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C’era una volta il calcio. Da “Il profeta del gol” ai cascatori dell’era moderna

Per il bene del calcio, la FIFA farebbe bene a prendere seriamente in considerazione l’idea di sanzionare in maniera severissima i gesti di simulazione

Il Senegal vince la Coppa d’Africa 2025

Il Senegal vince la Coppa d’Africa 2025 (immagine dall’account X - ex Twitter - della Confederation of African Football/CAF)

Al numero 209 di viale Jonio a Roma, nel quartiere Tufello, fino al 1990 sorgeva, in piena attività, il cinema Astra. In quegli anni si poteva ancora fumare nei luoghi pubblici e tra il primo e il secondo tempo del film, per far defluire all’esterno la nube prodotta dalle sigarette degli spettatori e rendere l’aria della sala più respirabile, il tetto del cinema si apriva come fosse una gigantesca canna fumaria. Quando era buio si potevano guardare le stelle.

Il profeta del gol, il docufilm di Sandro Ciotti

Ricordo come fosse ora quel giorno di primavera del 1976 quando assieme a mio zio Silvio e mio cugino Paolo, tre generazioni di appassionati di calcio, ci incamminammo nel tardo pomeriggio per andare a vedere il film documentario di Sandro Ciotti, uno fra i più grandi commentatori radiofonici del calcio italiano, dal titolo “Il profeta del gol“.

Partimmo da Piazza Capri costeggiando quella che allora era la mia scuola elementare, la Giuseppe Parini, imboccando poi via Pantelleria per girare infine a destra nel punto in cui questa si riversa in viale Jonio. Dopo poche decine di metri c’era il cinema Astra.

Il calcio raccontato da Sandro Ciotti, quel calcio totale che stava nascendo in Olanda e che vedeva protagonista il tre volte pallone d’oro Johan Cruijff, era un calcio che non esiste più, o meglio, uno sport che non esiste più.

Erano gli anni in cui si andava allo stadio e si vedevano molti tifosi in giacca e cravatta. Anni in cui, quando un giocatore marcava una rete esultava in maniera composta, quasi elegante.

Quando i 22 giocatori in campo incarnavano degli atleti con dei valori quali il rispetto per l’avversario, l’onestà, la dignità, l’onore. Per carità, le mele marce ci sono sempre state, ma erano una eccezione, eventi circoscritti anche se a volte sensazionali (scandalo del calcioscommesse).

Come e quanto è cambiato il calcio

Erano anni in cui i calciatori erano ben consci di svolgere un mestiere che non era un lavoro ma un gioco, un piacere, un divertimento. Non era come lavorare in fabbrica o in un Ministero.  

A onor del vero, già allora c’erano calciatori come Gianni Rivera che percepivano stipendi annui venti volte superiori a quelli di un operaio, ma nulla a che fare con i compensi fuori scala delle star del calcio di oggi. I professionisti del calcio dei nostri giorni sono per lo più ragazzini viziati, milionari che pensano prima alla forma e poi al contenuto, prima alll’immagine e poi al senso di quello che uno sport dovrebbe essere.

Che cercano di apparire e di vincere ad ogni costo perché questo significa molto denaro, in beffa ai valori dello sport, ai valori che fanno la differenza tra un uomo onesto ed un imbroglione.

Le squadre di calcio sono diventate società quotate in borsa, il giro di denaro attorno al pallone è spaventoso tra sponsor e diritti televisivi. Il numero di giocatori stranieri a volte raggiunge il 100% degli organici senza parlare del fatto che spesso anche gli allenatori vengono da altri paesi compresi quelli che allenano certe nazionali che dovrebbero, almeno in competizioni internazionali, rappresentare in tutto e per tutto la propria bandiera. Chi ha più soldi si può permettere di acquistare più giocatori di qualità e spesso, per conseguenza, ha più probabilità di vincere.

Vince il più furbo, anche in epoca Var

Ma al di là del denaro, oggi non vince solo chi è più bravo ma spesso chi è anche e soprattutto più furbo. Così l’imbroglio diventa la moneta di scambio per conquistare punti.  Ogni volta che un pallone finisce in fallo laterale lo si chiama a proprio favore anche se evidentemente non lo è, per provare forse a trarre in inganno il guardalinee o a condizionarlo nell’assegnazione della rimessa. Per non parlare delle simulazioni di falli subiti. La simulazione del giocatore di calcio è l’antitesi dello sport: disonestà contro lealtà.

È l’incarnazione stessa della truffa. Far finta di aver subito un fallo ed ottenere un calcio di rigore e poi trasformarlo significa mentire e raggirare tutti: gli avversari, i direttori di gara, i tifosi. Significa alterare il risultato innescando a cascata tutta una serie di eventi sportivi ed economici enormi perché quella partita falsata avrà fatto perdere un 13 al totocalcio di un poveraccio che l’avrebbe finalmente “azzeccato” dopo una vita di schedine giocate. Classifica viziata, quotazioni in borsa alterate e cosi via in un effetto domino gigantesco.

Il calcio e il rugby

Tempo fa Marco Guidi, giornalista che ammiro e che stimo profondamente, mi raccontò di un episodio che ben descrive la differenza tra il rugby, sport che si basa sui valori che ogni disciplina sportiva dovrebbe incarnare, e il calcio. Nel 2023, “durante le finali del campionato britannico di rugby, un giocatore venne placcato e si accasciò a terra come fosse stato colpito dal martello del dio Thor. Si contorceva, si lamentava fino a che non arrivò l’arbitro, il leggendario Owens e gli disse: “Guarda, il campo di calcio è oltre la rete, a trecento metri da qui, se vuoi continuare nella tua commedia ti conviene andare là.”

Lo spettacolo indecente della finale di Coppa d’Africa

Domenica sera nella cornice dello splendido stadio di Rabat in Marocco si è disputata la finale della Coppa d’Africa per Nazioni che vedeva contrapposte la selezione del Senegal a quella marocchina.

All’ultimo minuto del recupero dei tempi regolari un giocatore del Marocco, davanti alla porta avversaria, viene “accarezzato“ da un difensore del Senegal. Normale e comune contrasto in area. Nulla di più. Cade a terra come se fosse stato investito da Bud Spencer, si rialza e con le braccia al cielo e lo sguardo di chi ha subito la più grande ingiustizia della storia dell’umanità invoca un calcio di rigore inesistente. Insiste talmente tanto e la sua protesta è talmente plateale da innescare una spirale di contestazioni da parte del pubblico che porta il giudice di gara a consultare il VAR.

Provate a immaginare quel povero arbitro del Congo, che non vanta grande esperienza di arbitraggi a questo livello e che si trova a prendere una decisione spaventosa: concedere un rigore decisamente dubbio, oserei dire inesistente, oppure no, sotto gli occhi di 63.000 tifosi del Marocco impazziti (perché solo 7.000 biglietti sono stati venduti ai sostenitori del Senegal).

Tra urla e fischi assordanti deve prendere una decisione tremenda. Alla fine concede il calcio di rigore e qui avviene qualcosa di clamoroso: la squadra del Senegal, incitata dal proprio allenatore, lascia il campo di gioco e si dirige verso gli spogliatoi in segno di protesta. Passano dei minuti che sembrano ore, quasi giorni, in una atmosfera surreale.

Il gesto di Manè

Poi, quando ormai tutto fa pensare che la partita sia terminata per abbandono, accade l’inimmaginabile: il giocatore senegalese Sadio Manè convince i propri compagni a rientrare in campo, forse per orgoglio, per dignità, forse per paura che la propria squadra possa subire delle ripercussioni disciplinari in vista del prossimo mondiale. Solo lui conosce la verità.

Di certo la FIFA prenderà provvedimenti nei confronti dell’equipe senegalese. Quali non si sa ancora ma un’ammenda importante alla società e alcune giornate di squalifica saranno probabilmente comminate ai giocatori coinvolti nella protesta. Fatto sta che il gioco viene ripreso.

Il giocatore del Marocco, protagonista della madre di tutte le simulazioni, posa il pallone sul dischetto e sembra di rivivere la scena finale del film Fuga per la vittoria. Nella pellicola del 1981 di John Huston si racconta la storia romanzata di un fatto realmente accaduto. Un incontro di calcio che venne disputato durante la Seconda Guerra Mondiale tra una squadra di prigionieri alleati e una tedesca.

Le squadre sono in una situazione di parità ma all’ultimo minuto l’arbitro della partita, evidentemente corrotto, fischia un calcio di rigore a favore della squadra teutonica. Il portiere della selezione degli alleati, Sylvester Stallone, dalla propria porta avanza per undici metri fino a trovarsi faccia a faccia con il capitano della squadra tedesca incaricato di battere l’estrema punizione.

Il calcio di rigore

I due si guardano negli occhi a lungo, in silenzio e forse in quel momento l’attaccante germanico ha un sussulto di dignità, antepone forse la lealtà dello sport a quella per le SS. Così calcia il rigore in maniera leggera tanto da consentire a Stallone di pararlo.

Probabilmente il calciatore del Marocco, che ieri sera è riuscito ad ottenere in maniera furbesca il penalty, si è reso conto dell’errore tremendo che aveva commesso. Tant’è che ha battuto il rigore in maniera quasi dilettantesca. Da molti il tiro è stato interpretato come un estremo atto di arroganza oltre la beffa, attribuendogli la volontà di aver voluto eseguire il famoso “cucchiaio”.

Ma chi conosce quel giocatore che ha militato nel Milan, sa che non ha mai battuto dei penalty in quel modo. Probabilmente ha calciato centralmente e debolmente apposta, per lavarsi la coscienza. Ma anche qui la verità la conosce solamente lui.   

Alla fine il Senegal ha segnato regolarmente un gol e si è aggiudicato meritatamente la coppa. Ma le cose sarebbero potute andare diversamente se quel rigore fosse stato realizzato e il Marocco avesse vinto il Trofeo. Sarebbe stata un’onta per il calcio.

Non possiamo non considerare il fatto che questi giocatori sono per lo più dei ragazzi, alcuni appena più che maggiorenni, che si ritrovano catapultati in un mondo di fama, di gloria, di ricchezze spesso inimmaginabili e che vivono in un mondo in cui nei notiziari non si parla che di truffe, violenza, guerre, raggiri, In cui si racconta di un modo in cui vince chi è più furbo e arrogante.

Sanzionare chi bara in un campo di calcio

Non si vuole con questo giustificarli ma forse comprendere anche il dramma di un condizionamento che una società come la nostra gioca nei confronti dei più giovani e che crea confusione e produce fenomeni che vanno dalla simulazione in campo agli accoltellamenti in un’aula di scuola per futili motivi. Dove i ragazzi perdono di vista il confine tra il bene e il male, il giusto e ciò che è sbagliato, dove il protagonista malavitoso di una fiction diviene un eroe da emulare.

Una cosa è certa. Per il bene del calcio, la FIFA farebbe bene a prendere seriamente in considerazione l’idea di sanzionare in maniera severissima per scoraggiare in modo definitivo i gesti di simulazione e tentare di restituire al calcio un po’ di quel valore che aveva e che mi teneva incollato alla radio quando ero giovane, ogni domenica, per ascoltare Tutto il calcio minuto per minuto.