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Incontro ravvicinato con Frances McDormand e Joel Coen

Alla Festa del Cinema di Roma raccontano il segreto del loro successo

Un vero e proprio successo la sezione “Incontri ravvicinati” della decima edizione della Festa del Cinema di Roma, in corso in questi giorni all’Auditorium Parco della Musica, dove figure iconiche si stanno raccontando al pubblico, tra scene di film che hanno segnato la storia del cinema e preziosi aneddoti da svelare ai fan presenti.

Ad aprire gli incontri venerdì scorso è stata la coppia composta da Frances McDormand, fresca di vittoria agli Emmy e premio Oscar per Fargo nel 1996, con il marito Joel Coen, il maggiore dei quattro volte premio Oscar, fratelli Coen. La celebre coppia, ha raccontato al pubblico l’avventura che da più di trent’anni li vede insieme sia nella vita privata che sul set, attraverso una cronistoria di sei scene storiche dei loro film, scelte dal direttore artistico e moderatore Antonio Monda, più due scelte da loro. 

Sette, i film che i coniugi Coen hanno girato insieme, incluso “Crocevia della morte” in cui vediamo Frances interpretare la segretaria del sindaco e l’ultimo “Ave, Cesare!” che vanta un cast stellare da George Clooney a Josh Brolin: “In qualche modo il nuovo film che uscirà a febbraio è proprio un omaggio al cinema del passato – anticipa Joel – è ambientato nella Hollywood del 1951 e uno sguardo alla vecchia maniera di fare film, a quella vecchia tecnologia e a quel vecchio modo di raccontare per immagini”.

Poi il racconto del loro incontro nel 1984: ” Ci siamo conosciuti a New York stavamo facendo il cast per il nostro primo film “Blood Simple” (Sangue facile) e alla fine di un lungo processo di selezione di interpreti arrivò lei.”, “In realtà avevi offerto la parte a qualcun altro” lo interrompe Frances. “Non è vero, avevo quasi assegnato la parte. Avevamo chiesto a Holly Hunter di venire al provino e lei venne, ma quando fu lì ci disse che non poteva fare il film perché aveva un altro impegno e lo disse alla sua compagna di stanza, che eri tu”. “Così al provino arrivai io – continua Frances –  mi diedero solo delle scene, non sapevo nulla del film e dopo mi chiesero di tornare il giorno dopo alle 2. Io dissi di no perché il mio ragazzo dell’epoca aveva recitato in una soap opera, aveva solo due battute ma la sua puntata la davano in tv esattamente alle 2 del giorno dopo, non potevo perdermela. Così mi dissero di venire alle 4. E per questo, vero che ho avuto la parte, perché ho detto no, perché ho tenuto il punto?”. “E poi perché eri brava” conclude Joel.

 

Poi Frances svela come tenere vivo un sodalizio trentennale: “Il segreto è avere storie diverse da raccontare. Per portare avanti un matrimonio per 31 anni è necessario tornare a casa e avere molto di cui parlare. Poi per noi è stato molto importante crescere nostro figlio, un’esperienza che ha arricchito la nostra relazione. Il nostro matrimonio è stato scandito da tre decadi, nella prima abbiamo lavorato molto insieme, poi per vent’anni abbiamo cresciuto Pedro e ora che lui è al college inizia una nuova fase per la nostra coppia.” Poi, da mamma affettuosa, Frances lo indica tra il pubblico, facendo girare l'intera sala Sinopoli, gremita di persone.

Poi la McDormand aggiunge riguardo alla miniserie che ha prodotto e interpretato: “Per quello ho amato fare Olive Kitteridge perché raccontava l’intero arco di un lungo matrimonio, un buon matrimonio”

 

Dai lì, il focus si sposta sull’attualissimo dibattito tra serie tv e cinema, dove Frances dice: “Per quel che mi riguarda trovo molto stimolante il linguaggio delle serie tv, inoltre c’è molto più lavoro per noi attrici. Non avrei potuto raccontare un personaggio come Olive Kitteridge in 90 minuti, occorrevano almeno 4 ore e non conta molto se poi il pubblico le vede di seguito come un film di 4 ore o in 4 puntate da un’ora. L’importante è la qualità con cui vengono fatte, Olive è stato girato in 35 mm. e presentato alla Mostra di Venezia”.  

Joel invece rimane più legato al cinema dicendo: “Io non guardo la tv, io e mio fratello abbiamo scelto un mezzo che è congeniale al nostro modo di raccontare: un’ora e mezzo è il formato giusto per le nostre storie. E poi anche se non ho niente contro la tv, da filmaker preferisco vedere un film sul grande schermo perché mi interessano i dettagli. E se trovo assurdo che oggi si possa vedere Laurence D’Arabia sul telefono cellulare, posso anche contraddirmi e dire che forse il formato non è così importante. La mia prima esperienza con i film da bambino è stato in tv, il cinema l’ho conosciuto su uno schermo piccolo in bianco e nero intervallato da spot pubblicitari, ma è stata ugualmente un’esperienza profonda. Per cui forse è vero il formato non conta, ma crescendo sono diventato più viziato”.

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