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28 Settembre 2020

Pubblicato il

L’angolo dell’umanista: gli alti ideali di ieri

di Daniele Lorusso

Entrambi, il grande filosofo e il grande poeta, sapevano che lo spirito “non è nei libri”, non è nella vita e “non certo / nell’altra vita”. Esso sta in disparte

Poesia e filosofia si parlano da sempre e non potrebbe essere altrimenti. Benedetto Croce morì nel 1952; un anno dopo, nel ’53, fu la volta di Iosif Stalin. Così, a distanza, di un anno, se ne andarono due tra i principali protagonisti della prima metà del secolo scorso. La differenza è che il primo inondò l’Italia e il mondo della bellezza, della lucentezza classica delle sue opere, della profondità del pensiero; il secondo lo inondò altrettanto, ma di terrore, vigliaccheria, di morti consapevolmente provocate da una forma di follia ideologica, che ha reso il Novecento un secolo tanto drammatico.

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Un ventennio dopo Eugenio Montale volle ricordare il grande maestro, con una lirica “In devoto ricordo”. Essa si trova nella raccolta “Diario del ’71 e del ‘72”. Non apparirà insensato ricordarla e brevemente commentarla, in un’epoca così presa dalla sua fretta da non ricordarne, probabilmente, nemmeno l’esistenza. Per Montale, Croce fu sordo, come tutti i “Grandi” (E. Montale, “Tutte le poesie”, Mondadori, p. 490), a tutto ciò che non lo riguardava. In testa “i famelici e gli oppressi”, che interessavano altrettanto poco lo stesso Montale.

E non si tratta di insensibilità umana, quanto piuttosto di quella follia ideologica, prima ricordata accennando a Stalin, che attraversò come un brivido tutto il Novecento. Croce divise lo “Spirito in quattro spicchi” – Montale  accenna alle quattro parti del sistema crociano nella sua forma ‘classica’, ossia Estetica, Logica, Filosofia della pratica, Storia – che altri volle ricomporre in uno, provocando “faide / nel gregge degli yesmen professionali”. Subito dopo la poesia prende il volo, che è quello della grande poesia di Montale: “vivete in pace nell’eterno: foste / giusto senza saperlo, senza volerlo”.

Entrambi, il grande filosofo e il grande poeta, sapevano che lo spirito “non è nei libri”, non è nella vita e “non certo / nell’altra vita”. Esso sta in disparte. Conosce le nostre vite, vorrebbe prenderne parte, “ma niente gli è possibile per l’ovvia / contradizion che nol consente”. Quest’ultimo verso, tratto dal XXVII canto dell’Inferno, suggella nel nome del pater patriae Dante, il legame, poetico e filosofico, di Montale con Croce.

Che senso ha ricordare questi capitoli imponenti della nostra cultura passata, oggi che ogni speranza di autentica civiltà sembra tramontata? Forse proprio a far sì che non vada tutto perduto. Le strade della vita e della storia sono più complesse e sfaccettate di come appaiono se osservate dai social network…

 
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