06 Maggio 2021

Pubblicato il

E’ morto Robin Williams, capitano mio capitano di M.Politanò

di Redazione

"Ti ho conosciuto abbastanza bene Robin, per percepire che se sei veramente morto, sarai già accanto a Dio"

Non è possibile, Robin! Non ci posso credere! Che hai fatto? Dimmi che si tratta di un altro dei tuoi scherzi? Dimmi che ogni tanto ti va di giocare a fare il buffone cinico! Dimmi che tra un po’ ti alzi e ridi in faccia a chi ti sta intorno e sta già piangendo accanto al tuo corpo privo di vita? Perché la notizia della tua morte toglie il respiro, fa salire la pressione, accelera forte il cuore, fa stare male veramente. Io sto a pezzi, credimi. E come me, milioni e milioni di persone, nel mondo; che ti amano.

Sono incredulo, ancora, mentre scrivo. Sì. Non ci posso credere! Non ci posso credere! Non ci voglio credere! Come è possibile? Come è possibile, se è vero tutto ciò che i giornali scrivono da anni di te, che una depressione (curabile attualmente nella maggioranza dei casi) ti abbia portato a decidere e mettere in atto la tua fine? Perché si decide di morire, vero, Robin? Si decide e quando la decisione è presa nessuno ti può fermare più, vero? E si decide perché qualcosa si rompe dentro e inizia a spegnersi la fiammella vitale? quella che ci dona la voglia di vivere e lottare ancora, nonostante qualunque difficoltà? Siamo fragili, Robin, vero? E meglio di te forse pochi altri sofferenti lo sanno. La fama e i soldi non servono a nulla quando qualcosa ti ha spezzato quel filo sottile e invisibile agli occhi dei distratti che tiene perfettamente unito, integrato, corpo e mente, psiche e soma. Non ti è servita la fama a lenire il dolore, Robin? Non ti è bastato l’essere tanto amato dalla gente in ogni angolo di questo pianeta, per sopravvivere a te stesso?

Tu, io, e altri, Robin, sappiamo che nei funerali si dicono le peggiori stronzate: quasi a esorcizzare la morte. Si ride probabilmente nervosamente, ma si ride. Adesso quindi ti farò ridere un po’. Ti toccherà sentire da lassù alcune mie cretinate. Adesso che non stai più nell’aldiquà, adesso che sei fuori dal tempo e dallo spazio, adesso che tutte le visioni del mondo ti appartengono contemporaneamente, in quanto spirito (ne sono certo) adesso che sei uno e miliardi di Robin ‘forse’ se mi guardi un po’… anzi ‘certamente’ se mi guardi un po’ con attenzione ti ricorderai di me. Ti ricorderai di quel signore di cui ti piaceva il sorriso e la voce, e ti affascinava pure come suonava la chitarra, muovendo velocemente il polso nei ritmi latini; di quel signore che ti cantava canzoni napoletane e italiane e anche di idioma ispanico; canzoni che ti riempivano gli occhi di lacrime felici e illuminavano di più il volto tuo, così bello, così aperto agli altri, come sempre.

Ti ricorderai di quelle notti a Trastevere; di quel mio parlare male l’idioma inglese, ma del mio spagnolo perfetto e pure dell’italiano e il francese, che ci permettevano in qualche modo di comunicare a parole parlate oltre che cantate e oltre i gesti. Ma soprattutto ti ricorderai tutto ciò che ci siamo detti ogni volta che ci siamo incontrati, stando in silenzio. Perché il tuo silenzio nell’ascolto mio e il mio silenzio nell’ascolto tuo erano dialoghi e non monologhi di ‘due artisti depressi’. Perché i tuoi occhi mi parlavano di mondi puliti, utopici, forse, ma mondi pieni di speranza; e i miei occhi non potevano che rifletterti il medesimo sentire. Perché le persone sensibili (siamo tante nonostante l’indifferenza e la distruttività umana) siamo specchi l’una dell’altra. Specchi puliti e piani; che non deformano la realtà, ma riconoscendola in modo concreto, ne soffrono fino a sentire che l’unica soluzione al dolore insopportabile è il suicidio. Io non ti giudico. Solo soffro. Perché la tua mancanza sarà difficilmente colmabile. Perché certi uomini non dovrebbero morire mai.

Ho avuto l'onore di conoscerti sufficientemente bene Robin, per percepire che se sei veramente morto, sarai già accanto a Dio. Perché credo che esista un Dio. Soprattutto per le persone come te. Per quelle che sentono e somatizzano il disagio del vivere in questo mondo di violenti, corrotti, ladri, assassini. Spesso, l'unica liberazione dal dolore dell'esistenza è la fuga attraverso la droga, l'alcool o il suicidio. La fuga è finalmente finita, Robin… Che dolore mi hai dato, però, stanotte. Che dolore! Cazzo!

 
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