezza e durezza, sulla sua inesorabilità e costante presenza nelle vicende umane – nel film è Eugenio Scalfari a stabilire il parallelo tra i due personaggi. Ma il loro messaggio ha anche un valore più alto e positivo.

Non ci sono difficoltà che, fino all’ultimo e prima di un eventuale esito letale, non possano essere dominate, attraverso una strategia efficace ed una buona organizzazione. Nel “Divo” di Sorrentino, c’è una scena, sotto questo profilo, significativa: quando Andreotti si affaccia ad una sala da ballo, tenendosi nello stesso tempo in disparte, una signora gli si rivolge, domandandogli: “Lei ha mai ballato, Presidente?”, Andreotti risponde: “tutta la vita, signora”.  

Dunque, l’ambiguità sul piano etico, la spregiudicatezza nei confronti del Potere, l’intelligenza fine, sottile, acuta, possono aiutare nella difficile arte della sopravvivenza, che non ha altro criterio se non sé stessa. Si tratta di una lezione amara, come ogni antidoto, da prendere a piccole dosi, senza esagerare.

Resta un rimpianto ed è questo: mentre la leggerezza amorale di Talleyrand ha contribuito a rendere grande la Francia, che ha avuto la sua ora storica nell’età moderna, con l’illuminismo, la Rivoluzione, Napoleone, non è possibile dire lo stesso per il nostro paese.

Ossia, appare indubbio che Andreotti non ha aiutato a far sì che le potenzialità positive e vitali dell’Italia si sviluppassero –  Italia che ha avuto la sua ora storica molto prima della Francia, tra Medioevo e Rinascimento – quanto piuttosto ha contribuito a fare in modo che fossero soffocate. Di quanto sia amaro questo retaggio, ognuno ne fa esperienza quotidianamente, nella propria vita.  (Foto, Toni Servillo nella parte di Giulio Andreotti)

 
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