Il discorso di Biden a Varsavia: autocelebrativo e pericoloso

4

Si è svolto ieri 27 marzo il discorso del presidente Biden a Varsavia.

“I have a dream” è l’iconica frase di Martin Luther King, che il 28 agosto 1963 nel Lincoln Memorial di Washington gremito da una folla di manifestanti ha per sempre segnato la storia di una nazione che all’epoca poco si differenziava per metodi e politiche sociali dalla Russia dell’odierno Putin. Da allora sono passati cinquantotto anni, ma se rileggiamo alcuni passaggi del discorso, restiamo colpiti dalla sua attualità. Analizziamo quindi il discorso di Martin Luther King e di Joe Biden.

Biden non è Martin Luther King, ma il cinismo con cui nel suo discorso si è vantato del crollo dell'economia russa è inaccettabile

Il discorso di Martin Luther King

Un discorso di 17 minuti gridati a braccio, con la potenza tipica della verità assoluta, con parole di speranza entrate definitivamente nella memoria collettiva delle generazioni a seguire fino ad oggi.

Ma quello che più colpisce del messaggio di Martin Luther King è che si appelli alla sua gente a non macchiarsi di azioni scellerate: “Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima”.

Libertà senza risentimento

E ancora: “Questa meravigliosa nuova militanza che ha interessato la comunità negra non dovrà condurci a una mancanza di fiducia in tutta la comunità bianca. Perché molti dei nostri fratelli bianchi, come prova la loro presenza qui oggi, sono giunti a capire che il loro destino è legato col nostro destino, e sono giunti a capire che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra libertà. Questa offesa che ci accomuna, e che si è fatta tempesta per le mura fortificate dell’ingiustizia, dovrà essere combattuta da un esercito di due razze. Non possiamo camminare da soli”.

Parole queste, che trasponendole ad oggi andrebbero rilette e fatte nostre per i caratteri di universalità riguardanti l’intero genere umano che sembra essersi smarrito in modo irreversibile.

Il discorso di Joe Biden

Parole di cui, evidentemente, Biden e tutti i suoi alleati non hanno fatto tesoro. Il discorso del Presidente americano, conclusosi proprio mentre ci stiamo esprimendo dal nostro impercettibile pulpito ci è apparso deludente, superficiale ed estremamente rischioso. Troppo debole nel tentativo di non colpevolizzare il popolo russo, troppo autocelebrativo nel prospettare le conseguenze delle sanzioni comminate quale risposta non violenta alle azioni del dittatore russo. Accecato nell’annunciare una nuova corsa al riarmo delle Nazioni. Troppo stizzito dall’incapacità di lettura di una realtà, quella del regime “neo sovietico”, sotto gli occhi del mondo occidentale da troppi anni. Davvero frettoloso nell’auspicare il ribaltamento di una autocrazia pluridecennale dedita al sistematico e “velenoso” omicidio dei suoi oppositori.

Vanità e superficialità

Vantarsi del crollo imminente dell’economia russa certifica soltanto il cinico utilizzo di un popolo. Un popolo che portato alla fame da colpe non proprie sbranerà per fame e disperazione sia Putin che i suoi plutocrati accoliti.

Certo, Biden non è Martin Luther King.

E allora, se fino ad oggi quel sogno evocato nel lontano 1963 non si è mai realizzato, non ci resta che lottare. Almeno affinché il sogno possa continuare per dare un senso alla nostra umanità regalataci alla nascita da un Dio mai come adesso così lontano e sconosciuto.