Gimmy Pozzi morto a Ponza, il cellulare usato dopo il decesso riapre il caso del kickboxer romano

Gianmarco “Gimmy” Pozzi, morto a Ponza nel 2020: il cellulare usato dopo il decesso diventa il nuovo nodo del caso giudiziario
Di Simone Fabi
Giammarco Pozzi, Gimmy, morto a Ponza
Giammarco Pozzi, Gimmy, morto a Ponza

Gianmarco Pozzi non era un nome qualunque per chi frequentava le palestre romane e l’ambiente della sicurezza nei locali. Per molti era Gimmy, il kickboxer del Quarto Miglio finito al centro di una vicenda che da quasi sei anni non ha smesso di produrre domande. Ora il dettaglio che riporta il caso in primo piano riguarda il suo cellulare: dopo la morte, qualcuno lo avrebbe usato per chiamare un amico che viveva con lui a Ponza.

Il caso Gimmy Pozzi e la chiamata partita alle 11.21

La telefonata indicata dal legale della famiglia ha un orario netto: 11.21 del 9 agosto 2020. A quell’ora Gianmarco Pozzi era già morto, trovato in un cunicolo nella zona di Santa Maria, sull’isola di Ponza. Dal suo telefono, però, sarebbe partita una chiamata diretta a un amico con il quale condivideva l’abitazione durante il periodo di lavoro sull’isola. Per la famiglia, chi ha premuto quel tasto non può essere una presenza qualunque.

La questione arriva in un momento delicato. Il 3 luglio, al tribunale di Cassino, è fissata l’udienza sulla richiesta di archiviazione. La Procura orienta il caso verso una chiusura, mentre i familiari di Gimmy insistono sulla tesi dell’omicidio. Il cellulare diventa così un oggetto centrale: non solo uno strumento personale della vittima, ma un possibile indizio sulla presenza di qualcuno accanto a lui subito dopo il decesso.

Gimmy lavorava come addetto alla sicurezza al Blue Moon, ristorante sul porto di Ponza. Aveva una preparazione atletica importante, era abituato al contatto fisico e al ring. Questo aspetto, per chi segue il caso dalla parte della famiglia, rende ancora più difficile accettare una dinamica priva di intervento esterno. Non basta dire che un uomo è precipitato. Bisogna capire come, da dove, con quali lesioni e in quale contesto.

Dal Quarto Miglio a Ponza, la vita di un atleta finita in un cunicolo

Pozzi arrivava da Roma, dal quartiere Quarto Miglio, e si era costruito una reputazione nello sport da combattimento. Il lavoro stagionale a Ponza lo aveva portato in un ambiente fatto di turni serali, locali pieni, frequentazioni estive e contatti continui con persone di provenienza diversa. La sua morte, avvenuta nella mattina del 9 agosto 2020, venne subito circondata da versioni difficili da incastrare.

Il corpo fu trovato dopo una precipitazione da un muretto in un corridoio profondo alcuni metri. L’assenza di autopsia e la successiva cremazione hanno lasciato margini ridotti agli accertamenti successivi. Eppure, nel tempo, una consulenza medico-legale ha dato forza alla lettura dell’aggressione. Le ferite all’addome, le escoriazioni sulle cosce, i segni sul dorso e sugli arti inferiori sono stati collegati a una possibile colluttazione avvenuta nella zona del muretto.

La dinamica ricostruita dalla parte civile descrive un’azione fisica precedente alla caduta: Gimmy sarebbe stato trattenuto, schiacciato contro il muretto e poi sarebbe precipitato nell’intercapedine dove venne ritrovato senza vita. Una lettura molto diversa da quella di un incidente o di un gesto volontario. Per questo il nuovo elemento del telefono usato dopo la morte entra in modo potente nel dibattito giudiziario: chi era vicino a lui in quei minuti?

L’ombra dello spaccio e i rapporti finiti nelle indagini

La morte di Pozzi venne collegata anche a un contesto più ampio, legato allo spaccio di cocaina a Ponza e in vari quadranti romani. Dopo il decesso, un’operazione antidroga coinvolse persone che conoscevano Gimmy e che continuarono a muoversi in circuiti di vendita di droga a Roma e sull’isola. Le zone citate in quel filone investigativo comprendono Laurentino 38, Casal Bernocchi, Dragoncello, Casal Palocco, Ponte di Nona e Magliana.

Il legame con quel mondo non trasforma automaticamente un sospetto in prova. Rende però più urgente una verifica completa di ogni dettaglio: contatti, telefonate, presenze sul posto, rapporti personali, eventuali contrasti. In una vicenda come questa, anche un minuto può cambiare il senso di una ricostruzione. La chiamata delle 11.21, proprio per la sua collocazione temporale, diventa quindi uno snodo narrativo e giudiziario che la famiglia chiede di non lasciare ai margini.

Per Roma, la storia di Gimmy resta quella di un ragazzo partito per lavorare sull’isola e mai tornato. Resta la storia di una famiglia che non accetta una chiusura senza risposte. Resta anche il racconto di un ambiente dove sport, lavoro notturno, amicizie e interessi opachi possono creare zone grigie difficili da illuminare. Il 3 luglio a Cassino sarà una data importante: da quella udienza dipenderà il futuro del fascicolo e la possibilità di continuare a cercare chi, quella mattina, avrebbe avuto il cellulare di Gianmarco Pozzi in mano.

 
CATEGORIA

Cronaca

DATA

Condividi l'articolo su

Scorri lateralmente questa lista